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Allunaggio di un immigrato innamorato

Gli scrittori di origine straniera che vivono in Italia e scrivono in lingua italiano si stanno cimentando in questi ultimi tempi in una sorta di produzione dal carattere ironico, più o meno sottile.
Sembrerebbe che - pur nella diversa provenienza geografica - abbiano scoperto nell’ironia la possibilità di dare espressione più significativa alla loro scrittura.
E’ il caso di Laila Wadia, ma anche di Ingy Mubiayi, in qualche caso di Christiana de Brito o di Angel Garcia, di Adrian Bravi, di Igiaba Scego
Si potrebbe fare un’analisi più approfondita e distinguere fra comicità, ironia ed umorismo; perché se l’umorismo alla fin fine guarda alla realtà con compartecipazione, in quanto ciascuno in ogni azione o gesto, può sentirsi oggetto o soggetto di umorismo e se la comicità è il tentativo di far ridere, l’ironia in sé porta anche l’idea di un distacco di un distanziamento dal fatto e dalla persona su cui la si esercita esprimendo implicitamente un giudizio che può anche essere forte ed intenso. Con tutta probabilità scritti di questo genere, ad opera degli stranieri, vogliono significare il passaggio dalla denuncia del disagio causato dalla discriminazione e dai soprusi subiti ad una relativa assuefazione, ad un giudizio che può essere sarcastico, ma anche bonario, quando si riconosce che in parte i vizi e i difetti riscontrati potrebbero anche essere simili ai nostri. Allunaggio di un immigrato è prima di tutto una storia ove le vicende, le situazioni sono viste e trattate con insistente ironia. Ironia ( ovvero autoironia), nei confronti del personaggio principale, ironia nei confronti dell’ambiente, ironia verso i modi di dire, e le forme della scrittura. Tutto può essere trattato in modo scanzonato. Non esiste più alcuna situazione tragica, dalla mancanza di lavoro, alla fine di un amore, fino alla perdita del proprio genitore. “Non capivo perché, perché la mia mamma non doveva esserci più, perché non poteva esserci più? Non l’ho capito ancora ma ho accettato la realtà perché, dicevano, ‘così è la vita’. Nessuno però ha mai spiegato com’è la morte.” La realtà è fatta di evidente sofferenza che non merita, però, di essere sottolineata; è l’unica cosa che uno realmente sposa.
L’ironia che percorre il testo è penetrante e riguarda ogni cosa, anche le forme. Così in una pagina il narratore usa una sorta di monologo interiore, ma lo contestualizza in una lettera la cui autrice denuncia forse anche inconsapevolmente la propria ambiguità, i propri tradimenti. La diversa connotazione fa sì che la stessa struttura comunicativa, che nella tradizione narrativa assume valore elevato, qui si denota come stile basso e intriso di ironia.
L’organizzazione del romanzo è quella di un diario. Ma anche questa struttura viene dissacrata. Molte pagine, infatti, sono segnalate con un “manca la data”, che è come sconfessare la serietà del diario o assegnare al tempo memorizzato nessuna importante valenza significativa. Al contrario di quello che invece assumerebbe la forma diaristica.
Si desacralizzano istituzioni, riti, situazioni generalmente ansiogene, come prove d’esame o colloqui di assunzione. “ce l’avevano insegnato: il primo passo verso la democrazia è capire chi comanda…Di tutti i regimi che ho conosciuto, quello indicatomi dal medico per la convalescenza è stato il migliore”
Non c’è angolo di testo in cui l’ironia non la faccia da padrone. Anche l’innamoramento subisce la stessa sorte: “L’ho audiovista!...Con i luoghi comuni la si chiamerebbe un angelo. Ma io non li ho mai visti, gli angeli, e potrei fare un torto a questa ragazza.”
Qua e là il narratore fa uso del dialetto, un dialetto brianzolo specialmente nel riferire espressioni di persone dell’ambiente in cui il personaggio vive e lavora; la sua caratteristica ironica, rivela però come Buctovan sia stato capace di comprendere e assimilare la cultura profonda della comunità nella quale vive, perché le citazioni dialettali sono sempre pertinenti e sagaci. Così quando il principale che gli sta dando lavoro comprende che si sta innamorando dice: “Oggi te se rimbambii” e poco più oltre “Ti non te vai più all’università. Non te ciapi più la laurea”.
La storia con Daisy, la leghista, figlia di leghisti padani, con fratelli, zii, nonni, ecc tutti padani, non sortisce buon esito e si chiude ancora con questo atto ironico, formale e sostanziale” Che cosa mancava alla nostra storia? Più di una data. E questo diario è meno volgare della vita che tocca a più di un migrante. Toglimi un’ultima curiosità. Mi serve per l’Osservatore romeno. Qual è il tuo nome padano, Daisy?”.
La vita che tocca a più di un migrante è volgare e questa è la vera tragedia.

02-04-2006

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