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Nonno Dio e gli spiriti

E’ la vicenda del ritorno di un africano. E’ il desiderio di riprendere contatto con la propria terra d’origine, con i personaggi della comunità che l’hanno visto crescere, con gli amici di un tempo.
E’ la curiosità di sperimentarsi nelle reazioni di fronte ai modi di vita, di fare, di pensare della gente che vive nella sua città di nascita. Il protagonista vuole scoprire la persistenza degli affetti nei suoi confronti, deve recuperare affetti forse perduti, e ricostruirne di nuovi. E’ la testimonianza dell’instabilità politico-sociale di una entità statale, forse paradigma dell’instabilità di tutto un continente, ancora alla mercè di interessi coloniali delle potenze del Nord del mondo. E’ la condanna di queste nazioni che dopo aver sottratto ricchezze e materie prime, ora trattano l’Africa come destinatario di traffici di armi o come pattumiera del mondo.
Intanto la nazione Sahaél, il territorio in cui ritorna il protagonista Og, non esiste, anche se un popolo sahaeliano è rintracciabile nella zona subsahariana a ridosso dei territori del Senegal, Mali, ecc., come non esiste Taagh, questa città che dovrebbe essere la capitale del Sahaél. Territorio inventato, città inventata che dà la possibilità di parlare con più libertà degli intrighi, delle contraddizioni, delle responsabilità della situazione africana ancora oggi esistente.
Sul piano letterario la prima particolarità che incontriamo è l’uso del presente come strumento narrativo. Non si racconta la storia di un ritorno. Si racconta un ritorno. L’uso del passato avviene con parsimonia e per rievocare fatti del passato che spieghino il presente. Il narratore sembrerebbe onnisciente, ma a ben guardare è un narratore che accompagna il personaggio, ma che appartiene quasi alla comunità e che quindi conosce i fatti della comunità.
Per l’uso insistente del presente il filtro della memoria è attenuato, così pure l’elaborazione dei sentimenti. Di fronte ai fatti, agli avvenimenti ci sono reazioni spontanee, non meditate, né ci sono giustificazioni alle reazioni, giustificazioni che possono esserci solo quando il filtro della memoria ha agito, ed ha svolto la sua opera ricostruttiva.
Anche i fatti narrati sono accatastati quasi rapsodicamente senza, molte volte, il rinvenimento di cause e giustificazioni che avrebbero appesantito il fluido narrativo.
Ma l’uso del presente offre un’altra possibilità al personaggio. Egli rimane disincantato di fronte al ripresentarsi di forme della tradizione. Non sembra particolarmente coinvolto; anche quando si ritrova davanti riti spiritistici, il protagonista mantiene atteggiamenti che sembrano scettici quasi a voler sostenere la imparzialità di giudizio nel ritrovamento di quello che è stata per lungo tempo il suo humus culturale.
L’uso del presente fa sembrare il personaggio distaccato dai fatti e molto simile a quello che ritorna al proprio paese d’origine con la videocamera nella mano per filmare quello che avviene e ristudiarselo poi successivamente.
Il protagonista è in bilico, è nella situazione di equilibrio instabile perché da una parte ha vissuto nella cultura dei paesi del Nord, ripieno di scetticismo e di razionalità che non permette di prendere per veritiera molta della cultura africana.
E l’atteggiamento del medico, Jean Dumaison, che non può credere che zia Aby Manè possa curare la pazzia più della medicina occidentale. Egli assiste incredulo, scettico e con atteggiamento di ricerca scientifica quello che accade nel n’depp, rito spiritico, proprio del luogo.
Dall’altra non può impedirsi di riscoprire l’efficacia di questi riti.
L’equilibrio instabile di incapacità di scelta fra una cultura scientifica e scettica e quella emotiva-ascientifica del paese africano, costringe il narratore ad inserire la storia del giallo, cioè di Federica, la donna con cui aveva litigato prima di partire da Milano. Aggredita, picchiata e accoltellata si crede che Og sia il colpevole e perciò se ne chiede l’estradizione. Espediente che serve a riportare il protagonista a Milano, lasciando ancora una volta alle spalle quella che sembra una cultura acritica e la cui storia è ancora fatta di intrighi, di rapporti poco chiari con le potenze colonizzatrici. Per questo insieme di valori comunicativi il romanzo di Pap Khouma assume il senso di una forte ed autentica posizione etica. Il romanzo infatti sembra non negare e neppure accettare una o l’altra cultura, ma proprio per questo non si schiera da nessuna delle parti. Pone dei problemi e non si compromette, non fa l’occhiolino a nessuno, né ricerca consensi da una o l’atra parte.
Particolare importanza nel romanzo acquista la figura della donna che sembra la vera struttura dominante e condizionante la comunità, a tal punto che riesce a interrompere una guerra, a gestire le cerimonie spiritistiche, ad assumere atteggiamenti di consapevolezza e dignità di fronte agli avvenimenti.
La figura della donna, dalla madre alla moglie, sposata e poi abbandonata perché Og deve sottrarsi alla possibilità dell’arresto, è amorevole, composta. La mamma di Og è premurosa come lo sa essere solo una madre e la moglie assume atteggiamenti di grande dignità quando viene a conoscere di essere stata tradita e pur con alcune reazioni relativamente dure sa che non è corretto continuare a restare con un uomo che le ha mancato di rispetto tradendola.
Significativa è anche questa impersonale presenza delle mauvaises langues che è la voce della comunità, malvagia perché commenta di tutto e non accetta che qualcuno si allontani dalla consuetudine e dalla tradizione. Ogni altra posizione è vista come infrazione e quindi da vituperare. Anche Pirandello quando ha voluto personificare la voce della comunità ne ha indicato nelle “signore” la sua rappresentazione. Avviene così, ad esempio nella Sig.ra Froila …., in cui la voce della città di caldana è proprio rappresentata col termine “Le signore di..”
Trovata questa delle mauvaises langues, che quindi risulta felicissima. E’ una voce che precede, che accompagna, che tutela.

02-12-2005

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