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convegno 24 settembre 2016

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Relazione non letta al convegno "Dalla lingua per la sopravvivenza alla lingua della creazione letteraria" 


Vorrei ringraziare tutti coloro che sono intervenuti, i relatori, i collaboratori de La Tenda, il pubblico.
Oggi stiamo tentando di fare una riflessione sul cammino de La Tenda, sul suo impegno nel campo dell’alfabetizzazione e su quello della Letteratura che noi abbiamo voluto chiamare Nascente.
Un primo aspetto va subito chiarito. Siamo consapevoli e lo eravamo già da subito che la nostra funzione è di mera supplenza per carenze dello Stato e degli Enti locali. L’alfabetizzazione degli immigrati non può essere un  campo scoperto, lasciato nel vuoto, se si vuole che un rapporto dialogico fra le diverse comunità possa esistere. Evito di usare il termine “integrazione” di proposito, ma ciò non vuol dire che qualunque approccio, qualunque rapporto con gli immigrati non può che avvenire attraverso una loro conoscenza della lingua del paese ospitante, cioè dell’italiano. Su questo, a quanto ne sappia io è stato investito molto poco. Ha investito qualcosa l’Europa che col il progetto “certifica” di qualche anno fa, ha fatto in modo che almeno il possesso della certificazione   fosse  a costo zero. Oggi non c’è neppure questa possibilità. La Tenda, come penso tutte le scuole di volontariato di Milano, quelle senza permesso, ma anche quelle che si organizzano nelle parrocchie stanno svolgendo quest’opera di supplenza ben consci che solo così sarà possibile cercare di mettere in atto opere di prevenzione. Sì dico proprio prevenzione, perché con la conoscenza della lingua è possibile che fra gli autoctoni e le varie comunità si instauri il clima di dialogo che permetta di superare pregiudizi, incomprensioni, ma specialmente che avvicini gli stranieri  ad un margine di uguaglianza sociale accettabile. Solo in questa prospettiva sarà possibile evitare i drammi di incomprensione comunicativa,  nucleo generativo di ogni forma di terrorismo,  che si stanno manifestando in parecchi paesi europei e non.
Lo Stato, il Comune su questo versante hanno fatto molto poco. La Tenda in 25 anni non ha ricevuto alcun sovvenzionamento per la sua attività. Noi siamo andati avanti con la generosità degli iscritti e di chi ha optato per La Tenda nel sottoscrivere il 5 per mille. Per onore di verità dobbiamo anche aggiungere che fino a questo momento le aule delle varie scuole dove siamo stati ospitati e il riscaldamento ci sono stati concessi gratuitamente. Nell’Istituto Marelli ormai ci siamo da quasi 15 anni e abbiamo sviluppato una proficua collaborazione su ogni versante, di questo non possiamo che ringraziare i dirigenti e tutti gli operatori dell’Istituto.
Un secondo aspetto che vorrei porre all’attenzione è la variazione del fatto migratorio che sta avvenendo e che è intervenuto. Fino a 8 anni fa la migrazione era essenzialmente un fatto economico. Possiamo dire che l’immigrato era un profugo economico perché lasciava il proprio paese in quanto non vi trovava prospettive e sperava solo nell’andare in un paese diverso di dare una svolta alla propria vita. Il profugo politico era una rarità ed i numeri dei rifugiati politici erano piccoli rispetto alla marea degli immigrati regolari ed irregolari.
Oggi le circostanze politiche  stanno facendo mutare completamente il quadro. Stanno aumentando notevolmente il numero dei richiedenti asilo politico e diminuiscono progressivamente coloro che arrivano per motivi economici. Il decreto flussi di quest’anno prevede quote per 30000 lavoratori, fra conversioni in permesso di soggiorno e ingresso per lavori stagionali. Solo 5 anni fa il decreto ne prevedeva l’ingresso di 80000 stranieri. Come in netto calo sono gli ingressi di coloro che vi arrivano irregolarmente o dopo essere arrivati, lo diventato successivamente.
Cambia qualcosa per le scuole di italiano? A mio parere cambia moltissimo e i mutamenti si avvertono. Intanto cresce sempre di più l’esigenza di apprendimento in vista della certificazione e temo che questo sarà un problema importante per moltissimo tempo. Questo vuol dire che la didattica delle scuole di italiano devono in qualche modo mutare e da un insegnamento tarato su una “accoglienza linguistica” ci si deve convertire a una maggiore professionalità per fornire agli studenti stranieri la possibilità di superare gli esami di certificazione.
Ma il cambiamento maggiore si ha riguardo alla tipologia di immigrato, se come sta avvenendo le scuole di volontariato incominceranno a recepire studenti richiedenti asilo politico (noi a settembre abbiamo avuto l’iscrizione di 40 stranieri di questa tipologia) allora i mutamenti di offerta della lingua dovranno essere, a mio parere, notevolmente diversi.
Il rifugiato politico è diverso dal rifugiato economico. A mio parere e da quel poco che ho potuto appurare attraverso la mia ricerca sul tema del “ritorno” in letteratura dell’immigrazione, i progetti di vita delle due tipologie di immigrati  differiscono moltissimo.  Nel rifugiato economico è previsto anche il ritorno, anzi nella prima fase della loro migrazione il ritorno è forse il progetto di vita prioritario, poi le aspettative e i progetti potranno anche cambiare. Se questo è il dato di partenza, la domanda di apprendimento della lingua italiana varia a secondo del tipo di occupazione e delle relazioni che stabilisce. Perciò la motivazione dell’apprendimento della lingua varierà dalla semplice acquisizione di qualche decina di parole al padroneggiamento della lingua per una comunicazione più efficace per il lavoro.  
Nel rifugiato politico muta radicalmente il progetto di vita. Egli avverte quasi da subito l’impossibilità del ritorno. Kundera nel suo saggio-romanzo “L’ignoranza” mette chiaramente a fuoco questo problema. Le caratteristiche del progetto di vita del rifugiato politico, anche se incerte in un primo momento, tendono poi a stabilizzarsi e a collocarsi all’interno di un percorso di vita che lo veda inserito nell’ambito della società ospitante.
E’ chiaro allora che la domanda di apprendimento della lingua diventa molto più elevata perché il soggetto rimodella la propria vita ed anche la propria lingua.
E’ solo questione di maggiore professionalità da parte degli operatori nell’offrire corsi qualificati che rispondono all’altezza della domanda? Forse, ma non solo.
Perché la convivenza con l’altro sia produttiva è necessario si arrivi a qualcosa di diverso, occorre che l’altro si senta compartecipe della storia di una comunità e questo in tutti i campi. Per noi operatori sul piano della lingua il problema diventa quello di poter manipolare la lingua insieme; il che può avvenire in molteplici modi dalla costruzione insieme di forme di non letteratura, come ci ha sapientemente illustrato nell’ultimo convegno il prof. Duccio Demetrio, al fare teatro assieme (parecchie  esperienze del genere sono già avvenute in Italia), alla creatività letteraria.
La Tenda ha già incominciato a fare lavorare in questo campo. Tre anni fa abbiamo organizzato un corso di scrittura creativa con un numero di iscritti che al 50% era di italiani, ma al 50% era di stranieri. Proprio in quella occasione abbiamo posto l’accento sul fatto che solo creando assieme è possibile poi non solo arrivare alla cosiddetta transcultura, ma anche a far sentire l’altro come realmente facente parte di una comunità indipendentemente dalla sua origine di provenienza, dal colore della sua pelle.
Noi abbiamo incominciato a lavorare quasi da subito nei due campi dell’alfabetizzazione della lingua e della letteratura della migrazione. Forse per molto tempo abbiamo pensato che fossero due campi separati. Non è così. Essi sono strettamente connessi perché insegnare la lingua a chi si propone nel suo progetto di vita di far parte della nostra comunità vuol dire anche non solo insegnare ma specialmente manipolare insieme la lingua, cioè parole,  forme, metafore. Fare questo è cercare di creare letteratura.

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