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M

La vena narrativa di questo scrittore albanese si rivela ancora una volta in tutta la sua scioltezza. M. può stare per metropoli, per metropolitana, comunque esprime una vita di metropoli con tutto quello che può accadere a gruppi sociali emarginati. Non c’è una vera storia. Il romanzo si presenta come una sorta di autobiografia. Il personaggio si muove in una città che non è mai nominata e potrebbe essere indifferentemente Roma o Milano. Non si capirebbe che il personaggio è uno straniero se non per due brevi accenni. Diversamente la sua vita è del tutto simile a moltissimi italiani che vivono con precarietà, con piccoli lavori, nella cerchia di coloro che frequentano i Centri sociali.
Il romanzo è meno tematizzato del primo; non c’è infatti alcun riferimento alla sua terra d’origine, non c’è alcun senso di nostalgia per una famiglia, per una patria lasciata, per tradizioni abbandonate. Il personaggio è totalmente inserito nell’ambito della comunità italiana in quegli ambiti in cui si nota l’avvenuta precarizzazione dei lavori anche più qualificati (quali quello dell’insegnamento) e nei quali la circolarità della vita fra autoctoni e stranieri è diventata completa.
Siamo di fronte ad una società ove le pastoie della xenofobia, del razzismo sono d’un colpo superate perché sono tutte ricondotte alla difficoltà di vita dei precarizzati. Gli elementi che contano sono l’amore, la solidarietà, che non è carità, ma è intervento dignitoso e generoso solo quando si è richiesti e non quando si vuole mettere a posto la coscienza.
Sono gli elementi essenziali all’essere uomo, a qualunque categoria si appartenga e di qualunque etnia si sia.
È una solidarietà che pone in comune tutto quello che si può, dal cibo all’alloggio: una solidarietà che non è delle classi alte perché è fatta di condivisione della propria emarginazione e della propria incertezza di vita. La storia è sotto alcuni aspetti una continuazione e un superamento del romanzo precedente, perché il filo che tiene legato un uomo al suo percorso è quello dell’amore, della sua espressione biologica che non cede però mai alla mancanza di rispetto dell’altro. È un superamento perché il protagonista straniero si comporta come un non straniero.

2006

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