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Il quartiere dei destini incrociati

Testi - 30 giugno 2012


Un ufficio in viale Jenner, angolo via Legnone
 

Il cerchiobottista

(anonimo)

 

Giorgio era un cerchiobottista: che male c’era ad andare d’accordo con tutti?

In ufficio era amatissimo, da tutti. Con un’abilità zelighiana si metteva all’istante nei panni dell’interlocutore, e ne sapeva intuire a colpo sicuro i gusti, per quanto disparati, e le tendenze.

Intellettuale cinefilo? E lui ti propinava una sfilza di film impegnati da sala d’essay, con citazione tratta direttamente dal Mereghetti, ultima edizione.

Fighetto da aperitivo e maglioncino sulla spalla? Ed ecco pronto un elenco dettagliatissimo di locali “in” dove, soprattutto, il buffet valeva veramente la pena, e il panorama femminile non passava inosservato.

Esperto di vini? Et voilà, una prolusione degna del miglior sommelier sul mercato.

Impegnato di sinistra? Il nostro eroe era in grado di dissertare per ore sulla dialettica interna al partito, per non parlare delle questioni internazionali che, in particolare dopo la caduta del muro e con l’avvento del superpotere finanziario, riproponevano con urgenza il tema della democrazia in Europa.

Insomma, non c’era argomento che potesse lasciare il nostro Giorgio, per così dire, “a piedi”. Dimostrava una velata insofferenza solo in occasione di argomenti particolarmente “spinosi”, come la questione dei campi rom (come fare per non indispettire la collega che sosteneva di aver subito un tentativo di furto del bambino da parte di una zingara?), e annaspava leggermente quando si faceva riferimento alla situazione politica di paesi particolarmente sfigati, di cui, francamente, alla fine, chi cazzo se ne frega?

Ma l’abilità diplomatica del nostro non si fermava lì! Lui era in grado di intuire all’istante non solo i gusti, ma anche gli stati d’animo dell’interlocutore. Eh sì, perché l’empatia si vede anche, e soprattutto, da questo. Come dire: se uno è depresso, mica gli puoi raccontare una barzelletta. Devi piuttosto aderire al suo spleen esistenziale, e confermare con mesti cenni di assenso di avere perfettamente presente la palude limacciosa in cui si dibatte il disgraziato, e non solo per sentito dire, ma perché lo provi tu stesso tutti i giorni, in ogni momento. Salvo passare rapidamente alla battuta crassa e liberatoria quando, finalmente, si intravedeva all’orizzonte un “allegro”, che arrivava provvidenzialmente a salvarti la vita dalle tragedie del depresso. Il quale, a questo punto batteva fatalmente in ritirata, accompagnato dal tuo sguardo di profonda empatia, che diceva “Perdonami, avrei preferito cento volte continuare a coprirmi il capo di cenere con te, ma, sai, gli obblighi di ospitalità…”.

Se non che, un brutto giorno… mica ti licenziano un collega in tronco, anche lui, manco a dirlo, depresso? E con una motivazione decisamente pretestuosa: ritardi reiterati e non giustificati. Infatti, in quest’abitudine, il licenziato era, diciamo così, in buona compagnia…

Che fare? La mente del nostro cerchiobottista girava invano alla ricerca di una soluzione: se avesse dimostrato solidarietà al licenziato, si sarebbe giocato la complice amicizia col capo (un “allegro” che abbondava in pacche sulle spalle e strizzatine d’occhio), ma quando era troppo era troppo.

Allora, il nostro impiegato cosa fece? Uscì dalla porta sul retro, senza salutare nessuno, né il licenziato né il capo.

Facendo meno rumore possibile.
 


Piazza Dergano
 

Grazia

(Anonimo)

 

Grazia gira la chiave nella toppa ed entra in casa. Finalmente si sente al riparo, in un ambiente sicuro, che la accoglie.

Appende stancamente il soprabito, e con passo pesante entra in cucina. La osserva con gratitudine. È arredata con un tono caldo, che consola. Ed è pulita. Lei ci tiene ancora, alla pulizia della casa, nonostante la malattia. Anche quando è stanca, riesce a passare l’aspirapolvere almeno una volta alla settimana.

Grazia accende il lettore cd e mette su un disco di Vasco. Le mette allegria, e scaccia i brutti pensieri.

Si stende per un attimo sul divano. È stanca: ha diritto a riposarsi almeno per qualche minuto.

Ma dopo pochi minuti arrivano i brutti pensieri. Le viene da piangere, pensando a come tratta i suoi tutte le volte che va a cena da loro. Da quando, quasi un anno fa, è arrivata la brutta notizia, che il cancro non se ne era andato e bisognava continuare la chemioterapia, Grazia è diventata scontrosa e intrattabile. Non sopporta sfoghi, né critiche. La sua parola d’ordine è “Lasciatemi in pace”. Ha deciso di lasciare la casa dei suoi, nonostante l’assistenza garantita, e tornare nel suo appartamento: lì potrà dare sfogo liberamente ai suoi sentimenti, senza dover rendere conto a nessuno. E affrontare finalmente la solitudine, dura, totale e ineluttabile.

Grazia era stata una “martire”, una che si sacrificava, che metteva se stessa al secondo posto. Aveva accettato, a prezzo di un trauma grandissimo che l’aveva portata alla depressione, l’abbandono della sorella a cui era legatissima. E aveva accettato di fare da madre al figlio di sua sorella, sacrificando la sua spensieratezza da adolescente. Aveva superato la depressione, e aveva continuato a vivere, con una fatica doppia degli altri. Ma ce l’aveva fatta: aveva studiato, si era laureata, aveva trovato un fidanzato.

Finché non era arrivato quel male, chissà da dove. Improvvisamente tutte le sue conquiste erano sembrate nulla, tutto era sembrato nulla.

Grazia prende il cellulare, e si decide ad affrontare le chiamate a cui non ha risposto. Sono fantasmi del passato, gente che “vuole qualcosa” da lei. E lei non è più disposta a dare niente, non vuole più rispondere alle aspettative. Non hanno colpa quei vecchi amici, semplicemente non possono capire quello che passa nella sua testa e nel suo cuore.

Ecco il messaggio di una cara amica, quasi una sorella: pieno di amarezza, di recriminazioni, per il suo silenzio di quasi un anno. Ha ragione, e le provoca una stretta al cuore il tono accusatorio con cui le rimprovera la sua indifferenza. Grazia reprime a stento le lacrime, ma la sua amica è così stupida… possibile che non capisca lo strazio di una vita appesa al filo, sprecata nella soddisfazione dei bisogni altrui?

Grazia continua a leggere: la sua amica le dice addio. Un’altra porta che si chiude. Non bisogna avere rimpianti.

Grazia piange, finalmente. Ma può ricominciare. Daccapo.
 

Via Derganino, 15
 

L’albero dei rosari

(Inaya Al Karout)

Il mio nipotino è venuto a trovarmi. L’ho abbracciato. In mano tenevo una lettera.

Mi ha detto “Zia, sembri preoccupata”.

L’ho guardato con un sorriso triste… “Questo mese mi hanno tolto un polmone”.

Mi ha guardato con faccia pallida “… è… è una cosa preoccupante”.

“Non devi essere preso dal panico, non è il cancro, almeno non ancora”.


Si chiama zanzalakht in arabo, o melia azedarach: è l’albero dei rosari.

L’hanno tolto dalle sue radici.

Non capisco: dicono una cosa e ne fanno un’altra.

Dicono che gli alberi sono il polmone delle città, e continuano a tagliarli.

Ha portato il mio dondolio e quello di mia sorella, e ogni singola ragazza del quartiere...

Era così generoso, ha dato gioia a tutti noi senza chiedere niente in ritorno.

“Ci vediamo, nipotino”.

 

Non riesco a respirare… Non è il cancro, è vero.

È molto, molto peggio.


Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76
 

Avviso importante

 

Chi l’ha visto

(Inaya Al Karout)


Mentre guardavo la TV, ho visto l’annuncio e ho deciso: devo farlo, sì devo scrivergli, perché questa cosa mi tocca, e come!

Uno? Due? Tre?

No. Sono molto di più.

Sesso: M e F

Età: 15-30 anni

Corporatura: normale, esile, robusta

Statura: 150 – 200 cm.

Occhi: castani, neri, azzurri, verdi

Capelli: biondi, neri, castani

Scomparso da: via Trevi, Imbonati, Rossi, Bovisa, Milano, Italy, Europa etc...

Data della scomparsa: 2000, forse molto prima

Data pubblicazione: 13/06/2012

 

Sono più di centomila giovani... Sono persi, tutti. Non sono stati rapiti dalle loro case, niente del genere, perché fisicamente stanno ancora lì... Nonostante siano persi.

 

Uno si sveglia a mezzogiorno, mangia, prende una pausa, si rilassa, gioca al computer o guarda la TV, cena, forse parla con alcuni amici, dorme dopo mezzanotte e fa la stessa cosa giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno...

Sono stati rapiti, o hanno rapito loro stessi? (sono scappati dalla realtà?)

Dicono di sentirsi soli e frustrati.

I loro genitori parlano della mancanza di valori ideali e spirituali, della mancanza di comunicazioni.

Io, per essere realistica, sento la mancanza della motivazione.

 

Oh Dio, se devo mettere le parole di mia madre in applicazione, «L' uomo non vale per quello che ha, ma per quello che è, quello che sa e quello che fa», la nuova generazione vale…

 

Forse ‘Chi l'ha visto’ non è la soluzione, meglio rivolgermi al Tribunale.

Così tutti noi saremo giudicati.

 

Ambulatorio, via Livigno
 

La generala

(Victor Ayala Obregon)


La Stazione Centrale di Milano è piena di binari. È un luogo in cui transitano persone di molte nazionalità, per prendere il treno, per viaggiare verso diverse città, a volte per lavoro, vacanza, ferie, per visitare la famiglia e così via.

Milano è una città molto importante dell’Italia, visitata da molti turisti, soprattutto al Duomo, al Castello, a Cairoli, posti per i quali è bello rimanere in Italia, perché ci permettono di conoscere amici di molte nazionalità, scambiare opinioni, idee, raccontarsi (-ci?) esperienze della cultura di molti paesi.

Le cose della vita certe volte…

Il primario di endocrinologia dell’ospedale era andato in seconde nozze con la segretaria del luogo di lavoro. Una mattina normale, nella quale il dottore valutava i pazienti, questa sua seconda moglie si presenta all’ufficio del marito tutta arrabbiata con il pannolino del bambino pieno di feci facendo problemi al marito nel suo reparto, marito che non sapeva nascondere la faccia per la vergogna.

Pensare che la prima moglie tranquilla gli portava da mangiare al reparto e non gli faceva problemi. Lui ha pensato che con la seconda moglie poteva stare tranquillo, però era tutto un caos. Era come il peggioramento di una malattia.

Un’altra volta, al lavoro, un capo gridava urlando contro tutto il personale. Non diceva una parola a nessuno di noi, ma urlava contro tutti. Però una volta l’ho visto in un mercato con sua moglie. In quel momento la moglie era la direttrice, perché era lei a gridare contro di lui, mentre lui la ascoltava senza dire una parola. Lei era la capa.

Mi ha ricordato un generale dell’esercito, uguale, che gridava in caserma, mentre in casa la moglie era la generala.

 
 

FNM, stazione Bovisa Politecnico, piazza Alfieri
 

La Ciminiera

(F. M. Basile)

L’aria era livida e fresca quella mattina di settembre. Il cielo aveva uno strano odore, sapeva di cannella e garofano. Lidia Maria con passo spedito era diretta alla stazione della Bovisa. Era da poco sbucata da via don Giuseppe Andreoli in piazza Emilio Alfieri. Un percorso abituale, quasi obbligato. Eppure c’era qualcosa che non la convinceva. Avvicinandosi alla stazione un rumore sordo e intermittente, come un battito di cuore ferito, la accompagnava nella sua veloce andatura. Si impose di non farci caso. Non voleva fare tardi. La riunione di lavoro in pieno centro - a due passi dal Duomo - era fissata per le 8.30. Un orario decisamente antelucano per quel tipo di riunione. Ma tant’era: il nuovo Direttore di Sistema passava per un lumbard d’altri tempi: tutto casa e (,?) lavoro e precisione svizzera.

Mohamed non aveva dormito bene per tutta la breve notte. Quando l’orologio al quarzo giapponese strillò le quattro del mattino, era già sveglio. Ma si alzò lo stesso, a fatica. Lo angustiava una sensazione sottile che non riusciva ad affiorare alla coscienza. Era qualcosa di diverso dalla paura e dal terrore che aveva provato più volte sulla vecchia barcaccia, poco più di un gommone, con cui era giunto a Lampedusa.

Nella stanza a fianco dello stesso appartamento dell’ultimo piano di via Carlo Imbonati, Darien dormiva ancora profondamente. L’edificio era una vecchia, maestosa casa di ringhiera, costruita ai primi del novecento. L’appartamento - un sottotetto riadattato ad abitazione di fortuna - era alquanto fatiscente, ma Mohamed e Darien non si lamentavano. L’affitto, che dividevano con due ragazzi senegalesi, era abbordabile e permetteva di non dilapidare il salario che guadagnavano come muratori. Qualcosa rimaneva da spedire alle famiglie lontane.

Darien dormiva beato, quando, alle quattro e dieci, anche la sua sveglia squillò come un gallo scannato. Si piccava di essere più rapido di quel vecchio arabo che l’aveva fatto assumere alla sua stessa Ditta di costruzioni.

Sotto il portone li aspettava Khaled col furgoncino della Ditta. Khaled era l’uomo tuttofare. Aveva la patente da prima di partire dall’Afghanistan. Il suo era stato uno dei tanti viaggi della disperazione in fuga dalla guerra e dai talebani.

Quella mattina il viaggio per arrivare al cantiere era breve e non prevedeva tappe intermedie. Khaled era prudente. Aveva paura degli italiani, la cui guida gli sembrava troppo nervosa. Percorse via Carlo Imbonati fino al primo semaforo. Svoltò a sinistra in via Giulio Cesare Abba, proseguì per piazza Dergano, dove - dopo due rotonde che solo la follia urbanistica nutrita dalla ‘ndrangheta aveva potuto partorire - imboccò via Giuseppe Tartini. Al semaforo di via Filippo Baldinucci si accorse che non poteva svoltare a sinistra, quindi proseguì fino allo stop successivo, dove finalmente poté imboccare via Giuseppe Candiani. Proprio all’inizio c’era una strettoia, per cui Khaled fu costretto a rallentare l’andatura. Ma i due passeggeri non si lamentarono, erano in anticipo. Avrebbero iniziato il turno di lavoro alle 4.30. Sbucarono in piazza Alfieri mentre il cielo plumbeo odor cannella e garofano principiava a schiudersi al nuovo giorno.

Cantiere chiuso, ma Khaled aveva le chiavi. La Sirio iniziava ai piedi della scalinata che portava alla stazione. Adesso non c’era più. La storica fabbrica di glicerina e saponi profumati era stata buttata giù in pochi mesi. Svettava ancora la Ciminiera. Tutti i vecchi abitanti dello storico quartiere si erano mobilitati per difenderla.

- Via quel rudere - urlavano a squarciagola i costruttori.

- La Ciminiera non si tocca - rispondevano per le rime i cittadini della Bovisa e della vicina Dergano. La Ciminiera era il loro sangue, la loro vita, la loro storia. E anche se la fabbrica era chiusa ormai da anni, la Ciminiera no, non poteva né doveva essere buttata giù. Petizioni in Consiglio di Zona, interpellanze al Consiglio Comunale, articoli nei giornalini di quartiere, tutto l’associazionismo mobilitato in sua difesa.

Mohamed, turbato, ora sapeva perché. Darien, tranquillo anzi euforico, sapeva perché. Khaled li salutò per continuare a fare il tassista di operai - tutti stranieri - e portarli ai vari cantieri della grande Ditta.

La spianata era quasi completa; sembrava un enorme campo di calcio a una leggera profondità rispetto al ciglio della strada. Svettava sola la Ciminiera. Darien cominciò a salire su quella strana gru gigantesca, che sovrastava la Ciminiera di almeno cinque metri. In cima c’era una piccola cabina. A terra la gru aveva invece una comoda grande cabina di guida. Mohamed col groppo alla gola iniziò le operazioni della complessa macchina. Darien nulla poteva fare se prima tutte le operazioni della cabina di comando non fossero terminate. Non era solo per la sicurezza, ma semplicemente perché il generatore forniva la corrente continua alla minuscola cabina, dove lui avrebbe lavorato. Dalla sommità della gru, sopra Darien di almeno un metro, il braccio si allargava e diventava una specie di grosso uncino da cui partiva una fune d’acciaio dal diametro impressionante. La fune finiva in una sfera anch’essa d’acciaio. Acciaio speciale, lavorato per essere cinque volte più duro di quello normale.

- E sbrigati vecchio lumacone - urlò Darien dalla cima. La sua voce esplose nell’aria silenziosa del mattino.

- Disgraziato, aspetta almeno che il motore sia a regime. Che fretta hai? - gli rispose di rimando Mohamed in un italiano molto corretto, ma con una pronuncia che tradiva le sue origini arabe.

Darien azionò le leve, la cabinetta cominciò a ruotare. Si posizionò a perpendicolo con la Ciminiera e il gancio cominciò a ondeggiare. Quando la sfera raggiunse una certa velocità, Darien colpì con un primo colpo il vertice della Ciminiera.

Quel colpo materializzò in Mohamed tutta l’angoscia della notte: quella gru gli ricordava i minareti della sua terra. Distruggerla era una profanazione. Controllava i comandi con rabbia. Maledisse il giorno in cui trovò lavoro in quella Ditta. Avrebbe voluto scappare, lasciare quel matto di Darien da solo. Ma fu un attimo. Non poteva certo abbandonarlo alla sua furia distruttrice.

Darien era in preda a un delirio di onnipotenza. Gli sembrava di essere un eroe invincibile contro cui nulla potevano i nemici. Era dentro un videogioco, in cui i comandi rispondevano a meraviglia, con precisione e potenza di fuoco inimmaginabile. Darien, giovane albanese giunto in Italia con la Vlora, si era subito dato da fare. Aveva studiato fino alle superiori, sapeva l’italiano meglio di molti lumbard, poteva continuare gli studi all’università, non era mica stupido, tutt’altro; ma preferiva il lavoro manuale. Il suo diploma di perito meccanico gli permetteva di fare lavori di alta specializzazione. Guidare quel mostro con precisione non era da tutti. Per esempio, Mohamed non ne era capace. Si trovava meglio nella grande consolle giù da basso, dove i comandi si traducevano in lenti movimenti della macchina che non avevano bisogno di una particolare precisione.

Il lavoro di distruzione procedeva con lena, ma la torre era dura da addomesticare. Avevano fatto male i calcoli quelli della Ditta. Con quella macchina e con Darien ai comandi erano sicuri di finire l’opera di demolizione entro le 7.00, prima che iniziasse il flusso ininterrotto di pendolari che dal nord scendevano come lanzichenecchi a occupare tutti i posti di prestigio del quartiere. Ma avevano fatto i conti senza la forte fibra della Ciminiera. Ogni colpo era una ferita, ma pochi calcinacci caracollavano a terra. Vanificata la speranza di finire in fretta, il direttore dei lavori aveva permesso ai due operai di fare una pausa, quando i primi pendolari cominciavano a scendere dalla stazione.

Quando Lidia Maria fu a metà del piazzale, rallentò il passo e, senza volerlo, lo sincronizzò con i colpi che dalle orecchie passavano al cervello. Alzò lo sguardo e quasi urlò dalla sorpresa. Fu allora che collegò lo strano movimento del pendolo al rumore sordo. Vide con orrore il potente maglio scagliarsi contro la Ciminiera. La Ciminiera che da tanti anni faceva parte del suo orizzonte. Affrettò il passo, corse addirittura fino a metà della scalinata. Si fermò e urlò.

- Maledetti, cosa state facendo? - ma nessuno le diede retta. Non la gente che scendeva dalla scalinata, non gli operai e tecnici che erano dentro il cantiere.

- Vigliacchi - disse ormai con una flebile voce solo mentale - avete iniziato i lavori di notte, perché alla luce del sole vi sareste vergognati.

Cosa faccio adesso. Vado alla riunione o cosa. Impiegò solo un attimo e senza darsi risposta girò sui tacchi, rifece la strada appena percorsa e si catapultò a casa, in via Giudice Donadoni. Prese la sua piccola Olimpus e un rullino e tornò velocemente sui suoi passi, ma più tranquilla. Sapeva ormai che la Ciminiera avrebbe opposto fiera resistenza prima di cedere. Iniziò a scattare già dall’angolo di via Andreoli, una foto via l’altra. Non le interessava certo la foto d’arte in quel momento ma solo testimoniare quella distruzione insensata. La fotografò da tutte le parti, col maglio in tutte le posizioni. Le immagini avrebbero addirittura potuto essere viste in sequenza, come nella scatola magica, a ricrearne il movimento, come una vera macchina da presa. Finì il rullino in pochi minuti. Ripartì con l’altro. Scattò e scattò e lo consumò rapidamente. Alla fine esausta decise di andare alla sua riunione. Arrivò con notevole ritardo, seguì distrattamente i vari interventi, ma la sua mente era alla Ciminiera. Come previsto, la riunione – dopo una breve pausa pranzo – un panino e una birra al bar d’angolo – proseguì nel pomeriggio. Finì alle cinque. Finalmente riprese la strada di casa. Metrò fino in Cadorna, poi trenino fino alla Bovisa. Aveva il cuore in gola. Non sapeva a che punto fossero arrivati i lavori di demolizione. Con piacevole sorpresa vide che ancora più di metà della Ciminiera era in piedi. Si ricordò di avere in tasca la piccola Olimpus. Ritornò indietro verso la stazione. Il giornalaio era ancora aperto e aveva i rullini. Ne comprò due da 36 pose e con calma sostituì il primo. Scattò le foto con estrema lentezza. Ormai non aveva più fretta. La tragedia si sarebbe consumata, ineluttabilmente. Andò a casa con il fermo proposito di tornare l’indomani per finire anche il secondo rullino. Ma non le fu possibile. La mattina dopo, il cielo sapeva ancora di cannella e garofano, ma la Ciminiera non c’era più. Il cielo piangeva una pioggia sottile.

 
 

 

Buncher 24, via Bovi, ex via Bovisasca

 

Anno 2582

(Stefania Biancuzzo)

 

ore 7,10 - Mi chiama la voce calda e suadente di “svegliator”, mentre la piccola stanza si illumina di una luce man mano sempre più vivida e sulle pareti cominciano a scorrere le immagini della bella spiaggia dei Caraibi (quella famosa con le palme) che ho selezionato ieri sera, prima di andare a letto.

Ok, un altro giorno ha inizio.

ore 7,20 - Tolgo la tuta-riposo; devo dire che questa è molto più comoda della precedente: mi infilo dentro, mi solleva all'istante e con il suo leggero fluttuare, concilia magnificamente il mio sonno. Fantastica!

Nell’angolo bagno mi infilo il pantalone –wc – riciclo per i miei bisogni corporali, ok, fatto anche questo.

ore 7,25 - Indosso la tuta-doccia; oggi sembra che i sottili spruzzi d’acqua e di liquido sterilizzatore all’interno della tuta funzionino tutti. Magnifico!

Intanto sulla parete scorrono le immagini del rifornimento mattutino, quella che una volta veniva chiamata “prima colazione”: bistrot parigino, café au lait e croissant sul bel tavolinetto di ferro rotondo, all’aperto, in una splendida giornata di sole.

ore 7,35 - Tolgo la tuta-doccia e dalla scatola rifornimento tiro fuori il necessario: prima la pastiglia 1 o la 2? Oggi mi sa che gusterò prima il croissant, (pastiglia 2) e poi il café au lait (pastiglia 1). C’è poco da dire, i croissant francesi sono in assoluto i più buoni dell’intero universo. Che goduria!

 

 

Scuola Media Statale Maffucci, via Maffucci

 

Classe 3c

 

Il pollaio

(Stefania Biancuzzo)

 

Bella questa traccia, “Un ricordo legato a un odore”. Dovessi scriverla io?

Uno sgabuzzino di vecchie assi per pareti, un tetto di lamiera arrugginita, un buco per finestra, un'anta cigolante come porta: ecco, era questo il mio adorato pollaio.

Per la mia famiglia e per gli amici che si recavano in campagna, la baracchetta, lontana dalla casa, era il luogo del puzzo fetido, nauseabondo, degli escrementi sotto le suole delle scarpe, della paura che il gallo ti beccasse.

Per me era invece il castello fatato, luogo di mistero e di meraviglie.

Chissà cosa troverò oggi, ci saranno uova? E quante? I pulcini saranno nati? Sono tutti gialli?

Appena varcata la soglia, l’odore che mi avvolgeva era violento, aspro, acido, ma anche forte, inebriante, sembrava volesse dirmi: “Sono io l’unico e prepotente padrone di casa!”.

 

 

Via Morghen

 

La zagara

(Stefania Biancuzzo)

 

Il mio rametto di fiori di zagara è lì, dentro una busta bianca che ho usato come segnalibro.

Pensavo che mi creassero problemi in aeroporto, (ultimamente sono così fiscali !), invece, tutto bene, è passato.

L’aereo che mi porta lontano dalle mie radici è partito. Presto mi ritroverò nella vecchia ma per me, sempre nuova via Morghen. Dal finestrino guardo la costa con le case che man mano si rimpiccioliscono e proprio sotto di noi, il mare blu cobalto, poi, solo nuvole.

Apro la busta, chiudo gli occhi e annuso. Il suo intenso e dolce profumo mi travolge, arriva al cuore, allo stomaco, fino alle dita dei piedi.

Sì, proprio così, sempre. Il profumo unico della mia terra è dentro le mie narici e lì rimane, il cuore è sempre spezzato in due, lo stomaco mi si chiude in una morsa, ma i miei piedi continuano ad andare verso il futuro.

Sempre però con tutte le mie membra trasudanti di zagara.

 

 

Via Donadoni

 

Macerie

(Stefania Biancuzzo)

 

Accidenti se era tosta l’Ernestina!

Dall’alto dei suoi 87 anni aveva visto morire i suoi vecchi, il marito, amici, parenti e tra poco sarebbe toccato a lei.

Era nella normalità delle cose.

È il destino di chi nasce.

Sì, tutto vero, tutto giusto, ma lei non si sarebbe arresa così presto.

Avrebbe stretto a sé la vita non solo con i denti,( ne aveva ormai pochi), ma anche con le unghie delle mani e dei piedi.

Mai avrebbe finito i suoi giorni in quella città, mai i vermi di quella terra avrebbero spolpato le sue ossa. No! Roma no! Mai.

Matilda, l’adorata nipote, per la quale più di trent’ anni prima aveva lasciato la sua Milano, aveva esaudito il suo più grande desiderio: tornare in Bovisa, nella meravigliosa casa in via Donadoni, casa nella quale adesso viveva Matilda, (che beffa, il destino!).

Eccitata, come una ragazzina al primo appuntamento, ma con il solito piglio risoluto e autoritario, aveva preparato il viaggio nei minimi dettagli.

Cosa indossare (roba sobria, lì non badano certo ai vestiti).

Chi rivedere (i Masera, e poi la sua amica sartina, oddio come si chiamava, veniva dalla Bassa, e viveva ancora in quella casa di ringhiera in via Candiani. Lo sapeva perché Matilda si faceva sistemare i vestiti).

Aveva sognato di affacciarsi dalla finestra di quella che era stata la sua camera e di guardare la bella ciminiera di mattoni rossi della Sirio, e più in là, a destra, il gasometro.

Sapeva, dai racconti di Matilda, che non c’erano più i capannoni della Montecatini e anche la bocciofila sotto casa sua.

Va bene! Va a da via i ciapp. Era sempre la sua Bovisa.

Fiumicino-Linate.

Taxi, sguardo rapido da destra a sinistra.

Oddio, la Mangiagalli, ho partorito lì il mio Carlo, sessantadue anni fa.

La stazione non la ricordavo così, ma non è male.

C’è ancora la Fernet Branca, che emozione! Siamo vicini a casa.

Via Candiani, si, ancora le vecchie case di ringhiera, tanti negozietti. È qui che abita la sartina.

Ohh!!! Vedo la ciminiera, magnifica, che emozione, non devo commuovermi, niente lacrimucce.

E cos’è questo spazio? Un parcheggio? E sì, c’è la stazione nuova.

La mia casa... è uguale, non posso crederci! Hanno solo messo l’ascensore, per fortuna.

Sottobraccio a Matilda entro, la casa è stata ristrutturata, adesso si entra direttamente in una grande sala, la disposizione delle camere non è più la stessa e ci sono due bagni. Mi dispiace un po’, era completamente diversa, ma è bella, mia nipote ha gusto.

La finestra su via Varè.

Il cielo è come lo ricordavo, grigio, senza nuvole, ovattato, come fosse un manto. Solo chi è nato qui può sentire la sensazione di protezione che tutto questo suscita. Un po’ come vivere nel grembo materno.

Fa effetto questo spazio vuoto davanti, il terreno incolto sulla destra.

Per fortuna, la bella ciminiera di mattoni rossi svetta ancora.

Sistemerò qui la sedia, voglio godermela.

Domani mattina andrò a salutare il Masera nel negozio di scarpe e poi la sartina. Domani sera invece offrirò la cena a Matilda alla Gesa Vegia (c’è ancora, lo so).

Sono così felice, anzi no, euforica. Sembra che anche le mie ossa lo percepiscano, non mi fanno più male. Però devo andare a letto, domani sarà un’altra splendida giornata.

Alle 6 del mattino, mi faccio il mio solito caffè, butto un occhio alla mia ciminiera.

Matilda chi sono quelli? Perché urlano? Cosa c’è?

Ruspe, trattori, vigili del fuoco. Gruppetti di persone con i telefonini in mano, chi chiamano? Striscioni, ma cosa c’è scritto? Cosa sta succedendo?

Poi un boato, improvviso, potente e un attimo dopo un fungo di fumo sbianca il cielo. No, non era fumo era solo polvere. La polvere dei bei mattoni rossi della ciminiera, scomparsa, svanita, evaporata come non fosse mai esistita.

Silenzio.

La mano premuta sulla bocca spalancata ferma l’urlo in gola, stritola le guance, mentre gli occhi stralunati non si staccano dal fantasma della ciminiera.

Linate-Fiumicino.

Nessuno mai avrebbe potuto riconoscere in quel mucchietto di pelle e ossa, dallo sguardo quasi spento fisso al soffitto, la mascella serrata, l’Ernestina, la tosta.

Si, proprio lei.

L’Ernestina la tosta, sopravvissuta alla guerra, agli affetti, alla gioia, ai dolori, ora lascerà che i suoi ricordi e i suoi simboli seppelliscano lei.

Roma avrà l’Ernestina, alla Bovisa rimarrà la “tosta”.

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

Guardando un libro sul mare della Toscana

 

Il sassolino

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

Il sassolino è liscio, di color grigio chiaro. Ha una forma ovale, quasi perfetta. Il buco si trova vicino alla parte più sottile, anch’esso quasi perfetto. Sembra emanare luce.

Lei lo tiene nelle sue mani segnate dal tempo, lo accarezza colle dita.

Perfezione e imperfezione del tempo.

-          Come hai fatto il buco?

-          Non sono stata io, l’ha fatto il mare.

-          Davvero?!

-          Sì. Migliaia di anni fa c’era qui una intrusione di un materiale diverso. Magari un artiglio di un piccolo dinosauro fossilizzato. Magari un minerale prezioso o un filone d’oro. Non lo sapremo mai. Il mare ha tolto questa sostanza e così si è preso anche il suo segreto…

Lei accetta la spiegazione affascinata, incuriosita, con la fiducia di una bambina. E l’hai trovato proprio oggi?

-          Sì. È il dono del mare per il nostro addio.

-          E dici che porta fortuna?

-          Sì. E protegge anche dal male, come un amuleto. Fra poco sarà guarita, camminerà da sola. Ne sono sicura.

-          Se ci sarò ancora… Speriamo.

Sì, cara signora Ernestina, speriamo.

 

 

Fermata autobus 82, viale Jenner

 

Un ricordo

 

Due mondi

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

La struttura massiccia dello stadio domina la prospettiva. Lì vicino si trova un piccolo ospedale con i suoi ambulatori e il centro di riabilitazione. Accanto c’è anche una cappella. È il mondo degli anziani, con la loro fragilità e debolezza.

Quasi davanti alla cappella c’è la fermata dell’autobus. Dalla parte opposta della strada si possono vedere un negozio e due bar. Uno si chiama “Il tifoso goloso”. È proprio lì, alla fermata dell’autobus, che l’odore è fortissimo. Acido, pungente, soffocante domina tutto lo spazio. Non si può scappare, penetra i polmoni a ogni respiro. È inconfondibile. Non bisogna neanche guardare il muro di recinzione o il marciapiede.

Due spazi, due mondi. Gioventù spensierata, arrogante, spietata.

La invasione senza invasione e la violenza senza violenza.

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

Guardando la foto mandata tramite Internet da mia nipote. Si vede lei, sola in montagna. E improvviso nasce un ricordo…

 

Nel mezzo del cammino

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

È una cresta rocciosa della montagna. Il tempo sembra bello, fa caldo, ma si sente un’inquietudine nell’aria.

Arriva il vento, si fa sempre più forte. E il cielo davanti e a destra diventa più scuro.

Si sentono già i primi tuoni, ancora lontani e in un batter d’occhio cadono le prime gocce d’acqua, grosse e pesanti.

Il cielo è già blu scuro, strappato dai lampi, i tuoni, sempre più vicini. Stordiscono. Il vento si fa violento, tira con una forza inaudita.

Non è più la pioggia, sono le cascate d’acqua che battono il suolo. Adesso i fulmini colpiscono la cresta all’impazzata con schianti terrificanti. Il fuoco infernale dal cielo.

Nella furia degli elementi scatenati c’è un essere umano. È solo. Cammina. È nel mezzo del suo cammino. Ha un unico pensiero articolato: raggiungere il punto di discesa. Ancora trenta, forse venti minuti. Tutto il resto è paura. In ogni frammento del suo corpo malmenato.

Che cosa ci fai qui, piccolo? Non ti hanno detto che è pericoloso? Che il tempo in montagna può cambiare in un lampo, non lo sapevi?

Che cammina, nella furia degli elementi scatenati, ci sono io.

 

 

Via degli Imbriani

 

Il colpo

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

Mi apre la porta senza le sue consuete galanterie. È in pigiama, con sopra una camicia e una giacca di lana, non rasato. Stava seduto in carrozzella, aspettandomi dietro la porta.

 

- Allora, come sta? Ha mangiato almeno qualche cosa?

- Sì, sì, ma non ho neanche la voglia di mangiare. Sto proprio malissimo.

- Dai, che facciamo un caffè. Mi dica tutto dall'inizio. Come mai sono entrate?

- All'inizio c'era solo quella più giovane. Mi ha detto, che ha dimenticato le chiavi e che stava aspettando sua mamma. Allora quando ho aperto il cancello, lei è entrata con me, abbiamo preso l'ascensore insieme ed è scesa al mio piano.

- Ma perché l'ha lasciata entrare in casa sua? Era pure un'estranea, no??!

- Mi sembrava quella del terzo, era anche truccata così... le assomigliava davvero. E mi ha detto che sua mamma mi salutava e che voleva sapere come sto. Allora l'ho lasciata entrare e le ho offerto un caffè. Cioè il caffè... lei si è offerta di farlo.

- Allora avete bevuto, e poi?

- Abbiamo chiacchierato un po’. Mi ha detto che studia, che conosce pure mio nipote, che l'ha visto la settimana scorsa, e infatti lui c'era qui giovedì scorso. E poi mi ha chiesto un favore. Voleva cambiare 50 euro, allora ho tirato fuori il portafogli dalla tasca, ma non avevo da cambiare. Lei ha detto che non importava.

 

Parla piano, con la voce bassa, rauca, soffocata e tremante, senza più rabbia né indignazione. Gli occhi senza luce mi guardano con una tristezza infinita. Io invece non riesco a controllare la rabbia.

 

- Ma come ha fatto, allora???

- Ho lasciato il portafogli sulla tavola. Poi sono andato in camera mia per cambiare i pantaloni, perché lei me li ha macchiati quando mi versava il caffè. Si scusava tanto, ma l'ha fatto apposta, adesso lo so. Evidentemente ha preso i soldi quando sono uscito. Tutta la mia pensione...

 

Vedo che soffre, anche per quel tono inquisitorio della mia voce, ma non sono più capace di calmarmi.

 

- E la catenina? Era pure in camera sua, no??!!

- Non lo so, non riesco a capire. Voleva aiutarmi a cercare i pantaloni puliti, ma non volevo. Eppure, in qualche modo ha fatto. Magari quando ha suonato quest'altra e sono andato ad aprire, pensavo fossi tu. E poi subito sono uscite tutte e due, proprio quando sei arrivata tu...

- Cholera jasna!!!

- ???

- Scusi, scusi, niente di personale.

 

Lui me le ha pure presentate come vicine di casa, gli ho stretto le mani. Ho anche subito avuto quella sensazione di disagio, anzi - di essere presa in giro. Loro sorridevano, ma era come se ridessero con scherno di noi, di tutti e due. Hanno programmato questo colpo in ogni dettaglio.

 

- Ha chiamato la polizia?

- Sì, mi hanno detto che sono in quattro e che operano nella nostra zona da otto settimane, ma non riescono a prenderle. La settimana scorsa hanno anche derubato la moglie di Piero, sai, quello del ristorante.

- E come hanno fatto?

- Non lo so, dai, lascia lì, sono stanco, non ho dormito tutta la notte. Non ho voglia di fare più niente. Ho il vuoto nel cervello, ho il vuoto nel cuore. Sai, i soldi sono una perdita pesantissima per me, ma questa collanina d'oro era più preziosa di tutto. Era sempre appesa lì, sotto il televisore. La sera, prima di coricarmi la prendevo nelle mani per dire la mia preghierina. Volevo farlo anche ieri sera e non c'era più. È stato come un colpo nel cuore. Questo era il medaglione con la Madonnina di mia moglie, lei lo portava sempre, e adesso non c'è più.

E adesso sto morendo anch’io...

 

Viale Jenner

 

Vizio cane

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

- Buon giorno, signora Patrizia, come sta? Elegante come sempre!

- Bene, bene, grazie. Lei?

- Grazie, tutto a posto. Vuole sedersi qui? Ecco, si accomodi.

- Non l'ho vista ultimamente.

- E beh, devo limitarmi. E poi, il denaro scarseggia. Si perde sempre di più. Cerco di liberarmi, ma è davvero un vizio cane!

- Eh sì, eh... Si deve stare attenti, non esagerare... Ma vedo che è quasi pieno oggi. Spero solo che quella non ci sia.

- Non l'ho vista. La domenica di solito non viene.

- Meglio così. L'altra volta mi ha rovinato tutta la giornata. Sa, stava giocando vicino a me, e io ho lasciato la mia tessera nella macchinetta, per sbaglio.

Quella se l’è presa e io l'ho cercata per due ore. Alla fine viene da me e mi dice, che ha trovato la mia tessera e che mi ha cercato. Ma si può immaginare una cattiveria così!? Disgraziata!

- Quella sempre combina qualche cosa. Vuole sempre sapere tutto di tutti, e poi parla male della gente. Ma, insomma, com’è andata?

- Insomma, abbastanza bene, ho preso circa 200.

- Mica male, un bel colpo!

- Questo è niente. L'altra volta ho preso il jackpot da 6 mila.

- Davvero? E su quale macchinetta?

- Su quella con gli squali, sa, una di queste nuove. Ma ho fatto per sbaglio. Volevo giocare da 30 punti e invece ho schiacciato quello da 300. Mi ha dato il gioco da 25 giri e così ho vinto.

- Ma che fortuna, complimenti!!! Io invece, da tempo, niente. Mi piace quella con i pappagallini, sa, vicino al bar. L'ultima volta mi ha dato un po' all'inizio, e poi se l’è mangiato tutto, e tanto ancora... Ma è davvero difficile staccarsi, c'è sempre la speranza che questa volta esca qualche cosa, e invece si perde di più. Una volta mi sono usciti tutti i pappagallini - che gioia, che allegria!!!

- A me sono usciti tutti quei delfini, una volta. Ma poi ho perso. Quella si è messa dietro le mie spalle e continuava a fare i commenti. "Oh, ha vinto ancora! Ha fatto duemila punti! È davvero fortunata oggi!" e così via. Sfacciata! Lei proprio porta sfortuna, per questo ho perso tutto e di più. Sa che l'altra volta ha preso la mia tessera e io l'ho cercata per quasi tre ore?

- Sì, sì, mi ha già detto...

- Ah, infatti... E poi viene e mi dice che mi ha cercata lei! È una vergogna, nient'altro... Gelosa, gelosa. E poi ha la faccia di vantarsi delle sue vincite. Quando ha vinto 5 mila, mi ha proprio chiamato a casa! Meglio evitarla, le dico io!

- Certo, meno male che non c’è oggi. Allora, in bocca al lupo!

- Altrettanto! Speriamo...

 

 

Piazza Bausan

 

Chiacchierando con un amico in un bar

 

Galline

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

-          Che cosa vuol dire “Striscia la notizia”?

-          È un programma televisivo su Canale 5.

-          Lo so. Ma che cosa significa?

-          Mi danno sempre risposte evasive. Pensavo che tu, un italiano colto, potresti darmi una spiegazione più precisa, dal punto di vista linguistico, ad esempio.

-          Linguistico? Sai, ehm, sono le notizie presentate nel modo… particolare, nella striscia, diciamo, satirica. È proprio una espressione, difficile da spiegare a una persona che non capisce bene la nostra lingua.

-          Sarebbe un’espressione idiomatica?

-          Ehm… più o meno.

-          E che cosa vuol dire “le veline”?

-          Sono queste ragazze che appaiono all’inizio…

-          Ma perché le chiamano “le veline”, oppure, addirittura “le galline”? Lo trovo un po’ offensivo.

-          Se loro non si sentono offese…

-          Questo non si sa. Ma intendevo “offensive” per le galline. Sono creature molto intelligenti… Ma per quale motivo ci sono lì queste veline?

-          Ma dai, lascia stare! Tu cerchi sempre un pelo nell’uovo. È proprio una formula di questo programma. Ci vuole un po’ di divertimento…

-          Non è meglio addestrare due galline vere? Sarebbe sicuramente più divertente.

-          Questo non si può fare. Loro sono pure degli animalisti. Si impegnano tanto nella protezione degli animali.

-          Tutti gli animali?

-          Certo, tutti, tutti.

-          Allora perché le chiamano “le galline”???

-          !!!

 

 

Via Brofferio

 

In cerca di lavoro

(Bogumila Borowiec Katarzyna)

 

I

 

Con quest’agenzia di collocamento ce l’avevo fin dall’inizio. La sala di attesa è piccola, sempre affollata. Con le poche sedie occupate si aspetta di solito in piedi, spesso per ore. Ci sono i numeri, ma tante volte non rispettati, né dalle ragazze né dalle signore (proprietarie?). Caos. Però si accetta perché sono efficienti.

Per la registrazione si pagano 15 euro (senza ricevuta), da rinnovare ogni anno. Dopo aver concluso il contratto con il datore di lavoro, la lavoratrice paga 100 euro. Quanto deve pagare l’altra parte, non si sa; presumibilmente il doppio, forse il triplo. Questo vale anche per i contratti di breve durata: le sostituzioni per le vacanze, il mese di prova, etc. Si deve pagare, anche se è illegale, anche se nel nome dell’agenzia si espone orgogliosamente nient’altro che la parola “Onlus”. Ma si paga perché sono efficaci. Oppure: si paga purché siano efficaci? Difficile ‘sta lingua italiana.

La prima volta mi sono offerta come accompagnatrice di una signora anziana per le sue vacanze in Costa Azzurra. Dal 10 luglio alla fine di settembre. Cercavano da tempo una con la conoscenza del francese. Erano i primi di giugno, ma volevo andare ancora nel mio paese almeno per tre settimane per sistemare tante faccende che si sono accumulate. E poi c’erano le nozze di mia nipote, un evento importantissimo nella famiglia. Mi hanno tenuto da parte questo lavoro, ma dovevo essere lì per concludere il contratto almeno dieci giorni prima della partenza. E mi hanno augurato un buon viaggio.

Ho fatto un soggiorno lì più breve possibile di nove giorni, senza poter sbrigare neanche la metà delle mie faccende, e subito dopo le nozze, in fretta e furia, sono tornata a Milano, presentandomi nell’agenzia lo stesso giorno.

-        Sono qui per questo lavoro in Francia.

-        In Francia?

-        Si, in Costa Azzurra, per assistere una signora anziana.

-        Se vuoi lavorare in Francia, devi andare in Francia.

-        Scusi, ma ne abbiamo parlato due settimane fa. Mi avete conservato per la firma il lavoro di accompagnamento per una signora anziana durante le sue vacanze in Costa Azzurra.

-        Aspetta… Ah, questo. Poteva dirlo dall’inizio. Però è già preso.

Non è sicura se darmi del tu o del lei.

-        Come mai??? Mi avete promesso di tenerlo per me fine alla fine di giugno!

-        L'abbiamo chiamata, anche due volte, non rispondeva… Noi non possiamo permetterci di correre rischi. Si è presentata una italiana e se l’ha preso, questo lavoro. Ha negoziato anche una bella cifra, 400 euro alla settimana!

-        Allora mi immagino che fosse una plurilaureata, conosceva perfettamente il francese?

-        Non aveva neanche il diploma delle medie. Per il francese, noi non siamo in grado di verificarlo. Ma questa era italiana. Lei non sarà venuta qua per fare la concorrenza alle italiane.

-        !!!

 

II

 

L’altra offerta di quest’agenzia era un’assistenza a una signora anziana di settantotto anni, appena uscita dall’ospedale dopo una grave operazione alla schiena. 850 euro con vitto e alloggio.

Mi aspettano in due, lei e suo figlio. Lui ha cinquantasei anni, anche se non li dimostra. La casa, al terzo piano, non è molto grande. Ben tenuta. C’è un grande salone, dove sta la signora, e un angolo cucina. Non vedo, però, la camera da letto.

Cominciamo a parlare, vedo che la signora sarebbe disposta a prendermi da subito. Dico che mangio il pesce invece della carne e lei è prontissima a mangiare il pesce. Un ostacolo così importante superato, vedo che ci sarebbe un bell’accordo fra noi.

Il figlio rivela che ci sarebbe anche “un piccolo lavoro” in più, perché il venerdì si dovrebbero fare le pulizie in casa sua. Lui abita accanto, nell’altra parte dell’appartamento originale, molto più grande, diviso in due con gli ingressi indipendenti.

Lui spesso mangia fuori, ma si diverte anche a cucinare. Non gli piace, però, lavare i piatti. Quindi, la mattina ci sarà un po’ da lavare, soprattutto quando cena con gli amici o con la fidanzata. Quando non ha tempo per cucinare il figliolo viene a mangiare dalla mamma, ma non molto spesso, solo tre o quattro volte alla settimana.

Ci sarà anche un po’ da lavare e stirare, perché lui cambia la camicia anche due volte al giorno; è ovvio, lavora come dirigente. E anche il guardaroba, le scarpe…

-        Chi faceva tutto questo lavoro fino a oggi? Aveva una brava colf, m’immagino.

-        Macché! La più brava è la mia mamma, anche se s’impegna troppo con questi piccoli lavoretti. Quando si mette a stirare, non c’è la fine. E ti dicevo sempre, mamma, “dai, lascia stare, riposati un po’…”. E guarda, cos’hai combinato!

-        Quindi la signora si è fatta male a casa? Facendo questi piccoli lavoretti?

Non voglio essere troppo sarcastica, ma lui non se ne accorge neanche.

-        Sì, è caduta mentre puliva i vetri. E non ti ho detto, “stai attenta, mamma, con questa scala”? E adesso abbiamo un problema.

-        Mi dispiace,signora, davvero – dico, e lei sa che non è solo una espressione di cortesia.

Quindi la colf e la badante. Due in uno. Capita, ma fino a questo punto? Devo riflettere.

-        E per dormire?

-        Purtroppo non c’è un'altra camera, quindi mettiamo un divano letto qui nel salone. Oppure, se vuole un po’ di privacy, lo mettiamo nell’ingresso, ecco, qua, davanti allo specchio. Così si può guardare senza neanche andare nel bagno, ha, ha! Allora, cosa ne dice?

Guardo la signora con il cuore stretto. Devo pensarci. Dico che l’indomani avvertirò l’agenzia della mia decisione.

Mi tormento tutta la notte. La mattina chiamo l’agenzia e sento che il figlio ha già preso una, più giovane. Si sono messi d’accordo fra di loro.

 

III

 

Sto nella sala di attesa già da più di due ore. È pieno. Caldo soffocante. Tutto va a passo di lumaca.

Entra una signora anziana. Vestita in modo molto originale, anzi, stravagante. Come una modella. Molto magra. Ci sono cinque gradini da salire, e si vede subito che ha problemi. Mi viene quel solito impulso di darle una mano, ma mi freno. Rispetto innanzitutto.

Entra nell’ufficio, dopo qualche minuto esce con la proprietaria. Guarda le ragazze. Sceglie me. Che onore!

-          La signora cerca una badante fissa. 800 euro. C’è anche il marito della signora, ma è autosufficiente. Lei sarebbe disposta?

-          Ehm, sì, però… sono sempre due persone, e questa cifra è il minimo per una persona sola. Non lo so…

Rientrano nell’ufficio, fra poco mi chiamano. La signora offre 1000. Chiedo i dettagli. Ci sarà un po’ da pulire. Mi piacciono le piante? Perché c’è anche un paio di piante da annaffiare. Allora? 1200?

Vado con la signora per vedere la casa. Prendiamo il metrò, poi l’autobus. Lei si aggrappa al mio braccio e vedo che subito si sente più sicura. Dice che recentemente le capita di cadere spesso, l’ultima volta nel bagno. Toglie gli occhiali da sole e adesso vedo bene: ha un livido rosso e blu scuro intorno all’occhio destro. Spaventoso. Lividi anche sulle braccia e sulle gambe.

-        Non ha mai pensato di procurarsi un bastoncino? O un girello? Sarebbe molto più sicura nel cammino.

-        Io? Un bastone? Ma sta scherzando!

-        Ci sono modelli diversi. Anche molto eleganti - insisto.

-        Signorina, ma è fuori discussione!

Buncher 24, via Bovi, ex via Bovisasca.

-        Lei dice sul serio, signora? Se mettiamo una brandina qui, non ci sarà il posto neanche per passarci accanto. Come posso sdraiarmi o alzarmi? Credo che in una casa così grande si possa trovare un posto per me, almeno per la notte. Magari un divano letto…

-        Le ho già detto, signorina. Non è possibile. Assolutamente escluso. Questa è sempre stata la stanza per le donne di servizio. E nessuna si lamentava. Se per lei non va bene, ci sono altre ragazze disponibili. E adesso mi scusi, devo riposarmi. È di qua, per la porta.

Esco. OK. Tutto chiaro. Niente da fare. Questa volta i destini non si possono incrociare. Sono distanti anni luce.

E allora, perché, maledizione, perché e perché proprio adesso mi viene da piangere?

Giardini Via Candiani-Baldinucci

Un sogno realizzato

(Marta Cabrini)
 
Dalla grande fucina, che fu l’Associazione Bovisa Verde, partì un’altra scintilla. Infatti alla fine degli anni ‘80, le serate del lunedì cominciarono ad essere frequentate da giovani urbanisti ed architetti.

In quegli anni, in Italia, si iniziava a parlare di bioarchitettura, mentre nel nord Europa questo modo di costruire, che mette al primo posto la salute dell’uomo e dell’ambiente, era già molto consolidato.

Il giovane architetto ci raccontava del villaggio nella Foresta Nera in Germania e noi sognavamo un simile villaggio per artigiani ed artisti in una della innumerevoli aree dismesse del quartiere. Si era fatto anche a tal proposito un fascicolo intitolato “La Bovisa verde, arancio e pisellina”.

Una sera, non ricordo più come avvenne, qualcuno disse:” Perché non fondiamo una cooperativa e ci costruiamo una casa ecologica in quartiere?”. Sembrava inizialmente uno scherzo, ma un po’ per volta la cosa si strutturava ed il gioco divenne progetto.

Molti di noi avevano bisogno di una casa. Chi perché la famiglia cresceva, chi pensando alla pensione, per avere un piccolo alloggio confortevole, sano ed accogliente, in un contesto solidale dove poter invecchiare in tranquillità.

Si fece circolare la voce tra amici e conoscenti, fu indetta un’assemblea e la cooperativa “Bovisa la casa ecologica” si costituì.

A noi sembrava tutto irreale, sembrava di vivere in un sogno, ma il fatto di essere in un gruppo di amici dava sicurezza ed anche un senso di follia e di intraprendenza collettiva.

Ci appoggiammo, per la parte fiscale ed amministrativa, al Consorzio Acli mentre alcuni di noi, soci fondatori, insieme al giovane architetto che frequentava le nostre riunioni del lunedì e che fu poi l’artefice del progetto definitivo, fantasticavamo su incredibili ed improbabili realizzazioni. Il tetto a prato, l’acqua piovana convogliata nel corrimano delle scale che avrebbe dovuto alimentare una fontana posta a piano terra, pannelli esterni per proteggere dal caldo in estate e dal freddo in inverno ed altre innumerevoli innovazione allora del tutto pionieristiche.

Non avevamo un terreno dove poter costruire, per cui passavamo dall’idea di piccole palazzine, al massimo di tre piani, con al centro una corte con spazi comuni, a quella di ristrutturare vecchi edifici. Tutto era possibile in quel momento! Più volte, la domenica mattina, siamo andati in gruppo in giro per il quartiere in cerca di un posto che potesse andare bene!

Nell’estate del 1991 il luogo venne trovato, sul mercato libero e non come speravamo su un terreno comunale dove poter accedere a qualche convenzione agevolata.

Era un’area di circa 10.000mq tra via Baldinucci e via Candiani, dismessa da ribalta per autotrasportatori ma che, in un passato glorioso, era stata la sede della Milano Film e dell’Armenia Film.

Il costo dell’area era molto elevato. I soci della cooperativa avrebbero dovuto, per poter acquistare il terreno, versare immediatamente una quota in proporzione alla metratura richiesta per l’appartamento che prenotavano. La nostra Cooperativa da sola non avrebbe mai potuto affrontare una simile spesa, i nostri sogni si infrangevano non appena si passava alla realtà economica!

Si era costituita da poco, in quartiere, un’altra cooperativa, “Bovisa 90” si chiamava, probabilmente con le nostre stesse necessità e gli stessi problemi, così unimmo le forze e nacque la Cooperativa “Bovisa 90-La casa ecologica”. Nonostante questa unione, la decisione di acquistare quel terreno fu comunque molto sofferta, la paura di sbagliare e la responsabilità che il presidente della cooperativa si assumeva erano notevoli. Ma alla fine la grande decisione venne presa ed il terreno acquistato!

L’area era in uno stato di degrado inaudito. Immondizia e topi dovunque, mentre i capannoni cadenti erano rifugio per poveretti senza dimora e spacciatori. Da quel momento comunque avevamo un luogo e si poteva cominciare a lavorare su un progetto concreto, ma a Milano scoppiò lo scandalo tangentopoli e tutto divenne terribilmente complicato!

Ci vollero molti anni prima di riuscire a partire con i lavori. Anni per avere il cambio di destinazione d’uso dell’area, anni in cui il progetto dovette essere rivisto più volte per avere l’approvazione della commissione edilizia.   Si effettuarono, nel frattempo, le demolizioni dei capannoni esistenti all’interno del muro di cinta per eliminare almeno la situazione di degrado e pericolosità.   Quando finalmente nel 1998 tutto era pronto e si iniziarono gli scavi, ci trovammo davanti un nuovo problema imprevisto, la bonifica del terreno, ricordo del passato anche industriale di quel luogo. Questo ci portò un ulteriore ritardo nella costruzione oltre ad un notevole danno economico.

I lavori ripresero ed il palazzo cresceva e con lui il nostro desiderio di vederlo finito, di poterlo visitare al suo interno perché dopo 10 anni di progetti, fantasticherie, discussioni interminabili, paure ora si avvicinava il momento di vedere il risultato di quella che era nata come una grande e folle avventura. Nella primavera del 2001 gli appartamenti furono pronti per essere abitati!

Che emozione quando ci consegnarono le chiavi della nostra nuova casa! Quando aprimmo la porta tutto era luminoso! La grande porta finestra del soggiorno, rivolto a sud, si apriva sul grande terrazzo coperto e studiato in modo che la luce del sole in inverno potesse entrare, riscaldare ed illuminare l’ambiente mentre in estate rimanesse al di fuori della stanza consentendo così di mantenere una temperatura meno calda. L’esposizione nord-sud del palazzo garantiva inoltre un perfetto ricambio d’aria. Tutto in questa casa era pratico, funzionale e sano.

Per la costruzione erano stati usati mattoni pieni senza radom, per le pareti pitture naturali o calce, l’impianto di riscaldamento a pannelli a bassa temperatura e la caldaia a condensazione, l’impianto elettrico a stella e con disgiuntore per eliminare i campi magnetici.

Nel palazzo non vi erano barriere architettoniche, ma c’erano invece due sale comuni a piano terra da usare per momenti ludici, culturali e conviviali.

Erano passati tanti anni da quando il terreno era stato acquistato ed ancora di più da quando quella sera, per gioco, avevamo scherzato su questa idea. Non tutto quello che avevamo in mente riuscimmo a realizzarlo per i costi o perché la legge italiana ancora non lo consentiva, ma comunque questo palazzo è una bella realtà e noi ne siamo profondamente orgogliosi.

Altro motivo di orgoglio è il Parco che è stato progettato e realizzato unitamente al palazzo e poi ceduto al Comune come oneri di urbanizzazione.

Nel parco vi sono due laghetti circondati da una staccionata di legno. Al centro di quello più grande vi è un getto d’acqua e vi nuotano della carpe che servono a distruggere le larve degli insetti. Molte persone purtroppo vi abbandonano in continuazione le tartarughe quando, finito il primo momento di interesse, sono stanchi di averle in casa e non sanno come liberarsene, causando così problemi all’equilibrio di questo specchio d’acqua. Lo scorso anno vi si sono fermati degli aironi cenerini mentre questa primavera alcune anatre sono rimaste, per almeno una settimana, a riposare durante la loro migrazione e sono state oggetto di grande curiosità per grandi e piccini.

Nel parco vi sono giochi per bambini, il prato è regolarmente tagliato ed irrigato, gli alberi sono cresciuti rigogliosi ed i cespugli ed il canneto potati ad ogni stagione. Il parco viene aperto e chiuso con orari prestabiliti a seconda delle stagioni ed è vietato introdurre animali per preservare la pulizia del prato. E’ bellissimo vedere moltitudini di bambini correre e giocare mentre le madri stendono teli sotto gli alberi ed i piccolissimi gattonano nel prato rasato e pulito come un tappeto.

Questo giardino, con ingressi da via Baldinucci e da via Candiani, è stato aperto al pubblico nel giugno del 2005. E’ di proprietà comunale ma è gestito e curato dal condominio fino al 2015, data di scadenza della convenzione col comune.   Il suo futuro è un’incognita. Occorre trovare una soluzione perché non vada perduta questa ricchezza per il quartiere e credo unica realtà a Milano.

Non sempre le persone si servono di questo giardino nel modo migliore. Molti ragazzi grandi ed anche adulti usano i cavallini, i dondoli e le altalene pensati per i piccolissimi, rischiando di romperli, non sempre viene rispettato il divieto di dar da mangiare ai pesci ed in questo modo viene vanificata la funzione per cui sono stati messi nel laghetto. Spesso i vialetti vengono rovinati dalle palette dei bimbi a cui viene permesso di usarle come se fossero in spiaggia. Il flusso dell’acqua del laghetto più piccolo viene bloccato da sassi e le piccole piastrelle a mosaico colorate dei muretti vengono staccate per giocare.

Anche per questo occorre valorizzare questo giardino, magari facendolo diventare un luogo dove fare educazione civica ed ambientale con i bambini ed i ragazzi delle scuole del quartiere, per abituare al bello ed al rispetto del bene collettivo le nuove generazioni e non solo.



 
 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

Prurito

(Gianni Caimi)

 

Dedicato ai miei docenti e a tutti i compagni di corso che pazientemente hanno supportato e soprattutto sopportato questo tentativo di narrativa.

 

Non sempre gli avvenimenti sono come si manifestano.

Neppure come vogliono farceli apparire. Sono semplicemente

come li percepiamo.

(anonimo bovisasco)

 

Ogni volta che Diego passava davanti al bar della Fontana avvertiva uno strano formicolio pervadere il suo corpo.

Era una sensazione piuttosto sgradevole, fastidiosa al punto che cedeva quasi sempre alla tentazione di grattarsi furiosamente.

Questo senso di disagio sembrava localizzato in ogni cellula del suo organismo e la cosa lo metteva in una situazione molto seccante, perché l’istinto irrefrenabile di strofinare freneticamente ogni parte della propria persona era piuttosto imbarazzante.

Verrebbe spontaneo pensare, perché non cambia strada dato che in effetti il tragitto dal garage alla propria abitazione si allungava percorrendo quel tratto di via?

Il motivo c’era, eccome se c’era.

Si chiamava Joceline.

Era una ragazza mora dai lunghi capelli ondulati e corvini che a Diego piaceva da impazzire.

Vendeva articoli da regalo e svolgeva la sua attività in un piccolo negozio adiacente al bar della Fontana.

Purtroppo a causa di quel maledetto inconveniente non era mai riuscito ad attirare la sua attenzione.

A essere sinceri l’attenzione l’aveva attirata fin troppo.

Non capita tutti i giorni di vedere un tipo brufoloso e goffo che si gratta come uno scimmione tarantolato essere inseguito da un’orda di ragazzini schiamazzanti, il tutto accompagnato da un rossore cardinalizio che dilagava inclemente sul suo volto in balia di ogni sorta di tic.

Che speranza poteva avere quello che ormai era diventato lo zimbello del rione di aver successo con la bella Joceline?

Aveva provato con ogni tipo di pomata.

Nessun farmaco riusciva a risolvere quello che era ormai diventato l’incubo della sua esistenza.

Si era inutilmente sottoposto a ogni tipo di esame, niente da fare.

Come ultima spiaggia rimaneva una sola cosa da tentare, sperare nel miracolo portentoso quanto poco probabile di un mago.

Trovarne uno non sarebbe stato un problema, non c’era che l’imbarazzo della scelta.

L’idea non gli andava molto a genio.

Diego non credeva a quel genere di cose, ma la situazione era ormai diventata insostenibile e, piuttosto riluttante, si mise alla ricerca di un guru in grado di risolvergli il problema.

Fu allora che iniziò il suo vero calvario.

OCCORAT, AMETANA, ALLEY, ARUTAGERF per citarne alcuni.

Nomi altisonanti a cui fecero seguito raggiri e fregature a dir poco mortificanti.

Gli improduttivi espedienti suggeriti e purtroppo messi in pratica da quella che potremmo definire un’associazione a delinquere ebbero come unico risultato quello di peggiorare fisicamente e moralmente la sua situazione.

Nel giro di pochissime settimane il suo stato fisico ma soprattutto psicologico si stava ormai avviando inesorabilmente verso un punto di non ritorno.

Come ciliegina sulla torta, dato che le disgrazie viaggiano sempre in compagnia, anche le sue finanze, a causa delle parcelle piuttosto pepate di quei farabutti ciarlatani cominciarono a dare segni di squilibrio.

Non parliamo dell’aspetto fisico.

A causa di cataplasmi e pozioni di dubbia efficacia e, soprattutto, provenienza il suo povero corpo si ricopriva sempre più di vescicole e pustole maleodoranti.

Diego puzzava come un dromedario sudato alle due del pomeriggio...

Il prurito iniziale era diventato un lontano ricordo.

Se prima faceva ridere tutti quelli che lo incrociavano, ora spaventava i bambini che non lo rincorrevano più sbellicanti, ma si rifugiavano intimoriti fra le gonne delle madri.

Un improvvisato comitato di quartiere propose perfino di instaurare delle ronde da posizionare nei punti caldi, asili nido e scuole elementari…

Ci fu qualcuno che ritenne persino opportuno l’intervento della Protezione Civile.

Il fatto era che il nostro eroe, nonostante il mondo gli stesse crollando addosso, si ostinava a passare davanti al negozio della sua adorata tutti i giorni e, sbirciando all’interno, sperava di incrociare il suo sguardo nella illusione di un riscontro positivo.

Più passavano i giorni più la situazione assumeva aspetti tragicomici.

Infatti, se i primi giorni, quando i loro sguardi si incrociavano, trapelavano timidi e ammiccanti sorrisi di intesa, purtroppo, col passare del tempo, le reazioni della sua amata si trasformavano gradualmente in risatine, sghignazzi, sberleffi e fragorose risate, evolvendosi infine in disgusto e paura misti a quello che si potrebbe tranquillamente chiamare terrore.

Ma il peggio era in agguato e da lì a poco si sarebbe manifestato in tutta la sua devastante mostruosità.

Come tutte le cose spiacevoli e negative iniziò in sordina.

Lui, inconsapevole, era perseguitato non dal destino ma da una diabolica macchinazione ordita a sua insaputa.

Lui non era vittima del fato ma di quello che fin dalla sua adolescenza aveva considerato un amico.

Giuseppe Piccolo, detto il Beppe.

Bello, ricco, sufficientemente antipatico ma in compenso parecchio pirla.

L’esatto opposto di Diego.

E, sfortunatamente per il nostro prode ma sfigato Diego, morbosamente invaghito e tenacemente respinto della bella Joceline.

Applicando la regola aurea in amore nessuna pietà, niente prigionieri, Beppe non esitò un solo istante a mettere in pratica un diabolico piano per sbarazzarsi dell’ignaro rivale.

Venuto a conoscenza dei problemi dell’amico, approfittando della situazione e sfruttando la loro antica confidenza, si prodigò per aiutarlo.

Lo convinse del fatto che il suo carattere bonario e accondiscendente lo aveva esposto ai subdoli raggiri di personaggi loschi e scellerati, ovvero maghi da quattro soldi a cui si era rivolto.

Ora tutto sarebbe cambiato.

Ci avrebbe pensato lui, il suo caro amico Beppe, a risolvere tutti i suoi problemi.

MAGO ADREM al secolo Vincenzo Cannizzo.

Ecco la soluzione!

Colui che avrebbe azzerato alla radice tutte le negatività accumulate negli ultimi tempi.

Sfortunatamente Adrem, il mago, essendo debitore nei confronti del Beppe, fu costretto ad esercitare in maniera poco ortodossa la sua, chiamiamola missione.

“Lui ti condurrà fuori dal tunnel.”

“È molto in gamba. Sa il fatto suo.”

“Ha risolto positivamente casi molto più complicati del tuo.”

Queste e altre forme di lavaggio del cervello sapientemente architettate dai due compari spinsero Diego ad accettare i loro consigli.

Gradualmente e subdolamente convinsero la loro vittima che stava perdendo il suo tempo dietro a una che non meritava tutto l’interesse che lui le attribuiva.

Gli fecero credere che la ragazza, oltre che non nutrire nessun interesse nei suoi confronti lo snobbava e provava un gran gusto a ignorarlo.

Al fine di rendere ciò credibile, addussero prove inconfutabili, basate su testimonianze di persone di cui loro avevano la massima fiducia e notoriamente attendibili.

Niente di più falso.

In realtà Joceline nel profondo del suo cuore, pur non ammettendolo, pensava che quello squinternato ragazzo alla fine con qualche ritocco forse non era come appariva.

Certo ultimamente l’aspetto non era molto promettente.

Il suo istinto femminile e materno sentiva che sotto quelle apparenze decisamente negative si nascondeva una ben diversa realtà.

Purtroppo i giochi erano ormai fatti.

Diego profondamente amareggiato e a questo punto incapace di reagire si lasciò completamente andare alla deriva.

A nulla valsero i tentativi delle poche persone che credevano ancora in lui di farlo rientrare nel mondo reale.

Fu allora che finalmente intravide in fondo al tunnel, quel tunnel dove chi credeva un amico lo aveva fatto precipitare, la pace e la serenità tanto agognata.

Una sagoma bianca si stava avvicinando senza fretta verso di lui.

Lentamente prese forma una figura imponente, vestita di bianco, che raggiuntolo, gli appoggiò delicatamente una mano sulla spalla, pilotandolo dolcemente verso un mondo privo di ogni forma di bruttura.

Questo vide Diego.

Non si curò minimamente di quello che videro gli altri: una corpulenta infermiera che camminava al fianco di un’esile figura provata nel corpo e nello spirito, ma finalmente felice.

 

Ogni avvenimento ha sempre un secondo risvolto.

Non è detto però che sia migliore del primo…

...dipende dai punti di vista.

 

Indubbiamente l’artigianale congegno ideato da Diego allo scopo di svegliarlo in tempo utile e consentirgli di presentarsi al lavoro in orario, evitandogli l’ennesimo richiamo scritto, funzionava.

Luci accecanti, sirene urlanti e nebulizzatori automatici di essenze pestilenziali avevano come unico scopo quello di buttarlo giù dal letto.

Giuseppe Piccolo, il caporeparto, che s’incazzava come una belva ogni volta che Diego lo chiamava l’Emmerdeur (rompiballe) nomignolo con cui lo chiamava la moglie francese, (soprannome di cui era venuto casualmente a conoscenza a una cena di lavoro) gli aveva dato l’ultimatum.

Se si fosse presentato ancora una volta in ritardo non lo avrebbe più coperto con il capo del personale, il dott. Vincenzo Cannizzo, soprannominato dalle maestranze “la merda” al fine di fargli appioppare una multa, o ancor peggio una sospensione.

Ma non era come pensate voi.

Se qualcuno crede che Diego abbia messo la testa a posto, lo devo informare che sta prendendo un grosso abbaglio.

Non aveva nessuna intenzione di farsi vedere al lavoro.

Il motivo di tanto zelo stava nel fatto che quella mattina la sua vita sarebbe radicalmente cambiata.

Non doveva assolutamente perdere l’aereo.

Aveva in tasca due biglietti di solo andata per il sud America.

Destinazione Puerto Escondido.

Lontano da tutto e da tutti.

In particolare dall’Emmerdeur.

Il taxi pazientemente aspettò l’arrivo del secondo passeggero: una francese dai lunghi capelli ondulati e corvini.

 

FINE

 

Via Candiani, oltre via Varé

 

Google Earth

(Cristina Cavallini)

 

Quando in Bovisa c'era ancora la vecchia stazione, l'ultimo tratto di via Candiani, oltre via Varé, dove ora hanno fatto il parcheggio, sembrava tanto lungo. C'era un campo di erbe alte e incolte sul lato destro della strada, dall'altra parte muri di cinta, più o meno come ora.Di sera, in inverno, faceva un po' paura percorrerlo, perché era molto solitario; uno sperava che intanto si fermasse un treno e portasse un gruppo di passanti.Una sera di tanti anni fa di là passò una ragazza e anche a lei sembrava tanto lungo quel tratto di strada.Fu così lungo che lei non arrivò alla fine, la sua vita si fermò nel campo dell'erba alta. Mi piace ricordarla, e mi piace pensare che lei, vedendo il quartiere dall'alto, come da Google Earth, sia contenta di questo nostro lavoro sui destini che si incrociano e si diverta con noi a seguirne i fili e a ricomporrerne i percorsi, ritrovando un suo posto, in nostra compagnia.  

 

Via Baldinucci, 18

 

Il primato
(Angela Colombo)

 

Tutti i giorni attraverso il giardino condominiale che circonda la mia abitazione come un percorso obbligato per uscire dal mio guscio. Non ho mai indugiato sulla bellezza naturale di questo minuscolo paesaggio. Fino a ieri pomeriggio, quando, con la mia nipotina Martina, è diventato il mondo in cui siamo state felici. Abbiamo cominciato con il fare le bolle di sapone che seguivamo con il naso all'insù, indicandone col dito la direzione. Abbiamo poi fotografato il cielo, disegnato da quei palloncini variopinti che si libravano in aria. Il nostro sguardo dal cielo si è posato sul tappeto di margherite, ai nostri piedi. Così abbiamo riempito un vaso di terra e abbiamo trapiantato tre piantine, per farne un giardino in miniatura da mettere sul nostro balcone. La gioia cresceva dentro di noi e abbiamo fatto il gioco di chi, ridendo, riusciva a far ridere l'altra. La risata da giocosa è diventata spontanea e contagiosa, al punto di non riuscire più a trattenerla. A fine giornata ci siamo contese il primato di chi si sentisse più felice: per Martina era lei la vincitrice. Su un immaginabile podio, se Martina era al posto più alto io ero al settimo cielo.

 

 

Fermata autobus 82, piazza Dergano

 

Curiosità su un velo

(Angela Colombo)

 

Alla fermata dell'autobus n. 82 mi si avvicina una giovane signora con in testa il velo, che mi chiede indicazioni su una certa via.

Non conoscendo bene la zona, le dico che ero dispiaciuta ma non potevo aiutarla.

Mi accorgo, però, che un poco più in là c'è un dipendente dell'ATM, riconoscibile dalla divisa, e le suggerisco di rivolgersi a lui, così da avere un'informazione precisa.

Colgo sul suo viso una smorfia di disagio, ma non do peso e insisto perché si faccia aiutare dal tipo dell'ATM.

Un po' delusa e insoddisfatta, si allontana.

Rimango sconcertata e intanto arriva l'autobus.

Per tutto il tragitto i miei pensieri si intrecciano: perché non si è rivolta a lui? Forse non sono stata chiara? Che cosa ha capito?

Improvvisamente mi viene un'intuizione legata all'immagine del velo.

Nella mia mente si insinua subito il pregiudizio: non ci posso credere, ma comincio a pensarlo, che chi porta il velo non possa rivolgersi a una persona sconosciuta di sesso maschile.
Incuriosita sono spinta dalla voglia di documentarmi, per capire se è una questione di religione, di tradizione o altro.

Dell'episodio del velo parlo con Fiorella, una compagna di corso, che mi consiglia un libro, “Porto il velo, adoro i Queen di Sumaya Abdel Qader. Il giorno successivo mi precipito in biblioteca dove sono sicura dell'aiuto di Francesco, il responsabile della biblioteca, che mi conferma che per la mia ricerca il libro consigliatomi è più che esauriente e gentilmente me lo procura.

Inizio a leggerlo e la mia mente piano piano lo divora.

Sulinda, la protagonista, come la signora incontrata alla fermata del bus, porta il velo ed è musulmana. Troverò sicuramente la risposta alla mia domanda: perché la signora si è comportata in quel modo? Era forse vittima, come donna, di un conflitto tra il desiderio di contatti umani, a prescindere dal sesso, e l'imposizione di qualche maschio della famiglia a non avvicinarsi ad altri uomini? Nei dettami del Corano esiste una tale prescrizione?

Man mano che leggo mi rendo conto di non conoscere quasi niente della religione musulmana e quel poco che so lo so a un livello elementare, come il tema del Ramadam del mese di digiuno interrotto al tramonto. A malapena sapevo che i musulmani non bevono alcolici, non mangiano carne di maiale e non fumano.

Ho preso coscienza della mia assoluta ignoranza, leggendo che il velo si mette all'arrivo del primo ciclo mestruale per segnare il passaggio da bambina a donna, che si dovrebbe evitare di partecipare a feste non islamiche e di entrare in un bar, che il matrimonio islamico è un contratto facile da annullare, che il novanta per cento dei musulmani è sunnita e il restante dieci per cento sciita.

Vado pazza per gli antipasti e mi viene l'acquolina in bocca al pensiero della varietà dell'arte culinaria araba con piatti a base di ceci, delle insalate di prezzemolo, grano, pomodori e limone, dei ripieni di foglie di vite con riso.

Non mi sono mai posta, in maniera approfondita, il problema delle prescrizioni di questa religione e scopro che il Corano o Sunna non vieta alle donne di guidare, non le obbliga a vestirsi di nero e coprirsi il viso. Eppure in certi paesi islamici è così. Una contraddizione, ma d'altra parte anche la religione cattolica è piena di contraddizioni. Prendiamo, per esempio, uno dei dieci comandamenti, "non rubare". Ormai in questo periodo è all'ordine del giorno che politici e non politici rubino senza conoscere la vergogna. Al di là della questione morale, quel che più sconvolge è che la maggior parte di loro, parlo dei politici, si professa un buon cattolico.

Riguardo alla cattiva informazione che circola in Italia, prendo atto che Jihad non significa guerra santa ma "sforzo e, in ambito religioso, sforzo sulla via di Dio" inteso come sano impegno quotidiano. Che Fatwa non significa maledizione ma "editto conseguente al parere di un giurista". Insomma se ho capito bene corrisponderebbe a "chi sbaglia paga".

Dalla mia ricerca non ho avuto la risposta che cercavo. Tuttavia la signora con il velo, incontrata per caso, non saprà mai quanto il valore della sua diversità mi abbia aperto una piccolissima finestra (per dirla alla Julio Monteiro Martins) su un mondo a me comple- tamente sconosciuto.

 

 

Via Baldinucci, 76

 

Taralli "La Bovisa"

(Angela Colombo)

 

Filmato

All'interno di un appartamento la moglie dice al marito: "Ciao, vado al corso di scrittura creativa" e guardando l'orologio aggiunge: "Mamma mia! Sono in ritardo".

Prende la borsa ed esce.

Rimasto solo, il marito apre la dispensa in cerca di qualcosa che non trova.

Innervosito, si sdraia sul divano.

Stazione ferroviaria della Bovisa.

Un uomo agitatissimo scende dal treno. Si guarda intorno e con un'aria piuttosto confusa cerca l'uscita.

Con passo energico percorre diverse vie del quartiere segnate dal passato: fabbriche dismesse, un arco con la scritta dell'ex Armenia Milano Film, una storica fontana contro la quale, vuoi per la concitazione vuoi per il buio, va a sbattere. Perde l'equilibrio e vi finisce dentro.
Inzuppato dalla testa ai piedi cerca di orientarsi e si accorge di aver superato il numero civico che cercava in Via Baldinucci.

Torna indietro, davanti al n. 76, entra nella sala riunioni della biblioteca, dove i partecipanti, compresa la moglie, stanno facendo una pausa attorno a un tavolo apparecchiato con ogni bendiddio: torte, taralli, dolci libanesi, focacce.

Bagnato fradicio, come un ladro si intrufola tra le persone che, tra un boccone e l'altro, stanno piacevolmente chiacchierando, scambiandosi opinioni sulla lezione, su letture di vari libri e su vicende della giornata.

Lui, lasciando tutti esterrefatti, si fionda sul tavolo, afferra il sacchetto dei taralli che la moglie aveva portato da casa per condividerli con i suoi compagni di corso.

Soddisfatto per essere riuscito ad arrivare in tempo, prima che venisse aperta la confezione, torna a casa con il suo bottino.

 

Svegliandosi in un bagno di sudore, come d'incanto, si riprende dall'incubo alla vista dei taralli La Bovisa appoggiati lì sul tavolino vicino al divano.

Taralli La Bovisa dal sapore che sfida lo spazio e il tempo.

 

 

Via Catone, 2

 

Tarcisio

(Angela Colombo)

 

Tarcisio è la statua di se stesso. Un colosso, alto quasi due metri, senza un'età come un dio greco.

Ma non è questo il suo aspetto più singolare. Tarcisio veste sempre nello stesso modo in ogni stagione dell'anno. Cappotto, golf e pantaloni pesanti fissati alle caviglie con delle mollette da bucato e, a detta della sorella, sotto questa montagna di roba porta sempre un pigiama di flanella.

Imbacuccato fino ai denti, tutte le domeniche inforca la sua storica lambretta, parte dal suo paese della Brianza e viene a far visita alla sorella, mia vicina di casa.

La cosa più bizzarra del suo abbigliamento da "centauro" è il passamontagna, che non toglie nemmeno quando prende l'ascensore. È un miracolo se ancora nessuno, incontrandolo, non sia morto di spavento. Sembra che in passato sia stato ricoverato in un ospedale psichiatrico per le sue stranezze che non ha mai abbandonato del tutto.

Abita da solo in una grande villa dove ha sempre vissuto con i genitori.

Data la sua passione maniacale per ogni ramo dello scibile, la sua casa è diventata una discarica di libri, di giornali e di riviste di ogni genere che aumentano di giorno in giorno.

A parte lui, qualsiasi altra persona dovrebbe dotarsi di una mappa per riuscire a muoversi da un locale all'altro fra i cumuli di carta che nascono e si riproducono a ogni angolo della sua abitazione.

Tarcisio passa il suo tempo libero a studiare e consultare questa marea di parole mute, che assimila nella sua lenta, inesorabile metamorfosi in enciclopedia vivente.

Fra le sue tante competenze, sa parlare in latino con la stessa scioltezza con cui parla in italiano. Da latinista puro, insegna in un liceo classico. Anche Tarcisio, però, ha il suo tallone d'Achille. Non conosce o si rifiuta di conoscere le regole dell'economia.

Tarcisio ha una visione del mondo che sfugge al culto del "dio denaro". Nel suo animo c'è posto solamente per la Conoscenza, unico suo nutrimento.

Per lui il peso del denaro è così insostenibile da spingerlo a liberarsene, lasciando il fardello a chi vive nella "normalità".

Sfido ognuno di noi a dare in beneficenza un vasto patrimonio, non solo terriero, ereditato dai genitori come ha fatto Tarcisio.

Per vivere, a modo suo, con leggerezza.

 

 

Via Maffucci, 34

 

L'eredità

(Angela Colombo)

 

Con l'avvicinarsi della sera un raggio di luce illumina tutto ciò che mi circonda: tante cose, troppe, inutili a raccontarmi per quella che sono.

Esito ad aprire l'armadio, che è zeppo di abiti, scarpe e gioielli acquistati quando mi preoccupavo di "dover essere", e non mi ascoltavo.

Adesso le mie amiche mi dicono che non mi vesto, ma mi copro, come d'altra parte facevo quando ero bambina, felice solo di stare con gli altri e incurante di come ero vestita.

La riacquistata consapevolezza di me stessa la devo a mia madre, dopo la sua morte.

Reduce dalla guerra, si riscattò da tutte le privazioni passate comprando qualsiasi cosa e accumulandola gelosamente negli anni, convinta che il suo possesso significasse serenità. Il dolore per la perdita di mia madre fu accompagnato dalla lotta fra il rispetto del suo culto per la roba e il mio per l'essenzialità.

Con sofferta riluttanza cercai di distribuire la maggior parte delle cose a persone che le riutilizzassero, prolungandone così la loro vita e in cuor mio anche quella di mia madre.
Da questa triste esperienza è riaffiorata con forza la mia natura. Mi sono liberata del superfluo, per conservare poco più dell'essenziale, in particolare le chiavi di casa per aprire ai contatti umani.

 
 

Via degli Imbriani

 

Storia di una donna finita al Pronto Soccorso

(Angela Colombo)

 

Una signora di mezza età stava aspettando il tram 2 alla fermata di via degli Imbriani, quando le si è avvicinata una donna dall'aspetto trasandato, che spingeva un carrello con dentro di tutto. Esagitata, imprecava per l'eccessivo ritardo dell'autobus.

Nell'attesa, si sono uniti alle sue vivaci proteste un ragazzo con un braccio ingessato e un non vedente con il tipico bastone bianco alto e stretto.

All'arrivo del tram la gente cercava di salire, spingendosi l'un l'altro.

Nella concitazione il cieco ha urtato il ragazzo, che a sua volta è andato addosso alla donna sempre più infuriata.

Un delirio di insulti fra i tre. La donna inveiva contro il ragazzo, il ragazzo contro il non vedente e questi contro tutti.

La signora di mezza età, nel tentativo di calmare gli animi, cercava di difendere il cieco: "Abbiate pazienza, non ci vede!".

Non l'avesse mai fatto!

Il cieco che cieco non era, se non per l'abbaglio del bastone, ha cominciato ad aggredire la signora, dapprima verbalmente: "Cieca sarà lei" e poi fisicamente, dandole delle pesanti bastonate.

A un certo punto è arrivata l'autoambulanza che ha portato la benefattrice al pronto soccorso, dove è stata medicata in tutte le parti del corpo.

L'interpretazione di questo episodio di cronaca potrebbe essere: "Far del male è peccato, ma far del bene è sprecato".

 

 

MM3, stazione Maciachini, piazzale Maciachini

 

Cantante in metrò

(Dan Shen)

 

Chissà quando è cominciata l’abitudine di fare un po’ di “spettacolo” nei vagoni del metrò, per guadagnare qualche spicciolo. C’è chi canta e chi suona uno strumento musicale; chi fa da solo e chi in un gruppo. Gli strumenti sono vecchi, sporchi e rovinati. C’è anche un bambino che ha un tamburello (o “piccolo tamburo”, che è un’altra cosa) con la pelle tenuta insieme dal nastro adesivo. I brani che vengono eseguiti sono quasi sempre O sole mio e Marcia alla turca, tranne intorno a Natale, quando si sentono di più Jingle bells e Astro del ciel. Si vede che gli “esecutori” lo fanno più per abitudine, per routine, che per un credo sincero nella musica. Riescono a suonare chiacchierando o cercando intorno qualcuno che abbia l’intenzione di offrire una monetina. La Marcia alla turca viene eseguita in mille modi stonati, con errori di note, di ritmo o, addirittura, con qualche nota mancante. Quando mi capita di assistere a queste situazioni, cerco di cambiare posto per evitare fastidio alle mie orecchie, così ben educate dagli esercizi dei miei insegnanti. Raramente capita che ci siano una o uno che suonano bene. Allora anch’io gli dò un paio di euro per ringraziarlo del piacere che mi ha dato.

Tra loro c’è una ragazza che non riesco a dimenticare dalla prima volta che l’ho sentita. Non posso dire che abbia una bella voce e neanche una buona tecnica di canto. Neppure, ovviamente, che abbia abiti belli e un bello strumento; inoltre il suo amplificatore è pieno di nastro adesivo. Però, quello che mi ha colpito è il suo modo di eseguire: ha sempre un bel sorriso sulle labbra e due occhi che brillano. Mentre canta, cerca lo sguardo dei passeggeri per comunicare. Quando lo trova, li guarda direttamente e con qualche piccolo movimento del sopracciglio, canta come se stesse facendo una conversazione con loro; guarda caso, io sto cercando d’insegnare la stessa cosa ai miei allievi! Quando lei non riesce a trovare una compagnia per “chiacchierare”, canta verso l’aria e lo sguardo mira molto lontano, come se fosse su un vero palcoscenico di un grande teatro. “Bessame, bessame muccio…”: la vibrazione della sua voce è molto calda e i suoi sorrisi sono così dolci. Gli occhi scintillano e ti fanno venir voglia di chiederle a chi sta mandando il suo sentimento. Dopo l’interpretazione, lei, come tutti quelli che fanno questo tipo di “lavoro”, tira fuori un cartoccio bianco dalla tasca e ci mette la mano in mezzo. In due secondi quell’aggeggio torna ad essere un bicchiere di Mc Donald’s. Passando da un passeggero all’altro, con la voce bassa e dolce, dice: “Per favore, un piccolo aiuto…”. Sulle sue labbra c’è ancora quel sorriso. Quando riceve qualche monetina, guarda il donatore e, non solamente con la parola ma anche con la luce degli occhi, muovendo le sopracciglia, dice: “Grazie di cuore” e poi cambia il vagone e ricomincia il suo canto dolce, il suo sorriso, la sua conversazione…

Quasi tutti i musicisti, la prima volta che si esibiscono davanti al pubblico, magari accompagnati da uno o più strumentisti e nonostante i begli abiti e l’ambiente di lusso, hanno un’immensa paura: non sanno dove posare le mani, dove possono guardare e soprattutto, non sanno che cosa stanno cantando, ovvero che cosa significa il testo.

Guardando il sorriso e la luce degli occhi di questa ragazza, e soprattutto quelle poche monetine in fondo al suo bicchiere di carta, io penso che sia molto coraggiosa!

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

Addio alla mia gioventù

(Dan Shen)

 

Ancora 3 fermate d’autobus e arriverò alla II scuola superiore della città.

 

Ho frequentato questa scuola dai 12 ai 17 anni. È una scuola come tutte le altre: un ingresso gigante che permette di entrare a duemila ragazzi in 15 minuti, un salone d’incontro enorme con un palcoscenico, due palazzi di cemento pieni di aule, cinque piani senza ascensore e alcune casette intorno, che sono le abitazioni di qualche insegnante. Una cosa particolare che rende questa scuola famosa e ha reso la mia gioventù felice è che possiede un campo sportivo regolare: 400 metri di pista per correre, con in mezzo un vero campo di calcio. Intorno c’è anche la zona per la ginnastica, con tutti i tipi di attrezzi, e quella per il basket e il volley. Proprio per questo, nella nostra scuola, tutti gli anni c’erano le gare importanti della città e della provincia. E noi, sentendoci i “padroni”, facevamo tanto esercizio per essere migliori dei nostri ospiti.

 

Ancora 2 fermate.

 

Oggi ci vado perché ho un appuntamento con i miei ex-compagni di scuola. Eravamo una dozzina di amici della stessa classe. Oltre che studiare otto ore al giorno insieme, facevamo anche spettacoli ed esercizi di vari sport. Siccome ad alcuni non potevo partecipare, per esempio il basket, allora facevo il capitano dei tifosi e urlavo a squarciagola: “Forza ragazzi! La nostra classe è la migliore!”. Che bel momento. Da quando non abito più in questa città, tutte le volte che ci torno, vado a visitare il campo sportivo con i miei ex-compagni.

 

Ancora una fermata!

 

Guarda: la sala da tè Profumo di montagna! Mi sembra di vederci ancora lì seduti a chiacchierare e chiacchierare. Negozio di caramelle! Chissà se c’è ancora quel tipo che mi piaceva tanto. Fruttivendolo! Era il mio negozio preferito. Ci si poteva trovare almeno dieci tipi di noccioline. Che bontà! E il boschetto? Qui deve esserci un boschetto! Quanti incontri segreti abbiamo avuto lì dentro! Quante volte abbiamo giocato a “I buoni e i cattivi”! E quante volte abbiamo studiato alla fresca ombra dei suoi alberi. Su un tronco di pino ho anche inciso tutti i nostri nomi e adesso, un grattacielo! Oh, no!

 

Eccomi arrivata. Non conosco più questa fermata: era in una stretta viuzza e adesso è su un vialone largo 30 metri. Comunque non è importante: adesso posso finalmente rivedere il mio campo e baciare il suo prato! Ma… forse ho sbagliato la fermata? No, questo palazzo è lo stesso in cui ho frequentato la scuola per 5 anni. Ecco la finestra da cui cercavo di guardare il campo senza essere scoperta dall’insegnante, per sapere se i ragazzi della nostra classe avevano vinto. E quel campo adesso dov’è?

 

- “Hi, ciao DD, come stai? – quanto tempo è passato – Ti ricordi ancora di me?”

- “Ragazzi, ragazzi, un momento per favore. Dove è andato finire il nostro campo?”

- “ È sotto i tuoi piedi.”

- “Cosa?”

- “Sì, questa strada. Non lo sai? Il nuovo preside ha venduto il campo a quello che ha costruito questa strada 15 anni fa e lui con quei soldi ha fatto costruire le abitazioni per gli insegnanti.”

- “Ma le gare di sport?”

- “Ovviamente non ci sono più. Ecco un altro vantaggio per il preside: non ha più bisogno di trovare continuamente un nuovo posto per i trofei dei vincitori, come faceva il nostro preside ai nostri tempi.”

- “Ecco perché da anni vedo sempre meno il nome della nostra scuola sulla lista dei vincitori delle gare. E i ragazzi di adesso dove fanno la lezione di ginnastica?”

- “Eccoli qua”, mi dice indicando un gruppo di ragazzi che corrono passando davanti a noi.

- “Lezione di ginnastica sulla strada? Oh no! Noi, e anche tanti altri la facevamo su quel campo!”

 

Non c’è più il prato verde del nostro caro campo sportivo, né quel fresco boschetto; per questo siamo andati nella sala da tè per chiacchierare. Ma anche il tè più buono del mondo non riesce a togliermi il cattivo umore. Non riesco a fare nient’altro che ricordare tutti i momenti belli legati a quel campo… Alla fine, ho deciso: - “Ragazzi, domani andiamo insieme da questo preside e glielo diciamo in faccia che lo odiamo! Lui ha venduto la nostra gioventù e anche quella dei ragazzi di oggi!”

 

 

Liceo Scientifico P.Bottoni, via Mac Mahon, 96

 

Durante una lezione di filosofia…

 

Cosmogonia cinese

(tradotto da Dan Shen)

盘古开天地

 

Tanto, tanto tempo fa, il mondo non esisteva ancora. L’universo era un ambiente buio con l’aria calda come l’interno di un uovo e non si capiva se era giorno o notte, né si aveva alcun punto di riferimento. Dentro quest’uovo è stato concepito un eroe: Pan Gu. Dopo 18.000 anni, l’eroe aprì gli occhi ma non vide niente. Per di più l’aria pesante lo faceva sentire male. Pan Gu fu arrabbiato. Toccando attorno a sé, trovò un’ascia. Lui prese l’ascia e diede un colpo fortissimo nel buio. Sentì un gran rumore: l’uovo era stato rotto. Le cose leggere e chiare volarono in alto e diventarono il cielo, mentre le cose pesanti e scure scesero giù e diventarono la terra.

Nonostante fosse soddisfatto del proprio lavoro, Pan Gu si preoccupò che il cielo e la terra potessero riunirsi di nuovo. Quindi si mise tra il cielo e la terra e li divise con il suo corpo; con la potenza da eroe allungò il suo corpo di trenta metri al giorno. Così il cielo fu sempre più lontano dalla terra. Dopo più di centomila anni, sapendo che il cielo e la terra erano separati definitivamente, Pan Gu lasciò andare il suo corpo esaurito e morì. Ma nel momento in cui morì, il suo occhio sinistro diventò il sole mentre il destro, la luna. Il suo ultimo respiro diventò i venti e le nuvole e l’ultimo suo grido, i tuoni. I suoi capelli e la barba, la via lattea; la testa, le montagne; quattro membra, i quattro punti cardinali; il sangue, i fiumi e i laghi; i tendini e le vene, le strade e sentieri; i muscoli, la campagna; i peli, le piante e gli alberi; le ossa e i denti, miniere e pietre preziose; il suo sudore, la pioggia e la rugiada. E da quel momento, il mondo fu costruito.

 

Via Amilcare Bonomi, 1

 

Racconti con la cruna

Prologo

(Giovanna Del Grande)

 

Alla vostra sinistra, affacciato su tre vie, potete osservare l’edificio squadrato con ampie aule dalle finestre giganti. All’interno, un cortile con due file di tigli e una palestra dal pavimento azzurro.

È la scuola elementare dei bei tempi.

Chi entra, percepisce spazio, molto spazio, al punto di raddrizzare la schiena al primo respiro, per affrontare i lunghi corridoi con passo solenne e testa alta.

Questa d’angolo è l’aula CUBO. Spesso, anche passando su strada, si sente risuonare all’interno una curiosa miscellanea di voci e suoni.

Ma… cosa fanno? Cosa dicono?

 

 

Via Amilcare Bonomi, 1

 

Racconti con la cruna

Filò

(Giovanna Del Grande)

 

Grotte, tipì, stalle, salotti aristocratici, vecchie e nuove aule scolastiche, cucine, stanze desolate, laboratori silenziosi; da millenni porto un filo interminabile che nessun taglio può interrompere.

 

Sento finalmente aprirsi la cerniera ed entrare aria in questo vecchio astuccio.

I pezzetti di gesso non si contano e hanno sporcato di colore rosa e verde tutti gli altri attrezzi.

Un groviglio di fili appallottolati mi trattiene: spilli, bottoni, ganci, ma, come sempre, nonostante il caos, a presentarsi al meglio sono “le forbici da sartina”.

Pare che senza di loro sia impossibile vivere. Sono precise e inesorabili soprattutto nel separare ciò che io ho unito.

Tutte le altre forbici sono impugnate dal manico, ma loro no, dalle lame!

Chi le usa è costretto a lavorare veloce, prestando la massima attenzione, col sopracciglio inarcato per meglio mettere a fuoco i punti da disfare.

 

Uscito da questo contenitore polveroso, io i punti li metto; decoro, rifinisco, unisco e qualche volta pungo.

Trovarmi, nella confusione non è facile per questo motivo, modestamente, sono trattato dai più esperti con una certa attenzione.

Tengo molto alla mia forma che orgogliosamente mantengo da circa 30.000 anni e mai potrò cambiare.

I giovani designer dovranno rassegnarsi!

 

Ho testa appuntita e coda forata, il mio elemento primordiale era l’osso, ora scivolo veloce tra la trama e l’ordito, grazie all’acciaio.

 

Lavoro a Milano, in una scuola di Dergano, un grande edificio degli anni '30 che ha visto passare centinaia di bambini e ora riceve solo adulti.

 

Oggi nell’aula CUBO è partito un nuovo corso e so che tante dita mi stringeranno nel tentativo di mettere insieme tessuti e sogni.

 

Aspiranti sarte e sarti, utilizzandomi, cercheranno di crearsi nuove possibilità di lavoro, momenti per raccontarsi o semplici attimi di solitudine rigenerante.

Tutto è possibile, anche se spesso mi chiedo da dove parta la spinta della mano per essere così unica e decisiva.

 

Il test d’ingresso ha inizio.

 

Finalmente uscito dall’astuccio, le prime dita ad afferrarmi sono quelle dell’insegnante. Dopo aver spiegato come potermi spingere al meglio, con tono di voce amichevole suggerisce al gruppo una sorta di tortura, probabilmente per creare una certa suspance: in pratica legarsi il dito medio e tenermi tra indice e pollice. Tutto questo aiuterebbe a sentire la mia posizione sul ditale.

 

L’unica a farsi una risata è una donna cinese, Jinmei, perché nel suo paese il ditale ha una forma leggermente diversa: è un anello, che appoggia alla seconda falange del dito medio e di conseguenza anche la mia coda. Il giochetto per lei è del tutto inutile, ma se non altro la diverte.

 

Alì, un ragazzo afgano che di cucito ne sa forse più di tutti i presenti, non fa una piega e infilando un filo rosso nella mia cruna, inizia una cucitura.

Il mio compito ora è di cucire con un punto di rifinitura al margine del tessuto, ma è anche quello di far fare bella figura ad Alì che, assunta la posizione del sarto, con presa decisa e massima concentrazione, mi fa procedere con armonia. Nell’avanzare percepisco nettamente la sua attitudine meditativa.

Sono certo che le sue mani lavoreranno giacche di Vicuña.

 

Terminata la rifinitura, con gentilezza, Alì mi passa a una giovane pakistana.

Accanto a lei siede la sorella maggiore, “la ricamatrice”.

Zeinesh mi prende tra le dita, ma la sua mano sudata e tremante mi fa pensare che tra poco cadrò a terra.

Fortunatamente si avvicina l’insegnante con un nuovo filo da inserire nella cruna e la ricamatrice è costretta a spostarsi, lasciando Zeinesh libera dal controllo.

Quanta fatica per trovare il punto giusto dal quale spingermi! Bisogna dirle al più presto che l’indice e il pollice non servono a questo, ma solo a tenermi stretto e darmi la giusta direzione e poi… il medio legato per lei è una vera tortura.

 

Bussano alla porta.

 

Con gesto stizzito, sono pericolosamente abbandonato sul tavolo, vicino alle “forbici da sartina” che stanno lì, nell'attesa di disfare.

Basta niente e sarò perso.

Jinmei mi vede, forse grazie al filo rosso, e con fare noncurante mi appunta sul puntaspilli… Sono salvo!

 

Entra Sara, una giovane nigeriana che si unisce al gruppo, guardando sospettosa il dito legato dei partecipanti.

 

La ricamatrice sfiora la mia cruna, si lascia scivolare il filo rosso tra le dita ma al termine lo blocca, lo sfila e lo getta a terra.

Dice di essere già esperta di cucito, lei desidera solo imparare a usare le macchine da cucire industriali, quelle veloci.

Lì l’ago non è spinto dalla mano e il pensiero si ferma solo alla ricerca della miglior tecnica da utilizzare per un lavoro preciso nel minor tempo possibile.

In seguito aggiunge che, già da bambina, il ricamo riempiva le sue giornate, anche se avrebbe preferito di gran lunga studiare.

 

Ora tocca a Sara. Senza nemmeno chiedere il perché di tante dita legate, si lega il medio, inserisce il filo rosso nella cruna e parte con un punto lunghissimo che io stesso non ho idea di dove possa portarmi. La sua mano è nervosa ma molto decisa, mi stringe al punto di stortarmi. La sua partenza lanciata a poco a poco si sta ridimensionando e pare stia capendo da sola come usare la mano e il ditale.

 

Terminato il filo, mi passa all’insegnante con fare soddisfatto.

Sara ha deciso. Lavorerà nella sartoria più famosa della città.

 

Nagwa, la donna egiziana, ha già pronta una gugliata che lei stessa ha tagliato, non vede l’ora di cucire. Ha difficoltà con il ditale, ma con me è un’autentica simbiosi. Il suo gesto è lento, la sua mano affusolata prosegue con fermezza e la cucitura, questa volta un’imbastitura, risulta molto ordinata e regolare.

Inserisce altro filo nella cruna e con estrema calma mi passa all’ultimo partecipante.

 

Luca, un ragazzo italiano che dice di non aver mai tenuto l’ago in mano, mi prende con timore ma, pare, anche con rispetto. Faticosamente procede con punti piccolissimi e storti fino a terminare il filo.

Devo ammettere che sarà forse necessario l’intervento delle “forbici da sartina”.

 

Il mio compito è terminato, con la punta inserita nel puntaspilli, torno nell’astuccio.

Il test proseguirà con la prova delle macchine da cucire, ma quella è tutta un’altra storia.

 

 

Via Amilcare Bonomi, 1

 

Racconti con la cruna

L’immagine di Maria

(Giovanna Del Grande)

 

Mi sono sempre chiesta per quale motivo, nella sartoria tradizionale, distinguono rigorosamente le mansioni femminili da quelle maschili.

Quel giorno Elena, l’assistente sociale, mi comunicò un appuntamento per le 10 del giorno seguente con un certo Carlos e aggiunse che avrei dovuto chiamarlo Maria.

 

Da Carlos a Maria il passo è breve.

 

Salutai Elena senza lasciar trasparire la mia perplessità mentre, dietro ai miei occhi, appariva Carlos con una folta chioma di capelli neri cotonata e vaporosa seguita da tacchi vertiginosi e fuseaux luccicanti. In pratica, l’icona della drag queen.

Il giorno seguente alle 9.45 bussarono alla porta dell’aula CUBO, era Carlos, anzi scusate, Maria.

Entrò, presentandosi, mi strinse la mano e, incontrando il mio sguardo, abbozzò un timido sorriso. Ebbi la sensazione che volesse scusarsi della sua presenza, così le chiesi subito di parlarmi delle sue aspettative riguardo al corso di sartoria.

Durante i colloqui, per meglio intrecciare i fili del discorso, mi piace l’idea di stare uno perpendicolare all’altro seduti all’angolo del tavolo, quasi coincidente con quello dell’aula CUBO.

Maria iniziò a raccontarsi parlandomi in portoghese che, cosa insolita, mi parve di capire alla perfezione. La conversazione era piacevole, quindi le chiesi di darci del tu, ma quando usi la seconda persona singolare devi scegliere… maschio o femmina? Andai così immediatamente a sbattere contro il mio dilemma. Carlos aveva mani da uomo con le dita ingiallite dal fumo di sigaretta e Maria un’acconciatura sobriamente femminile come l’abbigliamento e le sue movenze. Senza accorgermene mi trovai ad alternare maschile e femminile come una perfetta idiota.

Fortunatamente lei non ci fece caso o forse, intuendo il mio imbarazzo, continuò a parlarmi con tono amichevole.

Stavo sbagliando tutto, interpretavo la piccola borghese con tutte le sue ombre e i suoi tabù, mentre di portoghese non capivo più una sola parola. Per superare lo stallo, decisi di concentrarmi sul suo volto. Notai le rughe d’espressione, molte, sulla pelle avvizzita color ambra. I capelli erano raccolti, tinti di un anonimo castano, i denti mancanti e quelli malconci incorniciati da labbra perfette che parevano disegnate. Sulle ciglia un mascara leggero esaltava un dolcissimo sguardo femminile che emanava luce e lampi di dolore al tempo stesso.

Maria era tornata!

Ritrovando la calma, ripresi a capire quel che mi diceva; desiderava imparare a cucire molto bene per crearsi un lavoro indipendente. Il suo sogno era di fare riparazioni di abiti, come sua madre in Brasile, e così fu.

 

Dopo alcuni mesi di corso nell’aula CUBO, Maria comprò una macchina per cucire e iniziò con orli di tutti i tipi. In realtà le sue cuciture non erano mai molto precise, ma stirava divinamente.

Più ci penso e più mi convinco che la gentilezza era la sua arma segreta, ancor più del ferro da stiro. Il suo modo di parlare con calma e sorridere anche davanti all’errore era unico. Quando cuciva tutto le andava bene, ormai era al sicuro, a volte raccontava di quando era piccola altre di quello che capitava nell’orrendo condominio milanese dove viveva; storie di violenza inaudita che sempre la commuovevano.

Un giorno arrivò con gli occhiali scuri e stranamente si mise a cucire senza dire una parola. Notai che le sue mani tremavano e che il povero ago proseguiva sul tessuto quasi zigzagando. Durante l’intervallo decisi di chiederle cosa fosse accaduto. Maria tolse gli occhiali e disse: “Non ho dormito, nel mio condominio polizia tutta notte, tutti urlano”.

Avevo ascoltato altri racconti su quel posto che immaginavo come una lugubre torre di colore grigio scuro. Narravano di ladri, spacciatori, cattiveria e sadica arroganza. Mi feci coraggio e le chiesi il perché della sua notte insonne.

“In un monolocale hanno violentato una ragazza straniera per ore. Erano tanti, almeno sei”.

Non aggiunse altro e scoppiò in un pianto angoscioso che pareva sgorgare da un pozzo profondissimo.

Il dolore, uno solo, ci strinse come una corda fino a farci mancare l’aria per poi riprendere, insieme, a respirare.

Da quel giorno cucire accanto a lei fu come stare seduti sotto una quercia.

 

 

Giardini di via Trevi

 

Una donna, seduta sulla panchina ai giardini di Via Trevi, ricorda

 

Il rito della penna

(Giovanna Del Grande)

 

In estate la sera si usciva sempre in moto.

Quel martedì facemmo il solito giro: un saluto agli amici seduti sotto gli alberi ai giardini di Via Trevi e poi in Brera per una birra.

A fine serata, il mio cavaliere centauro mi accompagnò a casa e come spesso accadeva, si congedò con “il rito della penna”.

“Ora guardami”, mi disse. E non aggiunse altro, il che significava che sarebbe sfrecciato davanti a me con un’impennata da vero eroe, considerata la cilindrata della moto.

Inaspettatamente il rito mi sembrò serissimo.

La paura mi fece socchiudere gli occhi.

Fu l’ultima volta che lo vidi.

 

Via Carlo Montanari, 7

 

La porta

(Giovanna Del Grande)

 

Guardo verso il basso. Riflesso nella pozzanghera davanti a me appare l’arco dell’ingresso di una casa di corte.

 

Il mio sguardo entra nella pozza come in una caverna e subito rivedo la vecchia “Casa Mariuccia”.

 

Sul muro esterno pitture rupestri, tutti i segni lasciati dal tempo e dai cambiamenti; solchi decisi, sovrapposti uno all’altro, ma netti e puliti, anche se solo percettibili.

 

Mi vedo sul calesse attraversare l’arco, entrare nella corte dove l’albero di albicocche al centro in primavera era uno spettacolo per gli occhi e per il palato. Un’occhiata al fienile e poi esco, attraverso quella porta che da sempre ho visto murata.

 

 

Via Carlo Montanari, angolo via Enrico Cialdini

 

Muro

(Giovanna Del Grande)

 

Dalla finestra di casa Mariuccia osservavo spesso il muro di cinta della “FAMO”, fatto di mattoni rossi e intonaco scrostato. Oltre questo confine un grande spiazzo deserto.

Uomini entravano e uscivano, un tempo lavoratori, con passo lento dai cancelli, in seguito abitanti clandestini, frettolosamente attraverso brecce nascoste dalle sterpaglie alla base del muro.

Ora la ditta è demolita, rasa al suolo e il muro di cinta, abbattuto, non ha più nessuno da rinchiudere o proteggere.

 

 

MM3, stazione Dergano, via Carlo Imbonati

 

Percorso

(Giovanna Del Grande)

 

Aspettare il tram sul viale che collega l’hinterland a Milano è come trovarsi su un campo di battaglia, i rumori ti colpiscono da tutte le direzioni, non c’è scampo.

Quasi non sentivo lo sferragliare del 31 in arrivo sulle rotaie, distratta dal potente rombo delle motociclette che partono sincronizzate a semaforo verde, come fossero la cavalleria, seguite a ruota dalle auto immerse nell’assordante rumore di motori in ripresa.

Salgo sul tram, lancio un’occhiata veloce al solito posto, quello più defilato. È libero. Mi siedo, mentre cerco il libro nella borsa, la signora con il telefono cellulare in mano si avvicina pericolosamente e si ferma accanto a me. Costretta all’ascolto sento domande seguite da informazioni, risposte, supposizioni, il suo tono di voce si adegua di continuo al contenuto. Fosse una conversazione in una lingua a me sconosciuta potrei ascoltarne il suono, così, mi tocca tutto il resto.

Sono decisa a leggere, la riga però è sempre la stessa, come un mantra che a poco a poco si converte in un chiacchiericcio mentale fastidioso.

Di continuo la vocina metallica dell’annunciatrice ATM ricorda la fermata successiva, la prossima è la mia.

Scendere dal tram a Zara alle 8.30 del mattino è come entrare nel programma di centrifuga e più o meno il rumore del traffico te lo conferma. Mi butto subito, come inseguita, alle scale della metropolitana, tra scalpitii di tacchi alti e bassi inforco la scala mobile decidendo di fermarmi a destra e finalmente osservare per qualche istante gli altri che corrono a sinistra, ma già si avverte il suono modulare del metrò in arrivo, quindi… Ora faccio suonare i miei di tacchi!

La corsetta va a buon fine, le porte si chiudono sibilando alle mie spalle e si parte. Concentrarmi sui rumori del treno mi è sempre piaciuto, ma quelli del metrò sono più inquietanti, tanto che l’arrivo del fisarmonicista mi mette sempre di buon umore a differenza della cantante. È il suo repertorio che lascia a desiderare. Strani amori di primo mattino e per giunta amplificata, mi manda veramente in bestia!

Grazie al cielo oggi è il turno della fisarmonica. Esecuzione impeccabile! Fossimo in teatro applaudirebbero tutti, ma qui il successo si misura in altro modo. Presto attenzione al suono delle monete in offerta mentre cadono nel bicchiere di plastica del fisarmonicista, nella speranza che aumentino, lui suona davvero bene e in più non bada al tempo se non a quello necessario a completare il suo pezzo. Un vero artista.

Con l’ultima apertura e chiusura di porte, il vagone si è quasi svuotato. Cerco di individuare il passeggero più silenzioso, operazione difficilissima che richiederebbe un corso di formazione. Sbagliare posto ora significa non riuscire a leggere neppure una parola di quel bellissimo libro di poesie iniziato giovedì. Tempo fa sulla linea 1 un uomo e una donna, notando la mia concentrazione nella lettura, litigarono, lui le diceva di parlare piano e lei con voce stridula sosteneva che per leggere si va in biblioteca!

Con un mezzo sorriso, ripensando a quel battibecco, siedo accanto a un uomo cinese che sta dormendo; nella speranza che non russi apro il libro ascoltando il suono delle pagine che mi scorrono tra le dita per ritrovare il segno, ed ecco… lo stridio dei freni mi fa perdere il momento di compiacimento.

Apertura porte. Salgono tre donne con una decina di bambini vocianti. I bambini si sa mettono sempre allegria, ma ora, proprio ora! Le loro voci si aggiungono ai rumori di fondo, come un concerto di musica sperimentale alla John Cage e la mia acidità sale a dei livelli pericolosi, mi pare di udirne la sirena. Inaspettatamente sento scandire le parole della poesia. Eh sì… sto leggendo ad alta voce! Sempre meglio che prendermela con i cuccioli. Cala un silenzio da fiato sospeso e la voce, indipendente da me, nella lettura sale di tono.

 

Frenata – Apertura porte – Stazione di “Dergano”.

Scendo quasi volando ovviamente senza voltarmi e nella mia follia penso: “Dovrei proporre una carrozza biblioteca”.

 

 

Via Ugoni, 6

 

Colpo di fulmine

(Marta Fazi)

 

Avevo sedici anni, quando la vidi per la prima volta, e me ne innamorai perdutamente. Forse non aveva nulla che potesse far innamorare, ma fu comunque amore a prima vista.

Quella piovosa e noiosa domenica pomeriggio di fine inverno, mio padre leggeva il Corriere della Sera e a un tratto disse: "Sei locali più servizi, zona Bovisa, vendesi...". Io provai un tuffo al cuore.

Fin da molto piccola le case sono state la mia passione e subito fui catturata da questa notizia. La mattina successiva, qualcuno della mia famiglia telefonò per prendere un appuntamento ed io e mia madre, nel pomeriggio, andammo a vedere questa grande e vecchia casa.

Prima di entrare nell'appartamento bisognava attraversare un grande terrazzo, dove si trovavano un lavatoio e un ripostiglio.

Passando da una doppia porta a due ante, si entrava in un lungo corridoio, sul quale si aprivano sette porte, tre da un lato e tre dall'altro, e una in fondo. Erano tutte porte di bella fattura, bianche, a due ante con vetro, molto belle. Forse erano l'unica cosa veramente bella della casa, perché il resto era tutto da reinventare, ma questo era per me, giovanissima e piena di entusiasmo, incredibilmente stimolante.

La casa venne acquistata. Diventò poi la mia, la nostra casa, perché qui andammo ad abitare mio marito e io appena sposati. Qui iniziò la nostra nuova vita insieme, qui nacquero i nostri figli e, nonostante gli innumerevoli problemi che ci ha procurato nel corso degli anni, ho molto amato questo luogo ed è stato doloroso lasciarlo. Lì avevamo trascorso un lungo e importante pezzo della nostra vita.

 

 

Giardini di via Baldinucci-Candiani

 

Una storia al femminile

(Marta Fazi)

 

Tu chi sei?

La tua bis-bisnonna bambina che alla fine dell'Ottocento, a sei o sette anni, andava a vendere, scalza, i fichi con i fratelli più grandi. Il padre li contava, per essere sicuro che non ne mangiassero, durante il giro a piedi di paese in paese. A sedici anni si sposò con un ragazzo poco più grande di lei, burbero e arrogante, come quasi tutti gli uomini di allora. Era il padrone e faceva la sua vita fra gli uomini, fuori casa, lavoro e osteria, vino e mangiate. Ma lei forte, allegra, cantava romanze. Era autonoma, faceva la bustaia e la calzolaia e spesso barattava il suo lavoro con cibo per i suoi figli, quattro femmine e due maschi. La prima figlia era la tua bisnonna, che a sei anni curava nella stalla i cavalli degli uomini che venivano, tutti i lunedì, al grande mercato del paese e che con i pochi soldi che racimolava, comprava strofinacci per il suo corredo. Da ragazzina voleva farsi suora, ma il padre mai avrebbe dato la "dote" a un convento.

Lei era molto religiosa o forse un po' bigotta, ma raccontava storie anche piccanti con grande naturalezza. Faceva la pantalonaia, presso un sarto, in un paese vicino. La tua bisnonna rifuggiva da ogni frivolezza femminile. Anche se giovane, aveva sempre il fazzoletto in testa e il vestito sempre con un po' di manica, a differenza delle sue sorelle. Aveva poco meno di vent'anni, quando sentì dire da un uomo a sua madre: "Che belle gambe ha questa vostra figlia!". Lei fino ad allora aveva pensato che le gambe fossero tutte uguali!

A ventitré anni si sposò, con uno dei figli del sarto presso il quale lavorava. Chissà se per amore o solo perché era difficile allora restare nella condizione di "zitella". Chissà come ha vissuto o subito la sua vita coniugale, con tutte le sue contraddizioni, i suoi tormenti e i suoi tabù. A venticinque anni nacque una bambina, tua nonna, e un anno dopo un maschio. Allora erano i maschi i figli ambiti. Le femmine contavano meno, già da subito dovevano abituarsi a restare nell'ombra, a lavorare, a sacrificarsi, a essere meno valutate, a essere considerate meno capaci... Questo penso l'abbia segnata per tutta la vita. A quattordici anni lavorava già da sola come sarta e divenne una sarta eccezionale. Aveva già un fidanzato, un bravo ragazzo di qualche anno più grande di lei, ma a sedici anni rimase incinta, la prima volta che si sono amati, in un orto. Che vergogna, quante umiliazioni ha subito allora, quanta miseria. Nacque una bambina, tua mamma.

Una bambina molto coccolata ma soffocata, con una mamma e una nonna sempre ansiose, piene di apprensioni e paure. Crebbe timida e sensibile, attenta a tutto quello che si diceva e accadeva intorno a lei, paurosa ma testarda, a nove, dieci anni diceva: "Preferisco sbagliare con la mia testa piuttosto che fare giusto con la testa degli altri!".
Non faceva mai giochi di squadra, per paura di sbagliare, ma nei giochi in casa era una "leader". A poco più di diciannove anni, la prima sera che uscì di casa, in una serata qualsiasi, conobbe un ragazzo "grande". Fino ad allora aveva avuto il permesso di restare fuori la sera solo a Capodanno o Carnevale, fino ad allora aveva frequentato solo coetanei. Cominciarono a frequentarsi e la sua vita cambiò. Era tutto una scoperta, usciva sempre, tornava tardi, vedeva cose e luoghi impensati. In casa cercarono di comprimerla, di vietare, come avevano sempre fatto, ma ormai era un fiume in piena. Dopo meno di un anno e mezzo si sposarono. La tua mamma era molto giovane, piena di casini, doveva ancora crescere, maturare, fare chiarezza, smussare gli angoli, non vedere tutto bianco o nero. Bruciò le tappe, piena di follia giovanile. Un anno dopo, nacque un bimbo, uno splendido bimbo, e dopo altri diciassette mesi nascesti tu.

La giovane donna ascoltava, commossa, la storia delle sue origini, seduta sulla panchina nel giardino di via Baldinucci-Candiani.

 

 

Via Ricotti

 

Gruppo Bovisa Verde

(Marta Fazi)

 

Erano i primi anni ’80, quando nel nostro quartiere si costituì un Gruppo Ambientalista. Si chiamava Gruppo Bovisa Verde, che poi negli anni si trasformò in Associazione Bovisa Verde. Lo scopo di questo gruppo, piccolo ma molto attivo, era quello di sensibilizzare gli abitanti del quartiere e le istituzioni sulle problematiche ambientali e di riuso della zona, dopo la chiusura delle numerose fabbriche, avvenuta molti anni prima.

Ci si trovava tutti i lunedì sera, in via Ricotti, per discutere dei problemi del quartiere, programmare interventi, redigere lettere.

Una volta al mese si organizzava una cena o una pizzata, di solito al Circolo di via Mercantini, allargata anche a tutti gli amici che non venivano al lunedì sera ma erano presenti e solidali durante le iniziative.

Furono molte le iniziative in quegli anni! La Festa di Primavera, la Caccia al tesoro con i bambini della scuola elementare, Cento Fiori in Piazza Bausan per sistemare le aiuole intorno alla fontana e ridare dignità alla piazza, cuore del quartiere.

Una domenica pomeriggio venne fatta una passeggiata per le vie della Vecchia Bovisa. Genitori e ragazzi armati di vernice e pennello, disegnarono grandi punti di domanda sui muri di molti edifici dismessi e abbandonati per chiedere, in modo evidente, quale sarebbe stato il destino del quartiere.

Il lavoro forse più impegnativo, che ha richiesto molto tempo ed energia, ma di grande soddisfazione, è stato fatto sull’area dell’ex Ospedale Bassi.

Il quartiere aveva fame di verde, non c’era un giardino pubblico degno di questo nome, mentre l’area dell’ex Ospedale, chiuso da tanti anni, era lì abbandonata, pronta a rinascere a nuova vita. Circondato da un alto muro, al suo interno una vegetazione fitta e selvaggia stava ricoprendo tutte le numerose palazzine, alcune anche molto belle, che stavano andando lentamente in rovina.

Dalla finestra della soffitta di una amica in via Guerzoni, a ridosso dell’ex Ospedale, venne girato un video di quello che si riusciva a riprendere al di là del muro e venne intitolato Il verde negato. Accompagnato da audio e musica, venne poi portato nelle scuole del quartiere ed ebbe un grande successo.

La gente scoprì quale ricchezza si nascondeva al di là di quel muro. Era necessario fare qualcosa per abbatterlo!

Così furono organizzate diverse iniziative per riuscire a raggiungere questo scopo.

Un sabato pomeriggio, con un amico della LIPU (Lega Italiana Protezione Uccelli) entrammo nel giardino dal lato di via Livigno. Era bellissimo, sembrava di essere in un bosco segreto! Vennero posizionate, su alcuni alberi, casette per gli uccelli.

Nelle settimane successive, chiedemmo il permesso al Consiglio di zona di poter usare una grande sala a fianco del Comando dei Vigili, all’interno del giardino, e organizzammo una festa la domenica aperta al quartiere con giochi, musica e merenda, la prima di una lunga serie.

Una di queste si chiamò Caro Parco ti abbracciamo, dove una catena umana, tenendosi per mano, circondò il Parco. Noi del gruppo eravamo piacevolmente stupiti dalla grande partecipazione degli abitanti del quartiere.

Oltre alle manifestazioni c’era anche, da parte del gruppo, un grosso lavoro burocratico per la presentazione di petizioni, richieste, progetti.

Alla fine il “Parco Bassi” in parte si realizzò. Non era proprio come noi lo avevamo pensato. Solo una parte dell’area venne adibita a giardino pubblico, una grossa fetta sul lato di viale Jenner venne lasciata recintata e lo è ancora oggi.

Molte palazzine vennero ristrutturate, ma molte altre lasciate al loro destino di abbandono, nonostante le richieste, da parte di varie associazioni, di poterle avere per sistemarle ed utilizzarle come sede delle loro attività.

Sono state fatte strade troppo ampie al suo interno, privilegiando l’asfalto al verde del prato. Non è stato previsto un impianto di irrigazione e durante l’estate il prato muore, così non è necessario il taglio dell’erba!

 

Per circa venti anni il Gruppo Bovisa verde lavorò nel quartiere, poi i fatti della vita di ciascuno di noi a poco a poco tolsero energia; non c’era ricambio. Nel 2001 Luigi, il fondatore e instancabile animatore del gruppo morì e con Lui anche le poche forze rimaste. Finché a tre anni dalla sua morte, per ricordarlo, non con la solita commemorazione dietro a un tavolo degli addetti ai lavori, si pensò di fare uno spettacolo di teatro che a Lui piaceva molto.

Vennero chiamati a raccolta gli amici, per la maggioranza senza alcuna esperienza teatrale alle spalle, ma pieni di entusiasmo. Tutto era nuovo, ogni giorno una scoperta, mesi di prove e alla fine venne presentato nella biblioteca di via Baldinucci L’interrogatorio di Lucullo di Bertolt Brecht. La biblioteca era gremita di gente fino all’inverosimile, fu bellissimo, era nato il Gruppo Bovisa Teatro. Ma questa è un’altra storia.

 

 

"Mexicali", via Valtellina, 33

 

Tutto a posto? (Unhappy Hour)

(Cristina Ferloni)

 

-       Oh, ma c’è il buffet?

-       Sì sì, e bello ricco!

-       Ok, aggiudicato... Cameriere!

 

……….……….……….……….……….……….……….

……….……….……….……….……….……….……….

 

-       Ragazzi, ho trovato un ristorantino… di quelli giusti!

-       Dove? Dove?

-       Guarda, proprio dietro piazza Missori, un po’ scomodo per il parcheggio, ma vi giuro, ragazzi: imperdibile!

-       Ma va’? Racconta, racconta!

-       Dunque: sono specializzati in carpaccio di pesce spada… una roba che non ti dico, da leccarsi i baffi… I vini, poi... Dopo aver fatto il corso di degustazione l’anno scorso lo sai che sono diventato un intenditore della madonna… E il bello è che sono pure un palato fino: che ci vuoi fare, ci sono nato… hehehe…

-       Ormai a te non ti frega nessuno in fatto di vini!

-       Bravo… E quel posticino lì… Il fatto loro lo sanno, eccome se lo sanno… E la location, ragazzi, una roba da urlo!

-       Si vive una volta sola, eccheccazzo…

-       Bravo…

 

……….……….……….……….……….……….……….

……….……….……….……….……….……….……….

 

-       Oh, indovina chi è incinta!

-       Chi?

-       La Giuliana!

-       Chi? Quella carampana lì? Ma se c’avrà 40 anni!

-       Esatto!

-       Ma pensa te… Cosa vuole fare, la nonna dei suoi figli?

-       Guarda, secondo me dopo i 30 lo dovrebbero proibire per legge… Ma chi si credono di essere queste qua che passano la vita tra un aperitivo e l’altro, e poi si svegliano belle belle a 40 anni e vogliono un figlio?

-       Giusto…

-       Oh, ma tu te lo fai un altro mojito?

-       Ma sì, va…

-       Cameriere! Dunque… dicevo… ma tu ti immagini se chiedono a tuo figlio ventenne: “Ma tua madre quanti anni ha?” e gli tocca rispondere “Sessanta”?

-       Pazzesco…

-       No no, dovrebbero fare una legge… Ma pensa te…

 

……….……….……….……….……….……….……….

……….……….……….……….……….……….……….

 

-       Senti, ma con la dieta come va?

-       Guarda, ne ho trovata una fantastica!

-       Ma va’? Dimmi!

-       Dunque: la mattina a colazione mangi spaghetti aglio e olio, oppure braciola, ma rigorosamente senza sale!

-       Eh?

-       Sì! È questo il segreto! Poi, per dire, a pranzo mangi una melanzana al forno e quattro peperoni al vapore.

-       È un bel po’ di roba, eh?

-       Sì sì, ti riempie un casino, così sei a posto fino alla cena!

-       Beh, immagino…

-       Poi a cena ti fai un cavolfiore, intero eh? Lessato senza sale, ovviamente, e con un cucchiaino d’olio.

-       Ah…

-       Poi ogni due giorni devi telefonare al dietologo: è un po’ una menata, eh? Perché è sempre occupato… Ma quando riesci a prendere la linea ti dà il menu per due giorni!

-       Ah, ok…

-       Ti tratta un po’ a pesci in faccia, eh? Ma lo fa per spronarti, per il tuo bene! Ad esempio, se non hai perso un etto ti dice: “Brutta lardona, ma ce l’hai ancora il coraggio di guardarti allo specchio?” Per me è un genio!

-       Hahaha… troppo simpatico… Ma sai che quasi quasi lo provo? Quanto costa?

-       Beh, sono 200 euro a seduta.

-       ‘Azz…

-       Ma guarda che in due giorni ho già perso tre chili, eh?

 

Penny Market, via Carnevali, angolo via Imbriani

 

Contraddizioni

(Cristina Ferloni)

 

All’uscita del Penny di via Carnevali, incontro una signora anziana un po’ zoppicante e carica di borse:

-       Sciura, vuole un passaggio?

-       Grazie stella, approfitto volentieri…

-       Venga, venga!

I quattr’occhi non mi bastano, e all’uscita dal passo carraio inchiodo appena in tempo prima di travolgere sul marciapiede un ragazzo straniero che mi lancia lo sguardo di riprovazione riservato a certe “donne al volante”.

-       Extracomunitario? Accoppalo, accoppalo!

Rimango basita 5 secondi, mentre nella mia testa comincia a prendere forma un comizio anti-Lega, e poi:

-       Senta signora, io non…

-       Ah, ma sono bravi ragazzi, sa?

-       (…)

-       Cara, la ringrazio proprio di cuore! Sa che mio figlio oggi proprio non poteva accompagnarmi, e poi è arrivata lei? L’ha portata la Provvidenza! Dirò una preghiera per lei…

A questo punto, cosa potevo dire? No, grazie, non si disturbi?

 

Più tardi, ripensando all’episodio, riflettevo sulla difficoltà di conciliare la coerenza con la contraddittorietà degli esseri umani. Poi, a ogni istante creiamo un piccolo irripetibile miracolo quando riusciamo a fare incontrare le differenze tra noi con un’operazione alchemica che nessun algoritmo può riprodurre.

 

 

Piazzale Lugano
 

Il tempo di un semaforo

(Cristina Ferloni)

 

Faccio una vita “piena di impegni”: esco la mattina presto (beh, presto…) e torno la sera tardi, dopo essermi macinata 13-14 ore tra lavoro e varie ed eventuali (meno male che esistono le varie ed eventuali).

Di conseguenza, sono sempre di corsa, e perennemente in ritardo. Ma il sabato pomeriggio si apre uno squarcio nella tirannide dell’orologio, squarcio che diventa sempre più grande man mano che avanzo nel weekend, fino a raggiungere la dimensione di una voragine la domenica sera.

È proprio quando lo squarcio inizia a formarsi che la incontro, verso le tre del pomeriggio, in piazzale Lugano.

Di solito arrivo sparata a 100 all’ora, fatalmente inseguita dallo squalo di turno che non tollera, proprio non ce la fa, che alla comparsa del cartello “stop limite 70 km/ora”, quando finisce il Ponte della Ghisolfa, non si scatti immediatamente a una velocità da Formula Uno. Ma io non gliela dò vinta: il mezzo non può competere, certo, ma proprio per questo sarò la paladina delle utilitarie usate del ’95. La mia è una missione, e pur di non obbedire all’ordine “Stai al tuo posto! Largo ai potenti!”, ormai persa nel vortice della paranoia del mio dialogo interiore, sono disposta a uccidere.

Ma in fondo al serpentone della svolta a sinistra, piccola e indifesa, con in mano la sua spazzolina per pulire i vetri, c’è lei: una ragazza rom, vestita come vorrei vestirmi io se avessi fantasia, infreddolita d’inverno e grondante sudore d’estate.

La prima volta che l’ho avvistata ho pensato squallidamente di darmi alla fuga, cambiando magari corsia all’ultimo momento, oppure facendo astutamente in modo di sgommare allo scattare del giallo. Mentre pensavo questo, in un turbinio di sensi di colpa e di strofe che mi giravano in testa (“i Polacchi non morirono subito, e inginocchiati agli ultimi semafori…”), mi sono ritrovata fatalmente ferma al semaforo, e in una frazione di secondo la mia voce ha deciso di dire un “ciao” anziché un “no, grazie”.

Da allora, ogni sabato pomeriggio o quasi, un tassello in più si aggiunge alla nostra conoscenza reciproca:

-       Dove abiti?

-       E tu che lavoro fai?

-       Quanto tempo! Che fine hai fatto?

-       Aspetto un bambino!

-       Che bello! E come va la gravidanza?

-       Bene, e tu hai bambini?

-       No… Sai che ho cambiato lavoro?

-       Sai dove posso fare una visita medica?

-       Ripasso tra mezz’ora e ti lascio il volantino di un’associazione!

-       Ma… e la pancia?

-       È nata la bimba!

-       Che bello! Ti vedo benissimo… Come stai?

È stato strano per me, che non ho certo il dono della sintesi, costringere gli eventi più significativi delle nostre vite nei 30 secondi di un semaforo, a volte qualche secondo in più ma a prezzo di strombazzamenti feroci, di cui ho imparato a ridere anziché lanciare violentissime maledizioni agli strombazzatori: se ne ride lei, posso riderne anch’io…

 

L’ho incontrata ancora, nel parcheggio del Penny di piazza Schiavone, “uno dei pochi luoghi dove si può bere la birra calda”: ero appena uscita da un blitz, quando mi sento chiamare: “Ciao, bella!”. Aveva dovuto rinunciare al semaforo per colpa della pioggia, e finalmente conoscevo la bimba! Siamo rientrate insieme nel Penny, ma questa volta il guardiano ha preteso che gli lasciassi il sacchetto in custodia: ce l’avevo anche prima… Cominciamo bene, ho pensato, e intanto mi sentivo addosso tutti gli sguardi che la mia insignificante persona non aveva mai attratto in nessun blitz da supermercato.

Ma sono stati gentili con lei, contro ogni mia previsione, non so se perché aveva una neonata in braccio, o al fianco me, che ormai chiamano tutti, ahimè, “signora”, oppure perché gli abitanti di Bovisa sono solo un po’ meno peggio degli altri. Chissà.

 

 

Scuola elementare, via Guicciardi

 

Il velo

(Cristina Ferloni)

 

-       L’hai vista quella lì?

-       Chi? Quella col chador? Non si può vedere… La costringerà il marito!

-       Ma tu c’hai mai parlato?

-       Io no, figurati, anzi quando entra lei porto via i bambini, che ho paura che si spaventino.

-       Mah, io ci ho parlato un paio di volte: è molto gentile… E poi mia figlia c’ha un debole per il piccolo Omar: sai come sono i bambini…

-       Sarà, ma io non ci riuscirei mai: non saprei dove guardare! Chissà che faccia ha. Magari è brutta!

-       Io veramente una volta l’ho vista senza il velo: è piuttosto bella… e poi si trucca in un modo fantastico!

-       Ma che cavolo si trucca a fare se non la vede nessuno? Hahaha!

-       Mah, a dir la verità volevo appunto chiederle se insegnava anche a me a truccarmi così… con quel kajal lì credo che avrei un’aria molto esotica!

-       Boh, contenta te… Per me dovrebbero tornare tutti a casa loro… Ma tu, Luisa, che ne pensi?

-       Io veramente una volta sono stata a casa sua: sai, dovevo andare a riprendere il Paolo che faceva i compiti con la Jamila… E devo dire che ha una casa piccola ma arredata così bene… con tutti quei tappeti… E poi sono di un’ospitalità… sai che non volevo più andar via?

-       Mah, quasi quasi le dico se viene anche lei alla festa del Luca di sabato prossimo…

-       Boh, io non sono convinta… E poi quello scafandro lì è fuori legge, lo sai? E se ci becca la polizia? L’antiterrorismo?

-       Ma va’…

 

 

Via Donadoni

 

Parlando col mio nipotino

 

Mio nonno, il mio personaggio preferito

(Griselda Flores)

 

Ancora ricordo quell'agosto del '63, quando un pomeriggio mio nonno arrivò a casa mia, facendo il misterioso e portandomi un regalo. C'era un aquilone grandissimo rotondo con i nastri che fiammeggiavano muovendosi freneticamente al soffiar del vento. Mi portarono a un prato non molto lontano da casa mia, insieme a mio padre. Mi insegnarono alcuni segreti per fare volare l'aquilone fantastico, perché, quando raggiungeva una bella distanza tirava tanto che se non ci fosse stata questa corda fatta di canna di bambù molto resistente invece del pabilo nella mia mente di bambina sognavo che scappava e arrivava al sole. All'inizio era interessante, perché dovevamo calcolare il peso della coda, così al levarsi non dondolava né oscillava. Dopo aver tentato per tre quattro volte, prendeva il volo. Che allegria, che gioia, non volevo che finisse mai quel pomeriggio. Adesso trasmetto questi bei ricordi al mio nipotino che gli voglio tanto bene.

 

 

Via Livigno

 

Seduta ai giardini del parco Bassi

 

Dolce primavera

(Griselda Flores)

 

Primavera, primavera, sei arrivata finalmente, ma TU questa volta non ci sei, con il tuo sguardo felice, con il tuo bel sorriso, a darmi il solito benvenuto. È tutto buio e tutto triste.

Di colpo i ricordi si affollano nella mia mente in maniera disordinata ma tutti chiari, lucidissimi, come se il tempo non li avesse minimamente intaccati. Primavera, dolce primavera, con i tuoi 99 anni, come mai non ci sei? Solo il vento lo sa, solo lui e il tempo hanno la risposta a questa triste domanda. Capelli neri, lisci, occhi rotondi vivaci, bassina di statura, con voce rauca carezzevole e… con un cuore enorme! Con tanta voglia di dare più che di ricevere.

Da quando ti conobbi sei stata molto importante per me, riempiendo la mia solitudine. Eri la mamma, la nonna che non avevo in quel momento, in una parola eri la mia famiglia accogliendomi con tanto affetto, insegnandomi tante cose, condividendo con me gioie e dolori.

Mi raccontavi tante storie, ricordo quei momenti passati insieme come uno dei più belli della mia vita, con le nostre lunghe chiacchierate, buoni pranzetti e un buon caffè. I tuoi ricordi belli, brutti, tristi, allegri ma… tutti importanti per te. Vedevo i tuoi occhi illuminarsi per le emozioni che provavi quando parlavi; a me piaceva ascoltarti e immaginavo vicende ed episodi del tuo passato, sentivo sulla mia pelle le tue sofferenze e incuriosita ti tempestavo di domande, una dopo l’altra, alle quali tu rispondevi sempre senza mai stancarti; per questo ti chiamavo scherzosamente Enciclopedia Vivente e tu mi guardavi e sorridevi dolcemente.

Dove sei cara primavera? Donna coraggiosa, tenace, lottatrice per raggiungere i tuoi scopi, come tante altre che esistono nel mondo, che conosciamo attraverso la storia per quello che hanno vissuto nella loro esistenza, seppellendo uno a uno i propri cari. Oggi è arrivato il momento di lasciarci: te ne sei andata silenziosamente tra il calar della notte e l’alba di un nuovo giorno. So dentro di me che i tuoi nel vederti hanno detto “finalmentesiamo tutti insieme”. Sono molto dispiaciuta di non averti dato l’ultimo bacio e non averti detto che è stato un onore conoscerti; salutami tutti i tuoi cari ma… non ti devi preoccupare, ti prometto che finché vivrò ti porterò con me nel mio cuore. Laura, tu sarai sempre La Mia Dolce Primavera.

 

 

Via De‘ Capitani

 

1992 - 2012

(Griselda Flores)

 

Ancora ricordo quel 23 aprile del ’92, come se fosse oggi, quando col cuore in mille pezzi salutai tutti i miei cari, tra questi la mia cara mamma, le mie sorelle, mio marito, le mie figlie, nipoti e amici.

Fu un addio molto doloroso, straziante, incomparabile.

I ricordi si accavallavano nella mia mente, che momenti felici, quando eravamo tutti riuniti: papà, mamma, fratelli e nipotini.

Eravamo una famiglia unita, poi crescendo ognuno andò per la sua strada. Come potrei mai dimenticarlo.

Mamma non c’è più, neppure la mia sorella maggiore Margot. Papà non c’era da tanto, la nostra grande famiglia si stava screpolando.

A un tratto sento vicino a me coloro che c’erano, quel giorno i miei occhi si riempirono di gratitudine e affetto.

Come potrei mai dimenticare.

Sono passati vent’anni da quel 23 aprile del ’92, quando sono arrivata in Italia. Italia! Viveva solo nei miei sogni e adesso era realtà.

Italia! Bella, bellissima, prosperosa, con tanta storia interessante da conoscere, da vedere e da imparare; per prima cosa “la lingua”.

Milano, primo posto dove ho soggiornato, con i suoi muri senza calore, senza colore. Era un pomeriggio, freddo, molto triste per me, che avevo il cuore spezzato, lontana dai miei cari.

Il soffio gelato del vento di quel pomeriggio colpì il mio viso e mi svegliai, mi resi conto che ero dall’altra parte del mondo. Milano fredda, molto fredda come il cemento.

Duomo, maestoso, imponente, ma... freddo, circondato da tante costruzioni e galleria, tutto cemento... fredda. La gente ti passa accanto e non ti vede, non ti sente, ognuno va per conto suo. Che dispiacere... che solitudine.

Milano, una gabbia d’oro, come la chiamavo io allora, c’era lavoro, c’erano i soldi, c’era tutto il benessere, ma... mancava qualcosa necessario all’uomo: l’amicizia e la fratellanza.

Quante lacrime versate, quante notti in bianco senza dormire in un buio totale, in attesa di rivedere i miei cari.

Ne ho passate di tutti i colori, ma sono ancora qui e in questo tempo ho perso delle persone a cui volevo tanto bene, ne ho conosciute tante altre buone e cattive, vado avanti e dico “ma sono ancora qui”.

Tanta gente muore, tanti bambini nascono. Milano è cambiata, come è diventata moderna, elegante... le persone amichevoli, più aperte, sorridono.

Adesso possiamo condividere le nostre vicissitudini, le nostre gioie e tristezze, interagire con la nostra cultura, parlare delle nostre vite, abitudini, cibo e tanti altri temi.

Grazie Milano. Sei da tanto tempo casa mia con tutti i tuoi difetti e pregi, mi hai dato tante opportunità di continuare a vivere con la mia famiglia.

Posso dire ancora... sono qui in Italia! Milano! Come siete belle, bellissime.

 

 

Piazzale Nigra

 

Sulla 91

(Marisa Gaggini)

 

Alla fermata di piazzale Nigra aspetto la filovia 91. Con me tre signore, ovvero tre continenti: un’africana, una cinese e una ragazza dell’Est.

La filovia arriva, le porte si aprono e il mondo si dilata. Tanti visi, tanti colori, tante nazionalità su un unico mezzo ATM.

Mi guardo intorno. Da diligente allieva del corso di scrittura mi propongo di raccogliere parole, frasi, espressioni particolari da annotare sul blocchetto che ho in tasca. Subito è chiaro che l’obiettivo non è realistico.

Infatti la filovia è affollata ma silenziosa: ogni passeggero vive in un suo mondo.

C’è chi parla, ascolta, scrive sul telefonino (i più), chi sente musica, chi guarda fuori dal finestrino, chi fissa il vuoto, chi si dondola appeso alla maniglia, chi dorme, chi legge.

Solo un’anziana signora con un mazzetto di fiori in mano - di certo scenderà in viale Certosa per prendere il 14 diretto al cimitero - tenta un inizio di conversazione con la sua vicina. Tentativo vano: la donna è probabilmente filippina o cingalese. Lo si capisce presto da come pigola nel cellulare.

La filovia continua il suo percorso e supera il ponte della Ghisolfa. Nel silenzio una voce registrata annuncia la prossima fermata. Chi le avrà insegnato a pronunciare McMahon in modo tale da renderlo incomprensibile anche agli storici?

Alla fermata assistiamo a una specie di assalto alla diligenza-filovia. Signore arabe con bambini, passeggini, borse della spesa arrivano dal vicino mercato. Salgono spintonandosi e ciarlando allegramente ad alta voce.

Riempiono la filovia di colori, chiacchiere, odori, richiami. Di colpo la 91 diventa un souk.

Improvvisamente alcuni indigeni riacquistano la parola: “Guarda se pagano il biglietto!”, “Quanti figli, ma come fanno?”, “Perché non stanno a casa loro?”, “Ormai siamo invasi!”, “Guarda come si vestono ‘ste donne!”.

Però, per fortuna, la realtà è sempre un po’ più articolata delle frasi fatte. Così la signora in tailleur blu continua ad esprimere il suo dissenso cultural-religioso mentre aiuta la signora col velo rosa a sistemare il passeggino e un anziano uomo dai capelli bianchi risponde ai sorrisi di una bimbetta tutta treccine e fiocchetti. Forse è un nonno e la “nonnità” deve essere una condizione transculturale.

Il piccolo mondo della 91 riprende il suo percorso. Fra brontolii, sorrisi, lamentele, mani tese e ritirate dipinge forse meglio di tanti discorsi il cambiamento che vive il nostro paese.

 

 

Via Maffucci, 24

 

Addio

(Marisa Gaggini)

 

Lei è morta a mezzogiorno. Non è una morte improvvisa; l’aspettiamo da giorni. Eppure non è stato preparato nulla per vestirla.

La mia mano si immerge nel cassetto dei golf e pesca un gilet nero a piccoli fiori rossi.

L’oggetto emerge dal passato, dal maglificio in cui lei ha lavorato sessanta anni fa.

Così si chiude il lungo cerchio di una vita. Si torna al “via”, come in un triste gioco dell’oca.

 

 

FNM, piazzale stazione Bovisa Politecnico

 

Ieri, oggi

(Marisa Gaggini)

 

In giro con gli studenti a leggere e fotografare i muri del quartiere: lapidi, scritte, graffiti…

Più di tutto li colpisce la ciminiera della SIRIO, alta e solitaria sul prato incolto, dove sorgeva la fabbrica di saponi. Tanti scatti, tante domande.

La mattina dopo Hu Dong, lo studente cinese che abita al di là della stazione Nord, entra in classe urlando nel suo italiano ancora approssimativo: “La cementiera non c’è più!”.

È vero; nonostante i tentativi del quartiere per conservarla, è stata abbattuta durante la notte.

Così la nostra foto della vecchia ciminiera smette di essere un’immagine di oggi e diventa di colpo un documento del passato.

 

 

Via Candiani

 

Quinta rapina in un anno

(Marisa Gaggini)

 

Nel bar tabaccheria di Giorgio e Anna G. situato a Varese nella centrale via Cavour si può dire che alle rapine siano quasi abituati. Nell’ultimo anno, infatti, i proprietari del locale sono stati vittime di ben cinque tra furti e rapine.

L’ultima giovedì 26 aprile.

Poco dopo le 15 un uomo alto, distinto e ben vestito, è entrato nel negozio e ha chiesto alla titolare un pacchetto di sigarette. Dalla tasca invece del portafoglio ha estratto una pistola e intimato il classico “Fermi tutti, questa è una rapina!”. La signora Anna, incurante del pericolo, ha immediatamente reagito. Ha iniziato a urlare a squarciagola e a lanciare contro il malcapitato rapinatore tutto ciò che aveva sottomano: sigarette, scatole di fiammiferi, bustine di zucchero, tazze, piattini, persino una teiera di acqua calda. I pochi avventori l’hanno subito imitata e tra urla e lanci vari il ladro si è dato alla fuga, dopo aver afferrato al volo una stecca di sigarette.

 

La versione di Anna G.

 

Non mi piace tanto stare al bar nella pausa: c’è poca gente e da quando abbiamo subìto furti e rapine non mi sento tanto sicura. Ma mio marito e il ragazzo del bar devono pure riposare un po’.

Cerco di stare attenta, ma i ladri sono più furbi di noi. Perciò quando giovedì verso le tre è entrato in negozio quel bel signore distinto, elegante non ho avuto nessun sospetto. Era di sicuro italiano, aveva anche una bella voce tipo attore. Mi ha chiesto le sigarette, ha messo la mano in tasca e invece del portafoglio cosa ti tira fuori? Una pistola! Va bene che poi i carabinieri hanno detto che, dalla descrizione che ne ho fatto, forse era una scacciacani, ma al momento chi ci pensa? Questa era la quinta rapina in un anno, capisce? Cinque in un anno! Allora sono andata fuori di testa e ho cominciato a urlare a più non posso. Io sono piccola e magra, ma canto nel coro della chiesa e la voce ce l’ho. Anche troppa, dice mio marito. E mentre urlavo gli lanciavo dietro tutto quello che avevo lì: sigarette, tazzine… Anche i clienti mi hanno aiutato; quello lì alla fine ha preso la porta e se n’è andato con la stecca di sigarette che gli ho tirato dietro. Solo dopo ho pensato al pericolo e ho avuto paura.

 

La versione del rapinatore

 

Le cose non sono andate affatto così come dice il giornale o come le racconta la tabaccaia. O meglio, i fatti sono all’incirca quelli che lei ha raccontato, ma cosa ne sa quest’Anna del perché e del per come?

Innanzitutto è imprecisa; io non sono affatto italiano, sono svizzero. Lo so che tutti pensano che gli svizzeri siano ricchi, ma non è vero. Almeno non tutti. Anche da noi c’è crisi e uno si arrangia come può. E se l’idea di un ladro svizzero vi fa ridere, affari vostri.

Avevo calcolato e previsto tutto; in questo sì che sono svizzero.

L’ora: intorno alle tre c’è calma nel bar. Troppo tardi per il caffè del dopo pranzo, troppo presto per quello del pomeriggio e per gli aperitivi. Inoltre questo è un bar che lavora tanto di mattina così l’incasso è bello ricco.

Poi è il momento del riposo del barista e del titolare che lascia al banco la moglie. Una biondina piccola e magrolina, una che pensi si spaventerà subito e non reagirà.

Ultima, la posizione del bar con buone vie di fuga. Alla fine questa è stata l’unica cosa vera.

Che ne sapevo io che li avevano già rapinati e che stavano “in campana”?

Quando quella lì ha cominciato a strillare come una gallina a cui stavano tirando il collo, mi è sembrato di sentire mia moglie quando torno tardi la sera o lascio in giro i calzini da lavare. Quando urla non la sopporto proprio. E la tabaccaia sembrava proprio lei o sua sorella gemella. Impossibile sentirla.

E poi lei e i suoi clienti a lanciarmi dietro di tutto; cosa c’entravano loro? Era forse loro l’incasso? Noi svizzeri siamo abituati che ognuno si fa i fatti propri, da noi la privacy è sacra. Qua tutti si impicciano; ho dovuto filar via veloce che se no mi sporcava anche il vestito.

Certo che ho tirato su una stecca di sigarette: me le devo pur ripagare le spese da Mendrisio a Varese. O no?

 

Via dell’Aprica, 26

 

Storie d’amicizia e vicinato

(Marisa Gaggini)

 

Sei proprio elegante stasera. Questo azzurro ti sta benissimo e anche il nuovo taglio di capelli è perfetto. D’altronde sei la protagonista: è la tua festa dei sessant’anni.

Adesso potremmo dare il via al festival delle frasi fatte: “Come passa il tempo…”, “Sembra ieri…”, “Il tempo vola…”.

Dici che spesso le frasi fatte hanno una loro verità. Effettivamente, se pensi che ci conosciamo da ben più di quarant’anni…

Mentre ci guardiamo e sorridiamo in preda a un tardivo attacco di vanità femminile - noi della generazione per cui i blue-jeans sono stati una conquista - mi viene da pensare a come si costruisce il filo di una così lunga amicizia. Allora via ai ricordi.

Ricordi?

Prendevamo il tram insieme quando andavamo alle medie; allora alla Bovisa c’erano solo le elementari. Con i tram 7 e 8 arrivavamo ai Bastioni di Porta Volta. A ogni fermata saliva un compagno o una compagna; se erano in ritardo scendevamo ad aspettarli, tanto avevamo il tesserino. Ognuno aveva i suoi amici del cuore: io aspettavo Francesco, il figlio del droghiere e Ornella che odiava i suoi capelli rossi, tu Sergio, che era un po’ più grande, abitava in via Imbriani e aveva una sorella smorfiosa che forse si chiamava Luisa.

Chissà dove saranno ora.

Ricordi?

In quante case mi hai trascinato quando tu e Renato avete deciso di sposarvi! Una era troppo grande, l’altra troppo piccola, quella in piazzale Lugano troppo rumorosa, quella in via Prestinari aveva un bel terrazzo ma costava troppo. C’era sempre qualcosa di troppo.

Ricordi?

I viaggi: indimenticabile la Corsica con l’auto francese supermolleggiata, le strade impossibili piene di curve, la nausea costante. E l’Irlanda, con i suoi cimiteri che ti affascinavano, le croci di pietra tra i sassi, le settimane bianche, le vacanze d’estate e d’inverno, i tuoi bambini e ora i nipotini, cresciuti nella cerchia degli amici. I giorni dell’allegria e del dolore condivisi, le presenze e le assenze, i nostri vecchi salutati insieme con la tristezza dolce che nasce dal ricordo di giorni felici.

Ricordi?

Quella volta che… Quell’estate in cui… Quella foto orribile… così il lungo filo della memoria si dipana fino a questa sera di primavera. Se ci pensi è un privilegio viverla ancora insieme, amica mia.

 

 

Via Maffucci, 24

 

Storie d’amicizia e vicinato

(Marisa Gaggini)

 

Guarda, scusa se te lo dico, ma sei proprio un incivile. Ti sembra possibile lasciare per delle ore il sacchetto della spazzatura sul pianerottolo? Lo so che hai la casa piccola, ma hai anche un balcone; lascialo lì finché non scendi.

Non è che il pianerottolo sia tua proprietà privata, anche se sembri pensarlo. Quando piove c’è il laghetto perché tu e i tuoi amici piantate sempre lì l’ombrello bagnato e noi cic-ciac coi piedi dentro. Me li pulisci tu poi i pavimenti?

E già che ci siamo, abbassa la musica! Non abbiamo tutti i tuoi gusti e quel martellare - tum-tum-tum - che tu chiami musica, goditelo tu. Sai che hanno inventato le cuffie? Diventi sordo? Non mi stupirei proprio.

Facciamo così: fra poco è Natale e ti regalo un CD di mio gradimento. Tu ti impegni a suonarlo almeno una volta al giorno, così, se proprio devo essere assordata, lo sarò col mio amato Brahms.

Questa è la legge del taglione dei tempi moderni: orecchio per orecchio, disco per disco.

Affare fatto? Sì? Sarai un po’ incivile, ma sei spiritoso, caro il mio vicino.

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

La ladra e i poliziotti buoni

(Marisa Gaggini)

 

Anziana ruba un pacchetto di tic tac, gli agenti lo pagano.

“Non avevo denaro e avevo voglia di caramelle”. Così un’anziana si è giustificata con i poliziotti subito dopo un furto in un supermercato milanese. Lei, 76 anni, si era messa in tasca un pacchetto di tic tac. Valore: 78 centesimi. Il direttore del supermercato se n’era accorto e aveva chiamato la polizia. Gli agenti, a questo punto l’avevano inseguita, raggiunta e fermata. Ma, mentre il direttore insisteva per denunciarla, gli agenti sono tornati al negozio e hanno pagato le caramelle. Tra gli applausi dei clienti.

“Corriere della sera “di domenica 10 giugno

Così è, se vi pare

 

Uno dei giovani poliziotti, G.M. di Nuoro, da pochi mesi in servizio a Milano, è rimasto particolarmente colpito dall’episodio. Forse per l’infantile desiderio dell’anziana signora, forse perché ha notato una somiglianza con sua nonna Gesuina, forse perché si sentiva solo nella grande città; così nel suo giorno libero ha deciso di andare a trovare la signora. Quando è arrivato alla sua abitazione e ha suonato il campanello, ha subito colto qualcosa di diverso nell’atteggiamento della donna. Evasiva, un po’ reticente, gli ha parlato dallo spiraglio della porta, impedendogli l’accesso all’appartamento. G. però ha messo in relazione questo comportamento con tutti i messaggi che invitano gli anziani a essere cauti e a diffidare degli sconosciuti. La signora l’aveva visto in divisa al supermercato; ora era in borghese e quindi non immediatamente riconoscibile benché si fosse subito presentato.

Quando però alcuni giorni dopo si è di nuovo presentato da lei, questa volta in divisa e in compagnia del collega, ha registrato un analogo atteggiamento; quindi ha iniziato a farsi qualche domanda. Che la signora non fosse libera di parlare? Che fosse stata minacciata o imbrogliata? Che in casa qualcuno la controllasse? A entrambi i poliziotti sono sorti dei sospetti; ne hanno parlato alla loro ispettrice.

Forse perché la storia era finita sui giornali, forse perché in Commissariato non c’erano casi urgenti, la vicenda della ladra di caramelle ha generato attenzione tra i poliziotti.

Si è così deciso di andare a fondo della questione. Con l’aiuto dell’Amministratore del condominio i due poliziotti hanno finalmente avuto accesso all’appartamento della signora che li aveva commossi a causa della sua difficoltà a spendere solo 78 centesimi per un astuccio di tic tac.

Appena entrati sono rimasti esterrefatti. Sul tavolo di cucina, sui ripiani del mobile, sul tavolino del salotto, sulla libreria hanno visto un’ enorme collezione di caramelle, gomme da masticare, astucci di tic tac e di Golia, confettini di ogni forma e colore, scatoline di pastiglie Leone e Valda, liquerizie, gelatine di frutta… Divisi per tipo, colore e gusto, accuratamente impilati e collocati su centrini di pizzo, costituivano un autentico supermarket della caramella e affini.

G.M. a questo punto ha ricordato una frase pronunciata dalla signora nel momento in cui il direttore del supermercato insisteva per la denuncia; subito non vi aveva fatto caso. Oltre a dire che aveva voglia di caramelle e che non poteva permettersi di pagarle, la signora aveva aggiunto “E poi questo gusto non ce l’ho”.

La gentile anziana signora a cui i poliziotti di buon cuore avevano pagato l’astuccio di tic tac non era la copia di nonna Gesuina né una indigente golosa, ma una vera ladra, una sorta di cleptomane selettiva interessata solo alle caramelle, alle gomme e ai confetti.

Però l’aspetto della vicenda che più irritava i due poliziotti era pensare che il direttore del supermercato, apparentemente così sgradevole nella sua intransigenza, era in realtà l’unico che aveva intuito cosa si nascondeva dietro la storia un po' “melò” in cui loro si erano fatti invischiare.

 

 

Nella chiesa dei SS.Giovanni e Paolo, via Catone

 

Ringraziamento

(Rosa Martinez)

 

Un giorno d'estate, mentre giocavo vicino a un piccolo fiume che c'era dietro casa mia, mi apparve come un sogno l'immagine della Madonna, che mi segnalava con il dito il tragitto del fiume. In quel momento mi sono avvicinata spaventata, perché non sapevo cosa voleva dirmi. Grande fu il mio spavento, quando vidi passare sulle acque il mio cuginetto di due anni. Presa dal panico e disperazione mi buttai subito per salvarlo, lo tirai fuori dall'acqua e corsi subito dai suoi genitori. Loro non credettero a quello che gli avevo raccontato e si misero a piangere.

 

 

Via Mercantini

 

Il figlio della barca

(Mustapha Ouelli)

 

Non c’è, nella stabilità di un uomo che ha la ragione e la disciplina, un riposo.

Allora lascia la patria ed esiliati.

Ho visto che lo stagnare dell’acqua la imputridisce.

Se scorre è più buona e se non scorre non è buona.

(del poetaAchafiai)

 

Lei abitava in un appartamento accanto al nostro, era una donna sui quaranta, secondo me veniva dal deserto africano per il bel colore nero che aveva. La sua faccia era magra, stanca e triste. Sorrideva poco e aveva un figlio, che al contrario era pieno di vita, un bambino di quasi cinque anni, bello, che giocava tantissimo e faceva molto rumore. Lei lo rimproverava sempre e gli ordinava di stare calmo, ma lui si vedeva che non era un tipo molto obbediente.

Nel nostro palazzo c’erano tanti anziani, alcuni soli, malati psichici in condizioni di abbandono. Sono spesso così le case popolari di Milano. È normale trovare un palazzo di quattro o cinque piani senza ascensore, con appartamenti senza bagno o senza doccia. A dire la verità il nostro palazzo era abitato soprattutto da anziani che erano molto silenziosi. E l’arrivo di questo bambino ha dato vita a questo posto.

Mi ero trasferita in via Mercantini per lavorare come badante da una signora anziana.

All’inizio, io e la mia vicina ci salutavamo appena, quando ci incontravamo faccia a faccia. Si vedeva che lei era un tipo che non amava chiacchierare. Parlava solo se costretta, rispondeva solo con poche parole e con un sorriso appena accennato. Chissà che cosa nascondeva.

Io andavo spesso al parco di via Baldinucci con la signora di cui mi occupavo. Lei si metteva a chiacchierare con le sue vecchie amiche e io passavo il tempo a guardarmi intorno, a giocare con il mio cellulare. E lì vedevo la mia vicina con il suo bambino che giocava con gli amici. Non ho mai osato sedermi sulla sua stessa panchina, perché il suo comportamento non mi ha mai incoraggiato.

Un giorno ero al parco con la mia signora e lei con suo figlio. Lei come al solito alzava la voce con il bambino e gli ordinava di stare attento, perché poteva farsi male. A un tratto il bambino si mette a correre veloce e cade, la mamma si arrabbia e lo sgrida, ”Hai visto cosa ti è successo!”.

Istintivamente mi sono alzata e ho raccolto il bambino da terra. Fortunatamente non aveva niente, solo un graffio al ginocchio. Il bambino tornò subito a giocare. Io mi sono avvicinata alla mamma e ho avuto il coraggio di sedermi accanto a lei, sulla sua stessa panchina. Sono rimasta zitta per un momento. È stata lei che ha cominciato a parlare. “Il mio bambino è proprio irrequieto e agitato. No?!”

Io rispondo ”No, è come tutti i bambini, io lo vedo un bravo bambino”.

Lei: ”Sono faticosi ma sono anche degli angelotti [ha usato proprio questa espressione], tu hai bambini?”.

Io: “Sì, ho una bambina, ma vive nel mio paese con i miei”.

È cominciata in questo modo l’amicizia con la mia vicina. Che mi ha raccontato alcuni fatti della sua vita, tipo che si era sposata molto giovane, come spesso succede in Africa, e che dopo pochi anni era rimasta vedova. Però la grande sorpresa per me fu quando mi disse che lei non aveva avuto figli, e proseguì “Sono diventata la sua mamma nel momento in cui la sua vera mamma è mancata…”.

Ha fatto un grande sospiro e dopo un attimo di silenzio mi ha detto “Ti racconto una storia. Una storia diversa da tutte le altre. Ti racconto il mare, il buio, la strada bianca di sole, polverosa e vuota in mezzo al deserto, il cielo azzurro…

“In una notte in mezzo al mare c’è una barca e tra i suoi passeggeri c’è una donna incinta, tutti stretti e ammassati… Improvvisamente la donna incomincia a urlare dal dolore; ha le doglie. Nessuno può aiutarla, la sua amica non riesce che a tenerle la mano e a incoraggiarla a sopportare… Si rialza urlando: “Chiedete aiuto!”. Ma nessuno si occupa di lei. Continua a urlare e urlare finché uno dei passeggeri grida: “Fatela stare zitta, oppure buttatela a mare! Forse starà meglio lei e staremo meglio anche noi”. Un altro gli strilla: “Taci, misero! Hai dimenticato i favori di suo marito per noi tutti?”.

Tutti tacciono e cominciano a pensare a come erano: un gruppo di persone nel deserto che affronta una tempesta di sabbia con a capo un uomo, Rahaal, che chiede loro di sopportare… Superano la tempesta grazie all’esperienza e all’abilità di questo uomo, che insiste per salvarli e trovare per loro delle soluzioni a ogni ostacolo incontrato: mine ai confini, fili spinati… Lui è l’unico che conosce il percorso, perché ne ha già avuto esperienza, senza successo… Riesce a portarli fino al mare, dove incomincia l’avventura più pericolosa. E grazie alle sue conoscenze provvede ad avere una barca in un tempo brevissimo. Mentre si preparano per andare al largo arrivano le guardie costiere, che ordinano loro di fermarsi, mentre lui grida ai suoi compagni di muoversi. Dopo che si accerta che tutti siano saliti sulla barca, e mentre lui stesso si stava avvicinando per salirci, lo colpisce una pallottola. La barca si inoltra nel mare e si allontana dagli occhi.

Torniamo alla barca. Un uomo dice: “Rahaal era come la cera di una candela. Si è consumata per dare luce a noi”. Un altro dice: “Ci ha insegnato il senso della vita e l’importanza di cercare la verità”. Un altro ancora dice: “Rahaal non è morto, lui è vivo nei nostri cuori. Voi non avete visto il suo grande sorriso e anche mentre moriva era felice”. Si alza uno tra loro: “Tutti noi siamo quell’uomo, tutti noi cerchiamo la vita”. Si toglie la camicia, la impregna di benzina e le dà fuoco, buttandola nel mare per dare un segnale di richiesta di aiuto. Tutti tacciono a lungo. Rompono questo silenzio le grida del bambino.

La donna ha partorito. Tutti ridono, la donna guarda il suo bambino e questo è il suo ultimo sguardo… Lascia la vita, non sopportando il dolore del parto. L’amica la copre con un telo… Un profondo silenzio riveste l’imbarcazione e non si sentono se non le grida del bambino che si affievoliscono man mano. Forse l’acqua del mare, ondeggiando, culla il bambino come un ventre materno.

Improvvisamente il posto si illumina tutto come fosse giorno. Arrivano i soccorsi. L’amica guarda con occhi lucidi dicendo: “È troppo tardi”. Subito sale a bordo il primo soccorritore, controllando lo stato di salute dei passeggeri. Nota la presenza del bambino e chiede: “Di chi è questo bambino?”. L’amica risponde: “Questo è il figlio della barca”.

 

 

Via Lambruschini

 

Le persone a cui stringo la mano

(Gioia Panzarella)

 

Mi disse che l'appuntamento era alle quattro. Avevo scritto l'indirizzo su un pezzo di carta e continuavo a stringerlo, anche mentre camminavo a passo svelto. L'altra mano era aggrappata all'ombrello. Cercavo di ripercorrere mentalmente la strada da fare per raggiungere la villetta nel più breve tempo possibile ma la città mi distraeva. Quel bambino osservava da vicino la foglia che aveva raccolto da un cespuglio, mentre la mamma sussurrava al telefono guardando da un'altra parte. La ragazza con i denti di perla rideva con uno stupido sibilo stridulo, ma era davvero bellissima. E la nonnina che aspettava accanto a me che il semaforo diventasse rosso borbottava e borbottava, con la testa china, la mano tremante sul bastone di legno. La mia invece era ferma e stringeva l'ombrello. Nell'altra, il pezzo di carta stropicciato mi ricordava che dovevo far presto.

 

II numero 65 era dall'altro lato della strada. Mentre attraversavo in obliquo, lentamente – non c'erano macchine e non c'era più fretta, ormai ero in orario – cercavo di indovinare quale fosse la villetta che cercavo. La natura fa cose meravigliose, pensavo. Quella casa abbandonata sembrava vivere di vita propria, tanti erano i rampicanti che la avvolgevano. Viveva. Come il bambino, la ragazza e la vecchia. Come me. Se mi fossi avvicinata abbastanza, ne ero sicura, l’avrei sentita respirare, o forse cantare. Numero 63. Quella che cercavo era al numero successivo.

 

Quando, qualche minuto dopo, il mio datore di lavoro mi disse che c'era stato un imprevisto e che si doveva rimandare l’incontro, quando notai che non mi guardava ma faceva zapping con il suo grosso telecomando grigio, lì e solo lì capii che quei rampicanti avevano ragione. È molto meglio avvolgere con un abbraccio qualcosa che resiste e vive nonostante il tempo che passa, più che logorarsi l’anima per inseguire un nulla.

 

 

Via Candiani

 

Una mediazione mancata

(Gioia Panzarella)

 

Non crede che si debba urlare così, con nessuno. Per questo non risponde e lo guarda, senza reagire. Ecco, ora trema tutto e ha la faccia rossa. Non pensava che si potesse provare tanta rabbia per una questione di così poco conto. È vero, si può essere felici senza motivo, o anche tristi, come in una giornata piovosa. Ma rabbiosi... perché? Sembra esplodere. Forse è infelice. Sì, è infelice.

- Non c'è bisogno di arrabbiarsi. Me ne vado, è tutto risolto. Puoi stare da solo, se è quello che vuoi.

Avrebbe dovuto rispondere così. E poi andare via, per sempre. Oppure... oppure no, meglio:

- Devi smetterla, non mi merito tutto questo. Non tratteresti così neanche l'ultimo dei tuoi dipendenti. Sei inguardabile, una vergogna, un rifiuto umano!

Ma si sarebbe arrabbiato ancora di più. E lei, lei si sarebbe richiusa nel suo silenzio, di nuovo. Ormai neanche lo ascoltava, mentre blaterava, spruzzando saliva e pestando i piedi. Neanche piangeva. Restava impassibile e continuava a pensare a cosa dire, a come comportarsi. Ogni possibile soluzione sembrava un'ulteriore minaccia. La sua amica le diceva che quando si ha paura della propria casa si è toccato il fondo. Per lei no, il fondo è non riuscire a rendere felice la persona che si ha accanto. E lui non era felice. Era rabbioso e violento, aveva lasciato la sua umanità da qualche parte, al sicuro. Come quando hai un documento importante e lo riponi in una busta trasparente, in mezzo a un libro, e poi in uno zaino. E poi chiudi lo zaino nell'armadio, in alto, tra le coperte invernali. No, meglio sotto il letto, accanto alle valigie, tra quella nera e quella rossa. Intanto lui continuava a urlare e lei non lo ascoltava, e cercava di capire dove avesse nascosto la sua umanità. Magari con una scala sarebbe riuscita a recuperarla. Doveva ricordarsi di guardare in garage.

 

Via Broglio, 25

 

La Giovanna di via Broglio

(Fiorella Pirola)

 

“Ehi! la Sciura l’ha tirà giò la tapparella della camera!”

“Alura LU lè lì!”

“Che facia tosta...”

“L’é puntual come un treno svizzero.”

C’eri anche tu, come ogni venerdì pomeriggio intorno alle 5 insieme a quella masnada di ragazzetti, a sbirciare attraverso la catasta di legna, messa al riparo per l’inverno, e in trepidante attesa di un segnale.

E puntualmente l'“evento” accadeva e tu non intendevi certo perdere quell’occasione. Mamma si chiedeva sempre se non avevate di meglio da fare che farvi i fatti degli altri, ma poi era la prima a chiederti con finta noncuranza se la Sciura e il Sciur... e tu con un certo sussiego accettavi di aggiornarla sull’accaduto.

La Sciura Giovanna accoglieva nella sua villetta il Sciur Vittorio ogni venerdì pomeriggio e l’evento veniva sancito dal rumore della tapparella della camera che si abbassava cigolando e incespicando un po’.

La Sciura era una mingherlina infermiera di mezza età in pensione, che aveva deciso di ritirarsi a vivere nel nostro ridente paesino di M. dopo aver abbandonato definitivamente Milano, per la precisione la sua amata Bovisa, al numero civico 25 di via Broglio, dove era nata.

Il suo trasloco in quel borgo di ben 103 anime, dove non accadeva mai nulla, fu una ghiotta occasione per le donne di far pettegolezzi, di chiacchierare sul sagrato, di porsi domande sottaciute: come mai è qui? ma la casa dove abita non era della buon’anima della Signora Colombo, pace all’anima sua? e via dicendo e tu ragazzino curioso non perdevi una sola parola e con i tuoi amici gironzolavi intorno alla casa della Giovanna.

Lei, la casa l’aveva in effetti avuta in eredità dalla Signora di cui era stata per lunghi anni infermiera e aveva deciso di goderne appena giunta in pensione.

E aveva anche deciso di godere in pieno anche delle attenzioni del Sciur Vittorio, idraulico in pensione, ex sindaco del paese e soprattutto marito della Teresa, che lo teneva d’occhio da una vita.

Il Vittorio, appena vista la nostra Giovanna, ebbe una specie di visione, non tanto perché fosse bella, che poi non lo era granché, ma perché l’era una forestiera e per giunta di Milano e le milanesi si sa... e, dopo aver passato la vita insieme alla Teresa e alle solite donnette casa e chiesa, non gli pareva vero che una tale Signora gli avesse messo gli occhi addosso.

Ti ricordi come lei lo guardava di sottecchi, mentre prendeva l’aperitivo al bar della piazza? O come faceva finta di aver perso qualcosa e chiedeva il suo aiuto? Quante risatine ti sei fatto con i tuoi amici!

Finché un giorno, con una certa dose di coraggio, la Giovanna chiese al Sciur Vittorio se poteva darle una mano in casa con l’impianto idraulico che... l’era proprio una rovina!

Tutto questo maneggio non era certo passato inosservato e la povera Teresa non sapeva che pesci prendere, le rimanevano solo la preghiera e la confessione da don Cesare. Quel sant’uomo cercava di tenerla su: vedrai che passa, sono solo maldicenze, stai tranquilla.

Intanto tu non perdevi occasione per andare a raccontare a tutti quello che credevi di sapere o che ti immaginavi, non senza buoni motivi, bisogna dire!

Giusto per non dare nell’occhio, il Vittorio, presa confidenza, si recava a casa della Giovanna addirittura con la sua auto, una Renault 5 rossa fiammante, l’unica di tutta la zona.

La storia durava ormai da mesi e in paese cominciavamo a occuparci di altri pettegolezzi, anche se non gustosi come questo. La Teresa rassegnata continuava a pregare e voi ragazzetti avevate deciso di fare altro ogni venerdì alle 5.

Quel venerdì tu però decidesti di andare da solo a dare una sbirciatina prima di raggiungere gli altri, giusto per non perdere l’allenamento.

La tapparella era stranamente sollevata, la Renault 5 rossa fiammante non era parcheggiata lì vicino, nella villetta non c’era segno di vita. Cosa stava succedendo?

Corresti come un fulmine dalla Teresa per vedere se il Vittorio era lì, ma lei non lo vedeva dalla mattina, ti disse piagnucolando e facendosi il segno della croce; nel bar nessuno l’aveva incontrato, fatto strano; nel negozietto della Mariangela non aveva messo piede.

Insomma nessuno sapeva dove fosse finito. Sparire così in un paesino non era cosa facile.

Ma tu sei sempre stato uno sveglio e anche in quel momento volevi dimostrare di esserlo. Con un binocolo in mano, salisti il più possibile in alto su sulla cima della montagnetta che sovrastava M.; quelle stradine le conoscevi come le tue tasche, e con un po’ di fiatone raggiungesti una terrazza naturale da cui si poteva vedere un lungo tratto di strada. Inforcasti il binocolo e puntasti dritto sul fondo valle.

In lontananza mettesti a fuoco la Renault 5 rossa fiammante carica di bagagli fin sul tetto e ti parve di vedere due mani sbucare dai finestrini e salutarti allegramente.

 

 

Via Donadoni

 

Una nuova vita

(Fiorella Pirola)

 

Una lampada per terra in una stanza vuota, all’inizio di una nuova vita.

Una lampada, la stessa, per terra in una stanza vuota, alla fine di quella vita.

Di ciò che è stato vissuto, resta forte il ricordo di quella lampada che illuminava una grande speranza.

 

 

Via Grazzini

 

Giochi

(Fiorella Pirola)

 

La ribalta del capannone di mio padre, ormai abbandonato. Su quella ribalta rivedo me bambina giocare con i bidoni di legno di balsa dai quali uscivano polveri colorate. Il sole che filtrava dalla finestrella le trasformava in allegri arcobaleni e io ridevo.

Ora, nel ricordo, fermo lo sguardo su un particolare: su quei bidoncini allegri e leggeri era stampato un nome, “ACNA”: fabbricavano morte e io ci giocavo spensierata.

 

 

Via Morghen



Amicizia

(Fiorella Pirola)

 

Nella foto si vedono quattro donne. Sono allegre, sorridenti, in buffe pose… sullo sfondo una spiaggia fuori stagione e un bimbo, sfuocato.

Sono quattro amiche, legate da anni da un forte sodalizio, da una complicità profonda, quattro persone diverse per carattere, per modi di affrontare la vita, per vicende personali, ma nella mente la medesima folle speranza di un mondo migliore. Sono passati molti anni, ma le quattro amiche sono ancora lì a lottare e sperare e, mentre guardano insieme quella foto, a ringraziare di essersi ritrovate.

 

 

Via Morghen

 

Solitudine

(Fiorella Pirola)

 

In un letto un bambino febbricitante non riesce a leggere, la testa gli duole e gli occhi gli bruciano, la sua cameretta è al buio. Da lontano si sente il rumore dell’officina che si trova nel cortile, un rumore sordo, profondo, costante di un maglio che batte ritmico ed ossessivo.

Dalla cucina arriva attutito lo sbatacchiare delle pentole con cui la mamma sta preparando la cena e il vocio della televisione, che pare dare una forma al buio.

Dalla strada le voci indistinte degli avventori del bar e il rumore delle auto.

Roberto, l’elettrauto sta provando i motori, dando accelerate che fanno sussultare.

Intorno ferve la solita vita, ma per la prima volta il bimbo, a cui la febbre eccita i sensi, si accorge del pigolio delle piccole rondini che imparano a volare.

 

 

Via Varè

 

Il ragno

(Fiorella Pirola)

 

Sono un uomo di mezza età, dall’aria affidabile, cordiale. Piacente. Ho sempre una buona parola per tutti ed un sorriso pronto sulle labbra. Tutto questo non guasta di certo!

In un negozietto un po’ in disparte, in Via Varè, zona Bovisa, tra ruderi di vecchie fabbriche, ho deciso di insediare la mia attività. L’ho collaudata in parecchi altri luoghi del nostro bel paese, e ne sono molto fiero. Di quale attività si tratti è un po’ complesso da definire... diciamo che dò una mano a chi ne ha bisogno.

Molti non la penserebbero così, se sapessero di cosa si tratta. Viviamo in un mondo di ipocriti benpensanti; eppure quanti di questi prima o poi vengono a chiedermi un “aiutino”. “Solo per questa volta, poi non accadrà più!” giurano a se stessi.

Immaginatevi che ho persino tolto dai guai un tizio che aveva problemi con il fratello. Ho usato metodi non particolarmente forti, solo una specie di avvertimento, ma devo dire che è stato sufficiente per farli riappacificare, non so se il termine sia corretto, ma il risultato finale è stato quello. Un’altra volta ho cancellato per bene le tracce di un passato poco edificante di una graziosa signora del quartiere, e lei me ne è ancora profondamente grata. Per non parlare di alcuni bottegai inguaiati!

Giro per le strade a testa alta, molti mi salutano con rispetto, altri con un po’ di timore, ma la maggioranza per fortuna mi ignora. Crede che io sia uno dei tanti che ha una legittima attività, che posso svolgere alla luce del sole.

Ma dovreste vedere chi si avvicina al mio retrobottega, quando scendono le ombre della sera. Persone insospettabili. Alcuni che, magari, sono stati in piazza a protestare, altri che escono da Messa tutti compunti e tronfi nella loro ammirata integrità morale.

Prima o poi qualcuno avrà bisogno di me ed io sono qui ad aspettare. Pronto poi per andare a fare del bene in un altro luogo, lontano da qui.

 

 

Giardinetti, Piazzale Lugano

 

Crisi di coscienza

(Fiorella Pirola)

 

Sto passeggiando felice e beato con Lucrezia, la mia migliore amica. Mi sento in pace con il mondo e me lo gusto, attività per un cui ho un debole, se proprio devo essere onesto. Lei mi tiene vicino, mi parla con tenerezza e io mi sento al settimo cielo, è come se fossi unico per lei. Per la precisione, lei è veramente unica per me, lo è da sempre. È la prima immagine che mi compare appena mi sveglio e l’ultima appena prima di chiudere gli occhi.

Chissà se se ne è mai resa conto. Come posso farglielo capire davvero?

Per ora non me ne preoccupo e continuo a starle al fianco. Le lancio ogni tanto una carezzevole occhiata, siamo soli io e lei in questo splendido parco cittadino, in piena fioritura. La primavera fa miracoli al cuore umano!

Soli? Quasi soli! Davanti a noi un’apparizione, bella da non dire. C’è qualcosa in lei che mi attira subito; tento di liberarmi dalla mano di Lucrezia che avverte con timore che qualcosa non va e fa di tutto per trattenermi vicino a lei. La sua voce, prima carezzevole, diventa sempre più irosa, concitata. Ogni suo sforzo di trattenermi risulta vano… fuggo, le chiedo perdono nel pensiero e spero che capisca... Di fronte a una splendida cockerina non c’è amicizia che tenga! Non ti preoccupare padroncina mia adorata, appena posso torno.

 

 

Via Carnevali

 

Una storia interessante

(Fiorella Pirola)

 

Caspita! Ma la mia bellissima storia, fatta di amore, complicità, amicizia è così poco interessante? Sono l’invidia di amiche e sorelle, sono tranquilla e felice, ma... non ci posso nemmeno scrivere un racconto!

E allora diamoci da fare, rendiamola piccante e mettiamoci del sale.

Eccolo… arriva in ritardo, non è strano, capita spesso, ma questa volta decido di fare una piccola sceneggiata.

Tu mi trascuri... Vengo dopo un mare di altre cose... A che punto sono nella scala delle tue priorità? Per te non conto niente, è evidente. Questo mi fa star male, lo sai? Lo vedi?

Anzi, se devo proprio essere onesta, mi sono stancata anche del cibo poco curato che mi prepari. Sembra tu lo faccia solo per dovere. E che dire del modo frettoloso con cui mi stiri le camicette? Se non ti va più, dillo apertamente. Per non parlare del tuo essere così tollerante... devo pensare che hai qualcosa da farti perdonare? E non guardarmi con quegli occhi stralunati! Non sono mica diventata pazza... sto cercando di dare un po’ di sapore alla nostra bella, o meglio quasi bella, o meglio ancora, piuttosto mediocre storia.

Dai! Un po’ di sano conflitto renderà più intrigante e meno banale la nostra vita.

E via così... se vuoi ti elenco tutto ciò che non va; quello che vorrei da te; smetto di pensare in positivo a noi e divento una normale compagna un po’ insoddisfatta. Che te ne pare?

Perché continui a fissarmi così? Di’ qualcosa! C’è qualcosa che non ti convince? Ehi! Perché esci? Dove vai? Dai su! Torna indietro, non capisci che stiamo per diventare finalmente protagonisti di un bel racconto interessante?

 

 

Via Andreoli

 

Il trani

(Fiorella Pirola)

 

Chi non sa cosa sia un trani? Anche in Bovisa ce n’era uno e come tutti i trani era per molti un luogo dove si incominciava la giornata e la si finiva dopo il lavoro, il posto dove, tra una partita di carte e una chiacchiera, lasciare alle spalle le brutture del mondo e i rimproveri della moglie.

Appena entrati due cose ti colpivano con la stessa violenza: la puzza tremenda del fumo delle sigarette, che ti impregnava i vestiti e ti intossicava, e la bruttezza incredibile di Giuseppe, l’oste.

Era molto basso, grasso, con pochi capelli radi sulla testa e il classico naso rosso e bitorzoluto dell’avvinazzato (non era pensabile che il proprietario di un trani fosse astemio). Parlava, anzi bofonchiava mentre tossiva, in uno strano dialetto meridionale, che non riuscivo mai a interpretare, ma che gli avventori abituali avevano ormai fatto proprio.

La bruttezza era pari al modo sgradevole di trattare con la gente.

Se la giornata girava storta, era meglio stargli alla larga, limitarsi a ordinare, il più umilmente possibile, “il solito rosso... grazie!” e raggiungere il tavolino più lontano dal bancone.

Se invece le cose andavano meglio o se non aveva litigato con la moglie (ah! già c’era anche una moglie di cui faremo conoscenza più avanti), potevi sperare in un grugnito di saluto e uno di ringraziamento quando andavi a pagare il dovuto.

Per fortuna nessuno considerava il trani come un luogo dove intrattenere discorsi profondi, dibattere dei massimi sistemi, complottare per la salvezza della Patria.

Insomma, si parlava di calcio, di donne e di motori, e quindi la presenza di Giuseppe era assolutamente in sintonia con il luogo: il vino era decente e di poco prezzo e si poteva restare per tutto il tempo che si voleva senza correre il rischio di essere scacciati. Oh Dio! il rischio in realtà c’era, perché, se l’umore del nostro amico oste cambiava, all’improvviso ogni scusa era buona per farti sgomberare il campo.

Vederlo appoggiato col gomito al bancone, con una sigaretta in bocca era uno spettacolo.

Ti sembrava che in quel momento intorno a lui ci fosse il vuoto. Fino a quando la sigaretta dava un segnale di fumo era impensabile potergli rivolgere la parola.

Tutti sapevano che per raggiungere l’altezza del banco di mescita era costretto a stare su una predella, ma nessuno osava fare stupide battute, perché sarebbe stato incenerito dal suo sguardo.

Ed ecco la moglie: la Signora Maria, anche lei corpulenta, alta dai colori chiari tipici delle donne friulane. A vederli sorgevano spontanee alcune domande, ma nessuno cercava di dare delle risposte. Era meglio tenersele per sé.

Era di carattere forte e deciso, il volto sorridente, ma dagli occhi di un pallido azzurro partivano lampi poco rassicuranti.

Parlava volentieri con chi l’avvicinava e sembrava disponibile, fino a quando qualche cosa la innervosiva e allora si ritirava nel retrobottega e non la si vedeva più.

Erano insomma una strana coppia di cui nessuno sapeva molto e che ormai da anni governava quel piccolo mondo. Lei parlava in friulano, lui in quel suo strano dialetto, eppure si capivano da più di 20 anni.

Ma...

Questa mattina molto presto, come spesso mi capita, entro nel trani con il bottiglione vuoto da riempire con quel loro denso vino rosso, che tanto piace a mio padre e dietro al bancone Giuseppe non c’è, e non sento nemmeno la sua voce borbottare nel retro. Di Maria non c’è traccia e gli avventori, appena entrati insieme a me, si guardano intorno come smarriti.

Tutto questo dura pochi minuti: ecco comparire dal retrobottega una ragazza di una bellezza inaudita, o, a pensarci bene, forse è solo una normale giovane donna, che in questo posto ci sembra essere una principessa bloccata da un maleficio in un antro squallido e fumoso. Il primo pensiero che mi viene in mente è che siamo proprio messi male, ci basta una bella ragazza per farci impallidire! Siamo una banda di disperati.

Mi viene da chiedermi: chi sarà il Principe Azzurro che la salverà?

Chi tra noi la libererà da questo incantesimo?

Io no di certo, sono ancora un pisquanello, come mi chiama mia nonna, e allora posso solo limitarmi a fantasticare.

Il silenzio si protrae per qualche minuto, poi LEI apre bocca e chiede con voce soave, o almeno così mi pare, che cosa desideriamo. Mi guardo intorno e mi accorgo che lo sconcerto è totale. Nessuno riesce ad aprire bocca; probabilmente alcuni si stanno domandando come si può chiedere un bianchino tagliato a quell’apparizione, e soprattutto a quell’ora del giorno!

Finalmente, quello che probabilmente è il più ardimentoso osa ordinare... un succo di pompelmo, grazie! Il primo succo di pompelmo della sua vita.

Lei con un certo impaccio glielo porge, dimostrando così la scarsa dimestichezza con il mestiere.

Ormai il ghiaccio è rotto e tutti cominciano a chiedere indirettamente, fare domande più dirette, aspettare risposte e via discorrendo.

Si scopre così che LEI si chiama Lucia ed è l’unica figlia di quella strana coppia, che è stata tenuta lontana, che sta studiando all’Università, e che la sua presenza in quel luogo è dovuta alla necessità di sostituire temporaneamente i suoi genitori: non c’è però verso di farle dare altre spiegazioni.

Da quel giorno la vita del trani cambiò radicalmente... la stessa parola “trani” sembrava fuori luogo. Agli occhi di tutti quel locale squallido e fumoso era ormai un posto di delizie.

Lucia dispensava sorrisi a tutti, gli avventori fingevano di fare discorsi impegnati, a me tremavano le gambe alla sola idea di chiedere il solito “pieno di vino rosso”, la mia adolescenza si faceva sentire con tutti i suoi effetti...

Ci fu una incredibile impennata di consumazioni analcoliche o se proprio non si riusciva a stare al largo dagli alcolici si cercava di ordinare qualcosa di più “all’altezza”.

I più spigliati cercarono di tenere con lei una conversazione brillante, gli altri si limitarono ad annuire o a fingere di pensare.

Insomma il nostro piccolo mondo si era rivoluzionato. Cominciarono a fare capolino anche le donne, soprattutto le mogli di coloro che stazionavano a lungo nel bar. Volevano vedere con i propri occhi chi fosse l’artefice della trasformazione dei loro mariti.

Ovviamente i commenti delle donne non erano così benevoli... in fondo quella non era un granché, era una finta bionda, si dava un sacco di arie, chissà se poi si stava davvero laureando. Intanto, comunque, appena potevano facevano capolino nel locale.

Ma come tutte le più belle cose, durano solo un giorno, come le rose.

Una mattina lei scomparve così come era venuta.

Giuseppe e Maria erano di nuovo ai loro posti di combattimento. Lo sconforto si impossessò di tutti, e non rimase altro da fare che annegare i propri dispiaceri in un bel bianchino tagliato. Venne così ristabilito il giusto ordine delle cose.

 

 

Piazzale Nigra

 

Privacy

(Fiorella Pirola)

 

Un anonimo palazzo rivestito di piastrelline viola, una serie di balconi incassati, un portone pretenzioso che chiudeva fuori il mondo; lassù all’ultimo piano abitava G., un single borghese in un contesto di famiglie della media borghesia.

Ecco quello che fa per me, si era detto appena l’agente immobiliare glielo aveva fatto visitare; in quel condominio non c’era neppure la portineria! Non si poteva chiedere di più.

Fino a quel momento aveva vissuto in una casa di ringhiera, dove nessuno si faceva i fatti suoi. L’odore pungente dei cibi invadeva gli spazi a tutte le ore, lui era costretto a passare davanti agli appartamenti altrui, abitati da varia umanità, e le vicine, vedendolo sempre solo, si facevano premura di portargli... ”qualcosina di buono, fatto con le mie mani, la vedo piuttosto sciupato, nulla che posso fare per lei?”. Fino a che aveva deciso e se ne era andato tra lo sconcerto di tutti, senza salutare nessuno.

Ed eccolo lassù, come in un nido d’aquila. Dal suo terrazzo si potevano vedere in lontananza le montagne dell’arco alpino, i tetti delle case più basse punteggiati di antenne. Niente altro, nessun contatto visivo con la vita che scorreva più in basso.

Un ascensore portava direttamente nel suo appartamento, il cancelletto nascosto dietro una porta mascherata da uno specchio.

Un grande spazio dove rintanarsi lontani da tutto, finalmente. L’aveva acquistata proprio per quel motivo, nonostante il prezzo fosse al di là delle sue possibilità, ma ne valeva proprio la pena, la tranquillità non ha prezzo, si diceva tutti i giorni entrando in casa.

G. non aveva mai incontrato i suoi nuovi vicini e la cosa non lo turbava affatto, anzi lo incuriosiva: era convinto che fosse più emozionante immaginare che non conoscere.

Dall’appartamento accanto al suo provenivano suoni attutiti: musica classica ascoltata a basso volume, il brusio del televisore, vocette di bimbi educati, che non schiamazzavano. Chissà in quanti erano? Che volti avevano? Erano molto giovani? O avevano avuto i bimbi in età matura?

Il suo terrazzo confinava con un altro, ma rigorosamente separato da un muretto sufficientemente alto da impedire qualsiasi contatto visivo, ma nessuno poteva costringere i profumi e gli aromi del cibo a starsene buoni buoni rinchiusi in casa.

Ed ecco allora che G. cercava di immaginarsi le fattezze di quella che per lui doveva per forza essere una casalinga dedita alla cura e al benessere del proprio compagno. Era senz’altro molto carina e ben curata.

Ad essere onesti, G. non viveva proprio da solo. A tenergli discretamente e silenziosamente compagnia, c’era Lulù, la sua amata gatta, che da quando viveva là in cima con lui aveva smesso di scappare di casa alla ricerca di avventure e si era rassegnata a passeggiare con un certo sussiego sul terrazzo.

Oggi però Lulù decide di dare una svolta alla sua nuova vita. Con un balzo, scavalca il muretto che la divide dalla libertà e scompare.

Per G. è un improvviso ritorno al passato, gli tocca, come allora, andare in giro a chiedere se qualcuno l’ha vista e la cosa lo infastidisce non poco.

Da dove devo cominciare? È il primo pensiero che gli passa per la testa; quando succedeva in quel manicomio dove viveva prima, si mobilitava tutto il caseggiato e fino a quando Lulù non tornava a casa stavano tutti in pensiero.

Adesso se la deve cavare da solo.

Attende qualche ora e siccome Lulù continua a non dare segni di vita, decide di andare a suonare il campanello della famiglia accanto a lui.

Con un po’ di imbarazzo misto a fastidio si piazza davanti alla porta blindata e suona... La signora gli chiede sbirciando dall’occhiolino chi sia. G. si presenta come il suo vicino di casa e lei con un po’ di diffidenza socchiude l’uscio e gli chiede che cosa desideri.

Lui non riesce nemmeno a presentarsi come gli piacerebbe e si limita a chiedere se per caso ha visto la sua gatta, magari sul balconcino. La signora con freddo garbo gli risponde che se ne sarebbe certamente accorta se la micia fosse passata da casa sua perché è allergica! Risolino di circostanza trattenuto, un saluto rapido e la porta si chiude.

La scena si ripete più o meno con le stesse modalità e parole davanti a ogni porta.

G. rimane sconcertato, pensa alla sua gatta, al suo desiderio di libertà, alla sua fuga dalla torre in cui è stata rinchiusa.

Improvvisamente, alla mente gli tornano i volti colorati, le voci che in tutte le lingue lo avvolgevano, i profumi che inondavano la sua casa e gli strilli dei bambini nel cortile, tutta la calda, invadente umanità che aveva lasciato e un’improvvisa e violenta nostalgia lo assale...

 

 
Via Ugoni

 

Ricordo in grigio

(Andrea Puddu)

 

Torni spesso nei miei sogni. Come se fossi sempre presente in me, eppure più non ti appartengo. Quelle rare volte che passo sotto la mia vecchia casa, sento il trascorrere del tempo in un semplice attimo. Alla naturale nostalgia si affianca pian piano indifferenza. Non solo da parte mia, ma anche dalla tua: come se tu avessi un’anima. Un’anima da me plasmata e donata, ora diventata grande con scelte compiute, diverse dalle mie, e dove si smarrisce il ricordo. Ma davvero è così?

Fisso il balcone pendente, lì al primo piano, dove mi affacciavo e scrutavo il mondo, e pensieri e ricordi mi assalgono. Ora chi ci vivrà? Chi ci abita può percepire i miei trascorsi? Ci sarà ancora il parquet con le tavolette in legno che si staccano e che io e mia sorella usavamo per giocare? Chissà com’è camera mia e la vista dalla finestra verso il cortile con i suoi box, e poi oltre il muro quel convento e la chioma dei suoi alberi, nel giardino che ho sempre solo immaginato, e ancora più in là gli ignoti palazzi distanti. Oggi ancora più distanti. A chi appartiene questo sguardo ora?

La pace del mio cortile al tramonto, il suono lontano delle campane, il rumore del vecchio tram, il 23, che al mattino annunciava l’inizio della giornata.

Il ricordo della domenica, dopo aver fatto il bagno, asciugandosi i capelli e ascoltando Lucio Battisti, con lo stereo dentro il vecchio mobiletto in legno, di fianco al divano a righe rosa bianche e viola. E tanto altro ancora…

Ma i miei pensieri s’interrompono all’improvviso. Devo tornare a casa che è tardi. Riguardo velocemente la casa della mia infanzia e adolescenza e mi accorgo che è proprio brutta. Tutta e solo grigia. Anonima. Certo non ci abito più, né io né la mia famiglia.

 

 

Via degli Imbriani

 

Le sirene del treno

(Andrea Puddu)

 

Dopo una lunga giornata di lavoro rientro a casa, pensieroso. Già nel chiudere la porta percepisco qualcosa, ma non l’afferro ancora. Stanco, mi adagio sulla poltrona e mentre guardo distrattamente il tramonto, in lontananza sento una sirena del treno: eccomi d’improvviso, all’alba di un fresco giorno di fine estate, in stazione, a guardarti per l’ultima volta dal finestrino del treno. Addio maestro e grazie di tutto.

 

 

Scuola elementare “Marie Curie”, via Guiducci 1

 

Punto d’incontro

(Andrea Puddu)

 

Dallo sguardo già capisco la situazione e mi innervosisco subito.

“Beatrice, dai, su mangia il secondo”.

Il suono delle mie parole sono sinonimo di fastidio e stanchezza. Anche perché l’emicrania che mi è venuta a trovare il mattino ha deciso di soggiornare a lungo nella mia testa.

“Ma fa schifo questa roba”, risponde lei arrabbiata e scocciata.

Come darle torto d’altronde: i fagioli sembrano venuti fuori direttamente da una saliera dal sale che hanno e il formaggio è il solito pezzettino senza sapore e senza consistenza. Tutto questo dopo un primo al brodo e crostini molto difficile.

“Non si dice fa schifo. Si dice non mi piace!” rispondo da copione. Ma non ci credo neppure io. Controbatte in fretta dicendomi: “Eh lo so lo so, però è così!”. Mm, qualcosa non quadra. Il suo tono non è il solito.

Tiro un lungo respiro con una fitta che mi accarezza l’occhio, mentre anche gli altri bambini lottano corpo a corpo con questo secondo. Oggi Milano ristorazione mi rende il lavoro faticoso.

Riguardo Beatrice e vedo gli occhi di una bambina che esprime la sua sofferenza per un padre lontano.

Prendo una mela e vado da lei. Le tolgo il piatto e le dico sottovoce: “Però mi mangi tutta la mela”.

Lei annuisce silenziosa.

 

 

Via Candiani, 29

 

Verso la città

(Manuela Ronchi)

 

Fine giugno.

Tra una settimana lasciamo questa casa e andiamo a vivere in città.

Z. ha un anno. Una delle cose che più gli piace fare è correre al cancello e guardare a lungo le auto che transitano o si fermano al semaforo.

Anche oggi probabilmente lo ha fatto perchè a un certo punto non lo troviamo più. A nulla serve setacciare i dintorni, chiedere in giro. Avrà superato le larghe inferriate e fatto l'altra cosa preferita: attraversare la strada.

Luglio. Viviamo nel nuovo quartiere. Non torneremo più in quella casa. Non ritroveremo più Z.. Dovremo rinunciare al nostro gatto.

 

 

Ex magazzini della Scala, via Baldinucci

 

Trasformazione

(Manuela Ronchi)

 

1960. Alla Bovisa ci viene a lavorare mia madre, prima della mia nascita. Arriva dalla provincia, con il treno.

2001. Ci arrivo io, non molto convinta di trasferirmi a vivere in città. Il campo si restringe. Una via.

2002. La fabbrica o il deposito, non so, delle scenografie della Scala. Già dismessa, ma sede di uno spettacolo che mi conquista.

2004. La fabbrica diventa la casa temporanea di molte persone sbarcate in Italia con un po' di speranze. M. mi dice che ha passato un mese lì, appena arrivato in Italia. R., che lavora di fronte, mi racconta di quando passano dal suo negozio e lui dà loro qualcosa da mangiare. E mi racconta anche delle brave cristiane, che invece si sbracciano, quando arrivano i vigili per sgomberare gli abusivi, dicendo: sono lì, sono lì!

2012. Non c'è più nulla. La fabbrica è stata abbattuta. Le persone sono migrate altrove. Non credo molto lontano. Ci sono ancora le brave cristiane. Ma non fanno parte del mio mondo. Io cammino sicura in un quartiere arcobaleno.

 

 

Piazzale Lugano

 

Incontro

(Manuela Ronchi)

 

La festa è terminata, per noi. Dai, andiamo. Ecco la 90. Meno male che non dobbiamo aspettare. Stai crollando dal sonno. Guarda, c'è un posto. Siediti lì.

 

L'ubriaco è davanti, seduto in modo precario sulla poltroncina. Si alza, torna a sedersi. Si rialza, guarda fuori. Forse vuole scendere. Si avvicina alle porte. L'autobus si ferma. Le porte si aprono. Si richiudono. È ancora su. Ci ha ripensato. Torna a sedersi. Si addormenta. Si risveglia. Ora scende. Si guarda intorno. Risale. Si siede e dorme un po'. Intorno l'autobus vive, come sempre. Tutti guardano lo strano tipo come se non lo vedessero. L'ubriaco si riprende, ondeggia cercando di attaccarsi al paletto. Gli manca la presa. Crolla sulla mia gamba. Mi resterà un livido per mesi. Cerco di sollevarlo. Ma è troppo pesante. È inamovibile. Come i passeggeri dell'autobus.

Un ragazzo slavo, vestito di bianco, dal cappellino alle scarpe, pieno di oro, guarda. Inamovibile pure lui, ma solo per un attimo. Subito si avvicina, mi aiuta nel difficile spostamento. Poi scende alla fermata successiva, dopo aver detto qualcosa, meravigliato, a proposito degli italiani che sono tanto bravi a fare le statue di gesso.

 

Ciccio, guarda. Ecco piazzale Lugano. Siamo arrivati. Un pezzetto di strada a piedi, e siamo a casa.

 

 

Via Carnevali

 

Appartamento temporaneamente vuoto

 

Torto

(Manuela Ronchi)

 

Mi chiudono, ma sono innocente.

Mi obbligano a stare qui, ad abbassare la testa, a rispondere ai loro ordini, ad avere addosso gli sguardi schifati di quelli degli altri reparti che mi giudicano. Perchè pensano che spacciare sia più dignitoso di rapinare, o altro.

Ma io sono innocente. Cosa ci faccio qui?

Lei era bella, disinibita. Provocante, con quella minigonna uterina, disponibile.

Perché poi si è tirata indietro? Mettiti al mio posto. Saresti riuscito a fermarti, cazzo?

 

 

Armenia film, via Baldinucci

 

Ma quanti litri d'acqua devo bere per compensare i liquidi persi?

(Manuela Ronchi)

 

La prima volta è stato più o meno all'età di nove anni. Era il giovedi grasso. All'oratorio c'era una festa con dolci e tutto il resto. Come da tradizione a un certo punto lei e tutti gli altri sono stati spinti nel teatro; inizia il film. La storia dei due fratellini Andrea e Milo. Raramente la sfortuna si accanisce così tanto su dei bambini, in particolare sul maggiore. Gli muore la mamma. Il padre non capisce il suo dolore (il film si intitola proprio Incompreso). Viene incolpato di ogni marachella compia il fratello più piccolo. Persino di averne provocato la tonsillite e conseguente operazione. Infine Andrea cade da un albero, si lesiona la spina dorsale e muore tra le braccia del padre pentito. Ma muore felice, perchè capisce che il padre lo ama. Che culo. Ma soprattutto: è il caso di far passare a dei bambini mascherati e truccati di tutto punto un pomeriggio di carnevale così? All'insegna della tristezza? E dell'angoscia, perchè da un certo punto del film in poi è stato quello l'unico sentimento che provava. Tra l'altro i dolci erano finiti e durante i titoli di coda non riusciva a bloccare i singhiozzi. Che vergogna, quando le luci si sono accese e il trucco colava. Vabbe', occhi bassi e via di corsa. Fuori la mamma la stava aspettando.

Sua madre. Fu proprio con lei che una sera condivise i pianti e i gemiti suscitati da un film, se possibile, ancora più drammatico. Lo specchio della vita, nell'inverno successivo. Due donne, una bianca e una nera (che naturalmente diventerà la sua governante), e le loro figlie che crescono insieme. La madre bianca ignora la figlia e la figlia mulatta, Sarah Jane, si vergogna della madre in una società razzista da fare schifo. Il fidanzato, quando scopre che non è bianca, la picchia e l'abbandona. La madre di Sarah Jane, un angelo in terra, soffre in silenzio e pur di non mettere in difficoltà la figlia, si spaccia per la sua governante, quando verso la fine del film la va a cercare e la trova in un locale di spogliarelli. Comunque, chi muore alla fine? Naturalmente i troppo buoni non vengono premiati e la povera Sarah Jane, pentita, accompagna la bara della madre. Il tutto col sottofondo del gospel straziante di Mahalia Jackson. Che strana idea della vita si poteva fare lei, a dieci anni, dopo una serie di film del genere?

Ma non aveva visto ancora nulla. All'orizzonte non era ancora spuntato The elephant man. Era cresciuta parecchio da allora. Aveva circa 20 anni. La sera usciva con gli amici, al ritorno si beveva un caffè e vedeva spezzoni di film, praticamente dal secondo tempo in poi. Anche questo film le provocò qualcosa come un mezzo colpo al cuore. Meno male che era arrivata tardi e non lo aveva visto per intero. Altrimenti si sarebbe disidratata. Sono sadici gli sceneggiatori. Godono nell'ideare la morte del povero uomo elefante, che per 123 minuti ne subisce di ogni e alla fine si suicida felice togliendosi i cuscini e morendo soffocato. No, questo film per intero non lo avrebbe mai visto. Un tempo le sarebbe bastato per l'eternità.

Arrivati a questo punto, nella sua educazione sentimentale, ne dobbiamo citare ancora uno, che fa parte delle sue esperienze dell'età adulta. Anche se questa volta, quando tutto era finito, aveva integrato i liquidi persi, svegliandosi più volte nella notte e attingendo alla bottiglia da due litri di acqua naturale posta ai piedi del suo letto. Ancora una volta sfidava chiunque a trovare qualcosa di più pessimista e persecutorio verso un solo uomo. O per lo meno quello che ne restava. Infatti il protagonista è ridotto a un tronco senza arti e senza faccia. Durante tutto il film ricorda la sua vita, sogna in flash back a colori. Viene bistrattato nell'ospedale in cui è tenuto e, in extremis, non riesce a morire perchè l'infermiera che vorrebbe aiutare la sua disperazione a trovare pace viene bloccata. E lui è destinato a gridare "qualcuno mi aiuti" senza voce, solo battendo la testa sul cuscino, in un drammatico alfabeto morse. E Johnny prese il fucile. Una follia. Perchè le tornavano in mente solo quelli?

Basta con questi tormenti. Il prossimo film di cui si sarebbe ricordata doveva essere d'amore e con esito felice. Ma non ne era molto sicura. Sospettava che ci sarebbe ricascata.

 

 

Via Lugo

 

Le formiche

(Peppa Silicati)

 

Sono arrivata in Bovisa nel 1973.

Erano anni caldi di storia e avvenimenti.

Era luglio e io mi ero appena sposata. La casa che avevamo trovato, con l’aiuto di Egle che abitava in Bovisa da anni, era piccola, ma giusta per noi.

A piano terreno con due finestre e due stanze, in una villetta in una strada piccolissima, con giardinetti e alberi da frutto. Un sogno a Milano.

Ho amato quella casa e la Bovisa per tanti motivi: le mie storie, il mio lavoro, la passione politica e soprattutto le persone che ancora fortemente mi tengono legata.

Stare in quella casa, in via Lugo, con gli alberi, i frutti e i fiori mi ricordava la casa dove ero nata.

Quando si nasce in campagna, con il verde, l’orto, il pollaio, forse rimane dentro la voglia di spazio e di foglie, di clorofilla da respirare.

Ricordo che mio padre quando tornava dal lavoro stava nel cortile davanti alla casa e lavorava nell’orto: io con lui imparavo ad avere bisogno della natura. Era un tipo allegro, trafficone che amava lavorare con le mani e che mi faceva divertire.

Mi piaceva anche stare da sola e guardare ciò che succedeva tra l’erba. Dietro casa c’era un alto pino i cui rami toccavano la parete della casa, un vialetto di sassolini e un prato. E io stavo a guardare le formiche che formavano una lunga fila e che dal tronco del pino scendevano ordinatamente e salivano, sempre in fila indiana, sul muro della casa. Andata e ritorno.

Mi piacevano. Ogni tanto mettevo un sassetto o una briciola di pane per interrompere l’andirivieni.

La fila si rompeva: si agitavano, chi correva avanti, chi correva indietro, quella che riusciva a recuperare bricioline di pane subito si rimetteva in fila nella giusta direzione. Io stavo lì e guardavo, avevo circa quattro anni.

Questo frammento dell’infanzia mi torna spesso in mente e, quando cerco di raccogliere indizi sulla mia vita, mi serve per giustificare la curiosità, quasi indiscreta, che ho verso le vite degli altri.

Mi è rimasta la curiosità di osservare gli altri.

A ventiquattro anni ho incominciato a osservare l’andirivieni della vita in Bovisa.

 

 

Clinica Pio X, via Nava

 

Si prega di non toccare

(Peppa Silicati)

 

Greta suona il pianoforte. Ma io non sempre capisco quello che fa.

Io invidio quelli che sanno suonare.

La musica è un linguaggio superiore, qualcuno dice universale, io dico solo bello. Così come si usa la parola bello quando non si sanno trovare altre parole per dire perfetto, profondo, eccelso, incommensurabile, inavvicinabile, insomma…bello.

La sua musica è struggente ed esaltante, colpisce il cuore.

Di solito mi nascondo dietro una colonna, mi siedo e ascolto per un po’ finché il mio cuore regge. Poi mi allontano e ricomincio a giocare con gli altri, ma la sua musica mi segue languida ma più lontana, meno pericolosa.

Lei ha uno strano rapporto con il suo pianoforte.

Quando suona si sdraia sulla tastiera, si trascina sui tasti, li accarezza, preme la pedaliera con leggerezza per cercare altre sonorità segrete. Produce note e intanto si dimentica del mondo e parla mentre suona. Al suo pianoforte racconta storie, sogni che ha fatto e forse progetti di fuga.

Non so dove vogliono andare e cosa vogliono combinare.

Di giorno suona e di notte dorme sul suo pianoforte. D’estate è facile vederla nuda, d’inverno avvolta in una coperta colorata.

Non mi sembra strano che l’altro giorno abbia messo un cartello sul suo strumento: “Si prega di non toccare”.

Qualcuno ha parlato di vendere il suo pianoforte per avere altro denaro per le spese dell’ospedale.

Forse partirà, ma è difficile piegare un mezza coda in una valigia! Si sdraierà su di lui e cercherà di coprirlo, forse nasconderlo.

Per ora ha messo sotto il pianoforte un catino azzurro con due manici e ancora le etichette incollate.

Raccoglierà le sue lacrime e le note vaganti.

 

 

Pizzeria La montagnetta, via Brivio

 

Vuole una rosa?

(Peppa Silicati)

 

Lui ha quasi diciotto anni.

Lei sessanta.

Sono a cena in una pizzeria rumorosa, dove lui l’ha invitata.

Lei ordina una pizza con tonno e cipolle, buonissima.

Lui una pizza margherita e una coca cola.

Lei sa che lui vuole parlare, raccontare di sé e sfogare le sue pene. L’ha fatto da quando lo conosce, da quando aveva sei anni. Lei lo ama, gli vuole molto bene, conosce le sue fatiche per stare al mondo, per farsi accettare.

Lui è un ragazzone alto, a vederlo pensi che sia uno dei tanti ragazzi di oggi, spaventato ma spavaldo.

Lui non è spavaldo: è solo e ha paura. Paura di perdere, ancora una volta, i suoi genitori, paura di non farsi accettare, paura di sbagliare, paura di non essere all’altezza delle richieste, paura del mondo che verrà e dei suoi inevitabili dolori.

Anche lui la ama. Da quando aveva sei anni.

Mangiano e lei riesce a farlo ridere, come sempre. Prova a raccontare un po’ di sé, ma torna indietro appena vede che lui si preoccupa troppo per lei: non vuole aggiungere pene ad altre pene.

Gli dà consigli, suggerimenti, lo tranquillizza e ridono.

Poi escono e fanno una lunga passeggiata, sottobraccio.

Lei è contenta di girare con un bel ragazzo, si pavoneggia, forse ha bevuto un po’ di birra in più o semplicemente sta bene.

Lei ha tanti dolori da reggere, ma questa sera con lui sta bene: è con il suo ragazzo contento anche lui di essere fuori, in giro.

Lei lo spinge a trovarsi una ragazza e lui le racconta i suoi tentativi un po’ falliti. Allora lei inizia a escogitare trucchi e stratagemmi per insegnargli come abbordare le fanciulle e ridono per strada, provando e simulando.

Lei lo protegge, ma vuole che vada via libero.

Si avvicina un filippino con un grande mazzo di rose: vuole vendere i suoi fiori. Forse pensa che lui sia il figlio o l’amante giovane di una signora un po’ grande che cerca compagnia oppure non pensa nulla. Un uomo e una donna insieme sono sufficienti perché si possa pensare che lui debba comprare un fiore a lei.

Insiste, insegue, chiede, invita “Vuole una rosa?”.

Loro sono infastiditi, lei è imbarazzata e lui quasi arrabbiato.

Forse non ci voleva un estraneo che interrompesse l’armonia dell’incontro.

Cercano di allontanarsi, ma vengono inseguiti. L’altro ha intravisto la possibilità di una resa e nonostante i rifiuti, continua. Quale lotta per avere pochi euro! Quale storia dietro una rosa! Il filippino (forse indonesiano o pakistano o indiano o di Giakarta) è comunque basso, insistente, refrattario ai rifiuti. Ha allenamenti di ore, di giorni e mesi. Ben altro ha dovuto sopportare per arrivare lì di fronte a questi due che ridono e vogliono scappare. Che sanno loro del suo viaggio, delle persone che ha lasciato, degli abusi e delle burocrazie che gli spezzano il sonno? “Scusi vuole una rosa?”

Lei che invece sa o immagina di sapere, vorrebbe fermarsi.

Allora succede qualche cosa: lui si ferma e con fare da giovane uomo dice “Io adesso ti do un soldo, ma lasciaci in pace!", “Lo so che lavori ma mi dà fastidio averti dietro, ti do il soldo, ma vai”.

E succede qualche cosa: un incontro.

Lei capisce che lui comunque è cresciuto, ha affrontato una situazione con fermezza, ma con rispetto. E il filippino sorride, prende il soldo e offre una rosa, comunque. Lei, orgogliosa del suo ragazzo, accetta la rosa.

È stata la parola “soldo”che ha svelato la gioventù ancora impreparata di lui, ma la possibilità del suo futuro. Il filippino si allontana pago del soldo.

Lui parla, lei pensa che lui ha sempre avuto problemi con la matematica.

Lei lo sa bene: quando lui era piccolo lei è stata la sua maestra.

 

 

Via Prestinari

 

Ancora una volta

(Peppa Silicati)

 

Non c’era più nulla da fare. Tutto era già stato detto o non detto. Egli arrotolò i polsi della camicia e si slacciò la cintura: si mise comodo.

Non voleva più pensare a lei, ma solo a se stesso. Finalmente solo a se stesso: ce l’avrebbe fatta questa volta?

 

 

Via Tartini

 

Abitudini

(Peppa Silicati)

 

Io di solito mangio due fette di pane biscottato, non di quello preconfezionato che contiene un numero imprecisato di additivi, mi preparo invece un pane quasi abbrustolito scaldato nel forno. Mi piace il rituale del forno caldo perché ogni volta ho la sorpresa di avere un pane abbrustolito in modo diverso. I francesini morbidi diventano solo un po’ meno mollicci, mentre quelli già secchi scricchiolano tra i denti anche graffiandomi il palato. In ogni caso dipende anche dal tipo di pane: michette, biovette, francesini, morbidoni, panini all’olio danno tutti risultati diversi. Se li tagli in orizzontale e li apri, formi quasi delle fette piatte. Se li tagli in verticale e in piccoli pezzi puoi usarli nelle minestre e nelle zuppe. E poi c’è la qualità del pane! Quello di farina di grano duro, quello integrale, di farro o di segale. Mi premio talvolta con una fetta calda di pane di farro e un sottile velo di burro che si scioglie piano addentrandosi nella mollica. Squisito!

Da non trascurare il fatto che il forno caldo mi riscalda anche i piedi.

 

 

Via Prestinari

 

Oltre il muro

(Sauro Sorana)

 

A passarci tutte le mattine uno non si accorge, ma un giorno, forse diverso dagli altri, lo sguardo mi cadde su quel muro vecchio e scrostato. Un colore rosso sbiadito segnato da macchie irregolari, chiare tracce di un passato.

Che c'era dietro quel muro? E che relazione poteva avere quel colore con il posto?

Guardandomi intorno per assicurarmi che nessuno mi avrebbe visto, mi arrampicai fino a sbucare con lo sguardo oltre il muro.

Oltre le prime sterpaglie, alcuni bidoni arrugginiti, contenitori di chissà quale sostanza. Tra la ruggine, anche lì qualche macchia di colore rosso, verde, giallo, azzurro…

Guardai oltre, vidi sdraiata a terra una insegna. I caratteri di altri tempi portavano scritto COLORIFICIO BERETTA.

 

 

Via Prestinari

 

Il cantiere

(Sauro Sorana)

 

Il cantiere alla domenica dorme, un silenzio irreale avvolge il luogo, i segni immobili di grandi laboriosità sparsi qua e là. Il cantiere alla domenica diventa il mio regno per il tempo che posso rimanere.

Un cumulo di sabbia si presta a simulazioni di battaglie cruente. I resti di legnami, utili per capanne improvvisate.

Sui piani, gli spazi che abbozzano a possibili stanze senza muri e finestre, già fanno intuire cosa diventerà. Mi avvicino ai bordi verso l'esterno e provo piccole emozioni di vertigini, guardando verso il basso, vuoto.

Tutto questo alla domenica, quando accompagnavo mio padre al cantiere. Era il guardiano.

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

La vecchia casa

(Sauro Sorana)

 

In cima alla collina raggiunta da una piccola strada sterrata, che si vede chiara anche da lontano, una casa in piedi per metà resiste al tempo e alle intemperie.

Una volta raggiunta, davanti alla porta un po’ sbilenca, mi fermo, quasi per rispetto. Ascolto il vento leggero che soffia sempre e mi invita a entrare.

Alla sinistra il crollo del tetto, dove probabilmente una volta c'era una stalla. Davanti a me una scala stretta che sale verso l'alto.

I gradini sono un po’ lisi, fatti di mattoni rossi, il muro bianco calce con qualche smanata, come fosse un disegno preistorico.

Una volta su, a destra, la stanza che sicuramente era la cucina, si presenta ancora con una certa polverosa vivibilità. Il caminetto ha ancora le ultime ceneri di un fuoco che avrà scaldato le membra di qualche disperato di passaggio.

 

 

Via Prestinari

 

La partita

(Sauro Sorana)

 

Apro gli occhi, sono le 6 e 50, fra poco mi alzo. Oggi sarà una giornata importante per Luca. Per la prima volta lo porterò con me a vedere una partita, ormai ha l'età per apprezzare tutto quello che ho raccontato di questa esperienza. Nei suoi occhi si legge il desiderio emozionante di una cosa che ha solo sognato.

 

È ancora buio, il tempo non passa mai, tutta la notte senza chiudere un occhio, sento la felicità dentro di me, che parte dallo stomaco fino alla gola. Oggi babbo mi porta con lui, così finalmente potrò vedere i miei idoli giocare e lottare per la vittoria. Lui ha sempre detto che la vittoria non è fondamentale se si è lottato con volontà e determinazione. Che ore saranno?

 

Fra poco suonerà la sveglia, sveglierò Luca, spero che sia un buon giorno per lui.

 

 

Via Fiuggi

 

Un ultimo sguardo

(Sauro Sorana)

 

Lascio. Ma un ultimo sguardo va sulla credenza, con il suo ripiano di marmo freddo, che ricorda le lapidi dei cimiteri anglosassoni. Sopra un portagioie di finto argento, con le gambette a forma di zampa di leone. Conteneva tutti gli averi di mia nonna, passati per diritto a mia madre: poca roba ma di gran valore simbolico. Non ho mai capito perché tenessero quel contenitore vicino a bottiglie di vino, al tagliere del pane e al vaso della frutta, forse era per tenerle vicino a sé, in un luogo dove passavano la gran parte della giornata.

Quella vista mi era così familiare, mi aveva accompagnato per tanti anni della mia vita. Il pensiero di non rivederla per tanto tempo, un po’ mi dava tristezza. Ma devo partire. Porterò il ricordo con me. Nella mia memoria.

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

La curva

(Sauro Sorana)

 

Ci si arriva dopo una salita ripida, che anche una buona macchina stenta ad affrontare, l'asfalto un po’ crepato, per i soliti movimenti franosi, che creano leggere buche o avvallamenti. Ancora pochi metri e si spiana con una leggera curva a sinistra. La posizione permette di vedere un cielo con le sue nuvole gonfie, tra due alberi fitti di rami senza foglie, ma con un tunnel ombreggiato al passaggio. In cima si vedono anche fili e pali della luce, quelli in legno, tipici della campagna. Oltre la curva, il cimitero del paese, non si vede. Ma la sua posizione, dopo questa salita, è quasi impossibile non immaginarla.

 

 

via…(quale?)

Il Primo Incontro

(Marcelo Vega)

 

Arrivato in ditta al mattino presto trovai un annuncio appeso per me di fronte alla macchinetta per timbrare. “Passare dall’ ufficio del principale questa sera. Urgentemente”. In alto il mio nome e cognome bello grande, in modo esagerato, per richiamare l’attenzione di tutti.

Questa modalità d’annuncio era un brutto segno che conoscevamo: lo facevano sempre quando uno dei dipendenti combinava qualcosa di grave e stava a significare sospensione dal lavoro o addirittura licenziamento.

In tutta la mia storia all’interno della ditta non mi era mai capitato che qualcuno richiamasse l’attenzione su di me, né nel bene né nel male. Non avevo mai parlato con il principale neanche quando feci il colloquio d’assunzione.

La giornata andò via come di consueto. Sapevo che non avevo fatto niente di sbagliato, però una strana sensazione mi invadeva nel profondo. Mentre tornavamo alla sera, Rino, un mio collega rumeno mi disse:

- Ma che cosa hai fatto di così grave per metterti un cartello del genere in vista?

- Non lo so, guarda! Risposi, tentando di evitare la conversazione.

- Comunque vada, sappi che noi saremo con te per sostenerti!

- Grazie. Non ti preoccupare, staremo a vedere!

Lasciai tutte le mie cose negli spogliatoi e salii le scale degli uffici. Soltanto all’entrare mi resi conto che ero con dei vestiti pieni di malta: quel giorno avevamo gettato le fondamenta di un piazzale, nel quale poi costruimmo uno dei più bei parchi giochi per bambini della città.

La porta era semi aperta.

– Buona sera! Dissi.

Sollevando lo sguardo lentamente, il capo mi guardò per un attimo per individuarmi. Quando lo fece, iniziò a cambiare faccia.

- Apri bene la porta! E mettiti seduto! Disse con voce forte, mentre spostava indietro la poltrona dove era seduto.

- Preferirei rimanere in piedi. Risposi.

- Mi lanciò uno sguardo di traverso, inclinando un po’ il corpo in avanti.

- Vuoi spiegarmi che cazzo significa questo? Domandò mostrandomi un documento che aveva in mano.

- Che cazzo ti è saltato in mente? Sputi nel piatto dove mangi eh, eh?

- Prima cosa, a me non mi tratta in questo modo! Se mi vuole parlare, lo faccia educatamente.

- Chi ti credi di essere? Tu sei a casa mia e faccio il cazzo che voglio. Ma pensa te!

Si mise in piedi, e incominciò a dare pugni sopra la scrivania. Io rimasi immobile intanto che lui continuava a dirmene di tutti i colori. Cercava qualcosa nei cassetti della scrivania; per un attimo pensai che cercasse qualche arma.

- Si calmi, posso spiegare tutto!

Quello che cercava erano gli occhiali, che aveva in tasca nella giacca. Li tirò fuori con le mani che tremavano di rabbia.

- Dai sentiamo! Disse con tono sarcastico.

- Dopo aver parlato con l’ufficio del personale e non aver avuto nessuna risposta in merito, sono andato al sindacato a esporre il mio problema e mi hanno consigliato di farvi una vertenza.

- Questa non è una vertenza! Puttana troia, è una causa legale… cazzo! Mi hanno detto che sei laureato! Perché non usi la tua intelligenza come si deve? Che cazzo sei venuto a fare qui da noi? Ti abbiamo mai rubato qualcosa? Non ti abbiamo pagato? Hai lavorato gratis per me?

- Non ho detto questo! Semplicemente non mi avete riconosciuto per quello che faccio.

- Eh!? Cosa fai, sentiamo.

- Senta, se lei si mette a gridare e non mi lascia parlare come posso spiegarle?

- Tu non hai niente da spiegare. Adesso ti dico io come andrà a finire: rimarrai con il culo per terra e farai una brutta fine! Te lo garantisco Io! Hai commesso il peggiore errore della tua vita!

- Mi sta minacciando? Adesso esco da qui e vado dai carabinieri e faccio una denuncia.

- Cosa…? Chi cazzo credi di essere? A me nessuno si è mai permesso di parlarmi in questo modo! Ma guarda te! Se non ti stava bene, perché non te ne sei andato via?

- Perché dovrei andare via? Questo posto me lo sono guadagnato dopo dieci anni di lavoro. Se non facevo questo, non mi avresti riconosciuto neanche il contratto a tempo indeterminato!

- Eh. Lo so che non ti posso licenziare, però dammi un po’ di tempo e ti faccio fuori! E digli a tutti quelli che sono i tuoi sostenitori psicologici e che l’unica cosa che fanno è metterci il bastone tra le ruote, che li tengo d’occhio!

- Se lei si comporta in questo modo da dittatore, non si arriverà a nessun accordo.

- Eh. E chi ti ha detto che dobbiamo arrivare a un accordo?

La parola “dittatore” fu la goccia che fece traboccare il vaso. Iniziò a maledire tutti e tutto. Mi dissi che potevo essere considerato un essere indegno, che con il mio comportamento mettevo in pericolo la stabilità dei mie colleghi di lavoro, che per lui non era un problema chiudere la ditta.

Lasciai l’ufficio, mentre lui continuava a sbraitare. Ma ero sicuro che avevo fatto la cosa giusta.

 

 

FNM, stazione Bovisa

 

Alba ambigua

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Il fumo saliva lento dalla sigaretta appena accesa e sembrava svanire fra le fessure del muro diroccato, come a seguire una traccia. Tutto era confuso nella nebbia: capannoni, cortili e marciapiedi, ancora umidi dell’alba autunnale. Mi ero perso. Avevo lasciato la casa di fianco alla ferrovia da pochi minuti e già il mio percorso sembrava finito. La stazione di Bovisa si impossessava di me con la sua ombra minacciosa e informe, le ragnatele sui fianchi del muro segnavano un tempo indefinibile e inquieto. Lontananze minacciose e nascoste mi erano apparse a un tratto e sembrava che tutto si fosse poi fuso in un’unica magica alchimia di mistero, impreciso e profondo. Dov’eri Milano dei miei occhi e del mio respiro? Chi ti aveva portato lontano da me?

 

 

Via degli Imbriani

 

Madre Italia

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Pesava lo zaino, accidenti come pesava, ma dentro c’era mezza mia vita. Ho lasciato Biserta ormai da due mesi e ancora non riesco a trovare qui un pezzetto di Tunisia, la mia terra, la mia cara e amara terra dove sono nato e che mi ha lasciato andare via senza un abbraccio o un rimorso. Sono qui fra queste pareti sudice e nere, queste finestre senza vetro e sotto un tetto dove piove tutta la rabbia di questa città fredda e incolore che si chiama Milano e per me si chiama dolore. C’è tutta la mia vita nello zaino: vestiti, coltelli, saponi e ritratti. Ritratti di gente che forse non rivedrò più, ma che per adesso mi fanno compagnia e parlano a me ogni notte che vivo qui dentro, senza dormire. Casa abbandonata e vita abbandonata. Dove sei sole del sud così caldo e felice? Riusciremo a trovarci di nuovo nel tempo? Inchallah, mia vita, Inchallah!

 

 

Viale Jenner

 

Come un addio

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Stavo affondando. La costa era ormai così lontana che non riuscivo quasi più a vederla. Il mio destino era segnato. Il gommone si era afflosciato come un fiore reciso e sarebbe rimasto a galla solo qualche minuto ancora, poi sarebbe affondato con me senza più tornare in superficie. Con l’acqua negli occhi, nelle orecchie e in gola non sapevo nemmeno più lottare fra le onde e le correnti per riuscire a salvarmi. E mi faceva rabbia vedere in quel cielo più azzurro che mai due nuvole giocare fra loro a perdersi e trovarsi con mille forme e colori diversi a ogni nuova rincorsa. La prima era un cavallo diventato farfalla e stava piegando verso est, la seconda era una mano gigante che stava perdendo forma e colore per diventare una rondine o chissà cosa. E io stupito e incantato come un bambino che vede per la prima volta le nuvole, sorridevo a queste fantasie da poeta e mi convincevo sempre più del mistero immenso e segreto che circonda e abbraccia tutto il nostro mondo creato, mentre intanto andavo sempre più giù. E le nuvole si prendevano gioco di me e mentre le guardavo continuavano la loro esibizione nel cielo. E avrebbero continuato anche quando i miei occhi non avrebbero più potuto vederle, perché la loro vita era sempre più distante e indifferente della mia che stava per finire.

 

 

Piazzale Maciachini

 

Fantasia

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Le stelle ci venivano incontro come fiocchi nel cielo. Fiocchi dorati e incandescenti che attraversavano l'aria con incredibile velocità.

Anni luce spazzati via da millenni di buio. L'uomo ha distrutto il pianeta che tanto amava per poi distruggere se stesso e morire con la rabbia e il dolore di non poter rinascere più e riparare al disastro.

2012, 2050, 2090, 3000, 4000... Cosa resta di questo nostro mondo? Silenzi e rimorsi. Peccati mai perdonati. Adesso la vita è una minuscola luce che s'incontra con altre mille luci. Tutte uguali, tutte senza nome. Ma la pena peggiore è il ricordo. La memoria. Questo ci è rimasto. E questo è il nostro castigo, la nostra maledizione. Ricordare gli eventi, gli amori, le occasioni perdute e le risate, le partite di calcio e le vacanze al mare. Tutto nella nostra mente. E nulla c'è più davanti a noi. Ricordo = follia. Fino alla fine del tempo senza fine. La nostra fine. E pensare che quando lanciavo in alto l'aquilone, sognavo di volare!

 

 

Via Zara

 

La balera

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Il salone è pieno di gente, chi sta in piedi, chi seduto, chi balla, chi sta suonando e chi canta. Insomma, tutti sono impegnati. Io solo sto lì come un albero, fisso, immobile, incredulo e stupito: ma come fanno tutti questi a ballare così bene, con leggerezza, con armonia, coi passi giusti senza sbagliare, senza inciampare, senza cadere?

Io vorrei tanto provarci, ma... non so nemmeno cosa stanno suonando. E nemmeno so come si fa e non conosco nessuno che può aiutarmi.

Tutti conoscono tutti, solo io sono un cane senza collare. Cosa faccio? Rinuncio? Esco e vado a casa? O al solito bar di Gino a vedere le solite facce? Ma no, dai, aspetta un attimo, magari...

Ma quella è Marisa, la figlia del custode. Con lei ho confidenza, la vedo tutti i giorni, ci salutiamo sempre con un sorriso, penso di esserle persino simpatico. Ed è sola!

Forse se mi avvicino, la saluto, le offro da bere qualcosa al bar, dopo magari mi insegna a ballare.

Cosa faccio? Vado o non vado? Ma sì. Tanto al massimo mi dice: no, grazie e arrivederci.

Ecco, mi sto avvicinando, è a un metro, sono lì con la bocca aperta per salutarla e la mano pronta a stringere la sua, che, porca vacca, ecco... un marcantonio di quasi due metri spunta dal nulla, con un corpo che sembra un armadio a due ante, un sorriso da pubblicità in TV, due spalle larghe come la cordigliera delle Ande, due occhi che se ti guardano male ti sotterrano vivo, arriva e in un soffio la prende sottobraccio, la stringe a sè e la bacia sulla bocca. Sulla bocca? In mezzo a tutta questa gente? Che sfrontato! Ai miei tempi non si usava così. Ti buttavano fuori subito dal locale con insulti e minacce, altrochè.

Va bene, ho capito. Il ballo non fa per me. Me ne vado. Sissignori, me ne vado.

Sarà ancora aperto il bar di Gino?

 

 

Via Pellegrino Rossi

 

Per amore mio

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Hai rubato alla primavera i colori dei gigli da campo, i profumi del pruno e del mirto, i silenzi misteriosi del mandorlo in fiore e poi hai intrecciato le foglie tenere e scure del sambuco per farne corona ai miei sogni e cullando la mia giovane vita mi hai tenuto nascosto ai cattivi segreti del dolore e del pianto per non disturbare il mio sonno e i miei giochi nel giardino dell’infanzia felice.

 

Hai rubato all’estate i colori di fresie e lamponi, di mirtilli e ciliegie per coprire di mille infiniti fioriti la strada della mia adolescenza, affinché non cedessi al pianto, al rimorso, al rancore e vivessi ogni storia d’amore come la prima, l’unica e ultima della mia vita.

 

Hai rubato all’autunno le malinconiche foglie cadenti e i rumori del vento smarrito, i colori dei grappoli appesi e le chiome di altissime nubi per cullare le mie ninne nanne amorose alla donna e al figlio che ora sono nella mia vita la parte migliore di me e un amore infinito.

 

E infine hai rubato all’inverno le nevi perenni sul cuore, i silenzi profondi e amari del verde ginepro e l’alloro, hai vestito di calde mattine d’arancia matura e castagne sul fuoco questo stanco mio viaggio alla fine, il ritorno alla casa del pianto, alla solitudine antica, per non farmi trovare il dolore della fine e di un fragile addio.

Tutto questo tu hai fatto per me e in cambio hai voluto un sorriso. Soltanto un sorriso per te nella vita, da cui stanco ora torno a giacere.

Tu, madre mia, la mia vita. In un viaggio infinito.

 

 

Via Farini

 

Un addio senza voce

(Piergiuseppe Zanardi)

 

-       E fa’ che il tempo sia migliore anche domani

per te, per me, per tutti quelli che verranno

 

e avranno sete del mondo che li guarda

dentro gli occhi fertili e ridenti.

 

 

Fa’ che la pioggia che cade al tuo paese

bagni un poco la terra su cui vivo

 

e il sereno torni presto ancora

a mitigare i sensi del dolore.

 

 

Oggi non più ricadono le carte

menzognere Vestali taciturne

 

che hanno scolorito quei tuoi giorni

sulla riva dei sogni ancora aperti.

 

 

E di là da tutti i giochi ormai dispersi

non è rimasta che una cosa sola

 

questa pagina che tu non leggerai

e che nel vento della notte si consuma.

 

 

Biblioteca Dergano Bovisa, via Baldinucci, 76

 

Se una notte d'estate un viaggiatore

divagazioni sullo stile di Calvino

(Piergiuseppe Zanardi)

 

È una notte di luglio calma e serena (come tu bene conosci o hai conosciuto) con una luna così grande e superba che sembra impossessarsi di tutto il cielo, nascondendo le stelle, come ne avesse un’acuta gelosia.

Dal fondo della strada arriva un uomo, solitario e dal passo indeciso. Si è perso, sicuramente si è perso e non conosce la strada. Guarda prima il cielo, cerca qualche stella per orientarsi, ma, guarda caso, stasera, non c’è una, che sia una stella che lui conosca, fra le poche che la luna ha lasciato vedere. Si guarda intorno (anche tu lo faresti, magari, così come lui) e vede a un tratto una casa a ridosso del bosco, quasi fosse scolpita nei tronchi di faggio. È una casa solitaria, dall’aspetto cadente, senza luci o rumori di vita. Non ci sono finestre ma solo fessure nei muri e la porta semiaperta non ha certo un aspetto invitante. L’uomo sta per avvicinarsi, quando a un tratto sente un rintocco greve e lontano di campana a martello.

Anche tu pensi che forse è illusione o soltanto la suggestione del luogo. Chissà. L’uomo (ma chi può essere mai?) si ferma così all’improvviso e ha come paura. Poi prende coraggio e va avanti. Non c’è altro da fare. Arriva alla porta e a un tratto si ferma. Si ferma perché c’è qualcosa.

Come? Tu sai cosa c’è sulla porta? Ah, conosci quell’uomo che viene dal buio? Come dici? Sei tu che stai attraversando quel bosco nella notte serena di luna? E perché adesso non dici più nulla? Sei tu? Allora non c’è altro da fare, fai andare avanti tu questa storia che conosci meglio di me. Cosa c’è sulla porta? Dimmi, dicci. Stiamo aspettando…

 

 

FNM, stazione Bovisa

 

Uno come tanti

(Piergiuseppe Zanardi)

 

Mi dicevi: guarda, il tuo paese è un bel paese, l’Italia è famosa in tutto il mondo, ma io, se non trovo lavoro, se non faccio soldi, me ne torno in Marocco, dove c’è la mia famiglia, i miei amici. Anche la ragazza, se volessi.

Mi dicono: è un ragazzo bravo, impara presto il lavoro, sta studiando la nostra lingua con molta applicazione e sembra proprio serio e onesto, per essere un marocchino.

Mi dicevi: guarda, gli italiani sono proprio bravi, se li conosci uno alla volta. Ma quando sono insieme, non capiscono più niente, parlano solo di donne, di soldi o di calcio e il lavoro se lo mettono sotto gamba. E io che mi sto ammazzando di fatica anche quando loro stanno fermi a fumare la sigaretta, cosa devo dire? Niente. Faccio finta di niente e vado avanti.

Mi dicono: se n’è andato perché il capo cantiere non l’ha pagato. Cioè l’ha pagato con un assegno che doveva essere ritirato in banca e il ragazzo non ha permesso, non ha documenti, non ha conto corrente. Come faceva a ritirare quei soldi? E nessuno dei suoi colleghi italiani ha voluto cambiare quell’assegno. Non se l’è sentita di rischiare. Sai, visti i tempi…

Mi dicevi: guarda, adesso io cerco un altro lavoro, vado via da qui, dove sono trattato come un cane e nessuno mi rispetta. Sono marocchino è vero, ma sempre marocchino mi chiamate voi, in quel modo che sembra chiamiate un animale.

Mi dicono: non l’abbiamo più visto in giro. Forse è tornato al suo paese, oppure è andato in Francia o in Svizzera. Chi lo sa. Ci spiace un po’, perché era un tipo a posto, ma sai, per il caposquadra era uno come tanti. Uno come gli altri.

Mi dicevi: voglio provare a cambiare vita, a fare in un’altra maniera. Senza lavoro, senza casa, senza soldi cosa posso fare? Strada del bene o strada del male? Dimmi tu.

Mi dicono: l’hanno trovato accoltellato in una casa abbandonata. Sembra ci sia stata una lite fra compaesani, spacciatori o ladri non si sa, ma erano tipi pregiudicati, sorvegliati da tempo. Non sappiamo come sia finito lì in mezzo e perché se la siano presa con lui. Non ha avuto fortuna, poveretto.

Mi dicevi: la mia ragazza ha gli occhi di sole, è italiana ma vuole venire con me in Marocco e sposarmi là, con la mia famiglia e con le mie tradizioni. È bella, è brava, intelligente. Mi capisce e dice che mi vuol bene. Se dio mi aiuta, presto troverò un lavoro migliore, una casa bella e pulita e poi, appena avrò fatto un po’ di soldi, ce ne andiamo al mio paese.

Ti dico: hai lasciato che la tua gioventù se ne volasse via troppo in fretta in un paese diverso dal tuo. Hai lasciato che un paio di occhi chiari, azzurri e tristi come il mare, ti piangessero e ti cercassero invano dove più tu non eri. Hai lasciato due piccoli fratelli ad aspettare i regali dell’Italia bella e ricca che si vede in TV. Hai lasciato una madre e un padre feriti e inconsapevoli. Hai lasciato tutto questo alle parole e ai commenti della gente. Ma soprattutto hai lasciato il tuo ricordo dentro di loro, la mano calda che li abbracciava, il sorriso sincero che li accoglieva, la voce amica che li salutava quando li vedevi. Hai lasciato il tuo nome e il tuo sguardo dentro il cuore di chi ti ha conosciuto e apprezzato. Sei uno come gli altri, certo, uno come tanti. E proprio per questo sarai sempre come i tanti a cui vogliamo bene. Ciao marocchino.


 

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