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bookpride 2017

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Intervento al bookpride del 2017 al Mudec

Intanto è importante dire qualcosa riguardo al nome
letteratura nascente perché più generalmente è conosciuta come letteratura della migrazione o letteratura italofona, o ancora letteratura minore, ecc.
Quando nel lontano 1993 lessi i primi romanzi “Io venditore di elefanti, Immigrato, Chiamatemi Alì, La promessa di Hamadi, scambiandoci qualche breve opinione con Francesco venne fuori il titolo narrativa nascente, con una allitterazione che ad alcuni piacque molto, ad altri meno. Non avevo ancora letto il saggio del prof. Gnisci  ”Il rovescio del gioco”, per cui non mi sembrò di pormi in contrapposizione  con nessuno. Qualche anno dopo incominciò seriamente il dibattito sul nome da dare a questa produzione di scritti in italiano da parte di immigrati che avevano generalmente imparato l’italiano dopo il momento della migrazione, cioè in Italia. Non abbiamo mai voluto incaponirci a ritenere il nome che noi avevamo scelto più corretto di altri. Agli scrittori piaceva molto. Col tempo e quando ci siamo accorti che oltre a narratori c’erano anche poeti la denominazione è diventata letteratura nascente.
 
Il secondo aspetto che mi preme sottolineare e che continuo a ripetere da tempo è che vi è una grande differenza fra la letteratura nascente o della migrazione e le analoghe esperienze in altri paesi, cioè di scrittori non nati in Inghilterra che si esprimono in lingua inglese oppure di quelli che non nati in Francia che si esprimono in francese. Da quello che sappiamo noi sia in Inghilterra che in Francia si sono sviluppti i cosiddetti migrant writers  dando anche luogo alle letterature postcoloniali.
Sono riusciti ad inserirsi nell’ambito della letteratura inglese o francese scrittori non nati in Inghilterra o in Francia ma nelle ex-colonie, in India, in Pakistan, in Algeria, in Marocco.
Io continuo a sostenere che questo fenomeno ascrivibile a queste realtà letterarie non  è molto diverso da quanto avveniva nell’antica Roma quando scrittori nati nelle provincie romane poi scrivevano in latino rinnovando la stesa letteratura latina.
Forse l’unico paragone possibile con quello italiano è quanto in questi anni è avvenuto in Germania dove ci sono stati scrittori significativi di origine italiana o turca e niente  altro.
Ma in Italia abbiamo  che  i cosiddetti  scrittori della letteratura nascente provengono da oltre 90 paesi, cosa che non mi sembra ci sia per nulla in Germania.  Gli scrittori provenienti dalle ex colonie sono limitati nel numero ed anche se alcuni critici tenderebbero a far assumere alla letteratura della migrazione la caratteristica della postcolonialità si possono contare in poche decine forse non più di 20-25 unità, una frazione piccola rispetto agli oltre 500 scrittori che ormai si contano e che appartengono alla letteratura nascente. In verità negli ultimi tempi vi è stata una attenzione particolare alla letteratura postcoloniale e agli scrittori che hanno portato alla superfice il problema del postcolonialismo. Tuttavia la letteratura della migrazione non italiana non può definirsi postcoloniale.
 
Altro aspetto che vorrei sottolineare è quello dell’evoluzione di questa letteratura. E’ nata come si suol dire a quattro mani, cioè i primi scritti vedono impegnati come coautori  un italiano e uno straniero. I più significativi da questo punto di vista sono stati “Io venditore di elefanti” scritto da Oreste Pivetta e Pap Khouma,  “Chiamatemi Alì” scritto da Mohamed Bouchane e Daniele Miccione con sua moglie Carla De Girolamo,  “La promessa di Hamadi” scritto da Saidou Moussa Ba e Alessandro Micheletti. In quegli anni vennero pubblicati anche “Immigrato” (fu il primo testo che uscì) e poi “Volevo diventare bianca”. Ma già per questi romanzi, Salah Methnani ha sempre rivendicato  una autonomia di scrittura rispetto a Mario Fortunato , così come Chora Nassera  non accettava che si potesse credere che responsabile ultima della scrittura fosse la giornalista Atti di Sarro.
Il concorso Eks&Tra nato nel 1994 fece venire alla ribalta parecchi scrittori e poeti  di cui non se ne conosceva l’esistenza, i quali ormai si esprimevano nella lingua italiana, basti pensare a Yousef Wakkas, a Gezim Hajdari, a Kossi Komla Ebri. Il concorso andò avanti fino alla fine degli anni ’90 per poi approdare all’Università di Bologna, dove si perpetua la sperimentazione della produzione a più mani.  La seconda metà degli anni ’90 furono quelli in cui nessuno si interessava al fenomeno se non il concorso Eks&Tra, il prof. Gnisci da Roma e noi de La Tenda a Milano. Poi  col volgersi del nuovo secolo ci fu una maggiore attenzione specialmente da parte delle Università, che fino allora avevano sottovalutato e snobbato il fenomeno. Basti pensare che in tutti gli anni ’90 furono le facoltà di sociologia a prendere in esame questi scritti, quasi che non fossero scritti letterari, ma documenti sociologici.
Vennero create due riviste on line Kuma  legata all’Università La Sapienza di Roma e el-ghibli a Bologna con l’aiuto della Provincia. Nasce  anche in questi anni il dibattito se la denominazione di letteratura della migrazione avesse ed ha senso o se gli scrittori debbano essere considerati facenti parte della letteratura italiana a tutti gli effetti.
 
Un altro aspetto voglio prendere in esame. Chi sono questi  500 e passa scrittori  che provengono da 90 paesi.  A quale tipo di migrazione appartengono? Intanto già all’interno del gruppo è possibile distinguere gli scrittori migranti dai migranti scrittori, nel senso che i primo erano intellettuali, scrittori già al loro paese. Erano scrittori migranti, ad esempio,  il compianto Julio Monteiro Martins,   Christiana De Caldas Brito,   Adrian Bravi, ed altri ancora. Sono stati migranti scrittori Pap Khouma, Yousef Wakka, Karim Metref e molti altri ancora. Perché sono arrivati in Italia?  Alla base essenzialmente ci sono ragioni economiche, ma anche per spinte ideali, se così si può dire, perché desideravano avere una prospettiva di vita diversa da quella che offriva la propria patria. Un Methnani, Melliti, arrivano in Italia attratti dalla tradizione culturale italiana, alcuni hanno preparato tesi sul cinema italiano o su autori della letteratura italiana.
 
Ed oggi?
Sono finite le migrazioni di ordine economico, si fa anche fatica ad accettare migrazioni di ordine politico. Ormai si accettano forse solo e solamente i richiedenti asilo politico, cioè quelli che fuggono da guerre, da dittature. Ricordiamo che oltre la metà vengono respinti.
E sul piano della letteratura che cosa avviene. Si sta esaurendo la forza “nascente” di una produzione letteraria che esplodeva all’interno di una migrazione economica ed ideale. Si è vigili su quello che può accadere con le seconde generazioni, cioè sui figli di immigrati. Non sono molti, anzi molte quelle che emergono, ricordo Gabriella Kuruvilla, Randa Gazy, Igiaba Scego, Widad Tamimi. Si può dire che ormai non ci sono più altri scrittori che emergono all’interno di coloro che sono emigrati in Italia fino a qualche anno dopo l’inizio del nuovo secolo.
Eppure sta avvenendo qualcosa di nuovo, anzi d’antico direbbe Pascoli.  L’anno scorso sono stati pubblicati tre libri. Uno di Erminia Dell’Oro (Il mare davanti), un altro di Melania Mazzucco (Io sono con te), un terzo di Paolo di Stefano(I pesci devono nuotare). Tutti i tre prendono in esame tre migrazioni recenti, cioè arrivati relativamente da poco tempo in Italia. Sono spaccati diversi, due richiedenti asilo e un minorenne non accompagnato.  Due di questi sono arrivati con i consueti barconi, una terza  collocata in Italia mediante un aereo e depositata alla stazione termini a Roma.
Si rincominciano a raccontare nuove migrazioni, a differenza però dai primi anni ’90 non a quattro mani. Sono scrittori, giornalisti che scrivono forse sull’onda della ventata di biografismo e autobiografismo che si sta diffondendo nella produzione letteraria in Italia.
La tipologia della produzione di queste narrazioni dipende dal contenuto totalmente diverso da quello degli scritti a 4 mani. In questo caso si voleva giustificare il perché si era arrivati in Italia e come si stava in Italia nell’ipotesi di poter creare un ponte di avvicinamento con gli autoctoni.
Nella produzione dei testi prodotti recentemente la centralità è invece il viaggio che non può essere scritto dagli interessati perché sarebbero troppo coinvolti emotivamente. Il secondo aspetto che viene trattato è il graduale avvicinamento ad un grado di integrazione.
Ritengo che fra qualche anno ci ritroveremo davanti a nuovi scrittori emersi da questa nuova migrazione.

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