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I figli africani di Dante

Finalmente la letteratura della migrazione incomincia a suscitare l’attenzione del mondo accademico. Non sono pochi ormai i docenti universitari che stanno interessandosi al fenomeno. In effetti già da tempo il mondo accademico aveva acceso i riflettori sugli stranieri che arrivati in Italia e appreso l’italiano come seconda lingua si erano spinti a voler produrre opere letterarie. Ma l’attenzione era stata data essenzialmente dalle facoltà di sociologia e non ancora di quelle propriamente linguistiche o letterarie, salvo poche accezioni. Il quadro sta mutando rapidamente e questo testo voluto e stimolato dal CNR nell’ambito di un progetto su nuovi ricercatori .è un segnale del mutato clima.
Gli elementi su cui si muove la ricercatrice Giuseppina Commare sono chiari fin dall’inizio: a) inserire il lavoro nell’alveo di una ricerca di letteratura. Ciò che viene preso in considerazione è la letterarietà delle opere esaminate; b) circoscrivere la scelta nell’ambito di una zona geografica particolare (l’Africa); c) indicare una metodologia di lavoro così da fondare la ricerca su basi scientifiche certe.
Una prima considerazione va fatta. La saggista nelle prime pagine coniuga e collega la letteratura della migrazione alla storia economica, sociale, coloniale degli ultimi due secoli, evidenziando da una parte come la migrazione dei popoli del Sud assuma anche il significato di rivincita sulla oppressione coloniale del recente passato (oppressione per la quale l’Italia non è assolutamente esente da colpe, nonostante gli sforzi di rimozione delle autorità politiche e del mondo culturale) e dall’altra come la letteratura migrante sia “una volontà disarmata di dialogo con l’alterità”. La letteratura che nel XIX secolo è stata, come afferma Edward Said veicolo di consenso alle dure e sfruttatrici fasi colonialistiche, può assumere oggi, specialmente quella definita postcoloniale, il significato di riparazione e di risistemazione dei valori anche economici.
E’ importante sottolineare come Giuseppina Commare ricerchi una definizione di metodologia di analisi tendente a riportare la produzione degli stranieri che scrivono in italiano “nel novero degli autori contemplati nella storia della letteratura nazionale contemporanea, e di confrontarli con essi, in un’ottica comparatista ed intertestuale”.
L’ottica con cui si guarda quindi la letteratura della migrazione è quella “concordanziale” a partire dal lessico visto nel suo duplice manifestarsi sul piano della orizzontalità e verticalità, così come affermato dal linguista Roman Jakobson. Ma la metodologia proposta si piega anche all’analisi delle interne corrispondenze e reiterazioni.
La lettura “concordanziale” può agevolmente confrontare le opere della letteratura della migrazione, attraverso i lemmi, con quella della letteratura autoctona di cui già si conoscono i lemmari. Significativa è poi la scelta degli autori e dell’area di appartenenza da affrontare sul piano critico. Giuseppina Commare sceglie, per ragioni socio-politiche, isolamento, emarginazione, di trattare di alcuni scrittori provenienti dall’area africana e di analizzarne solo alcune opere di narrativa, prevalentemente racconti brevi.
La scelta cade su Imed Mehadheb, Gertrude Sokeng, Kossi Komla Ebri, M. (anonimo). Coerente con i presupposti metodologici, l’autrice dell’interessante saggio confronta immagini, stilemi, metafore fra Imed Mehadheb, di cui prende in esame due racconti ( I sommersi e Inverno), e due noti poeti italiani quale Ungaretti e Montale. Ma altresì fa scorgere come il tunisino sostiene i suoi racconti con una cultura prettamente occidentale, europea perché il riferimento metaforico nel racconto “Inverno” è Gesù Cristo e la sua sofferenza. Gertrude Sokeng viene messa in relazione con Pontiggia. Anche il testo dell’anonimo M., che narra delle sue vicissitudini in carcere, viene posto in relazione a testi come “Il Carcere” di Cesare Pavese.
Di Kossi Komla Ebri si esalta l’ironia e il riso beffardo con cui guarda gli italiani. Kossi Komla Ebri ribalta la stereotipia con cui si considera l’immigrato. Da osservato diviene osservatore cogliendo “le allucinate contraddizioni che nutrono stereotipi frusti, vacillante rete di tenuta di un pensiero che sempre si pretende democratico”.
Con queste relazioni, individuate da Giuseppina Commare, i testi della letteratura della migrazione possono rientrare nell’alveo di una vera e propria letteratura, perché non sono testimoniali di fatti o racconti di vita ma si inseriscono nell’alveo delle opere letterarie con un linguaggio e con immagini che sono tipicamente letterari.
“I figli africani di Dante” è corredato anche da una serie di riproduzioni di carte geografiche del ‘500 che mettono in evidenza come anche dal punto di vista iconico geografico si sia messo in evidenza la centralità dell’Europa a discapito delle altre parti del mondo. Le rappresentazioni delle carte di Mercatone non sono fedeli alla realtà, ma tendono ad esaltare una immagine centralistica dell’Europa.

29-10-2006

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