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Il buio del mare

Quest’ultimo romanzo di Ron Kubati venne già premiato come inedito al concorso “Popoli in cammino” nel 2006. E’ qualcosa di totalmente diverso dai precedenti romanzi per questo scrittore di origine albanese. E si distingue subito per l’età del protagonista, giovane nel primo caso “Va e non torna”, in età già più prossima alla maturità nel romanzo “M”, bambino in quest’ultimo caso.
Più solari i precedenti romanzi, o almeno meno cupi e più fiduciosi; in questo caso un romanzo tenebroso e forse privo di qualsiasi risvolto positivo, salvo nell’ultima pagina che preannuncia una svolta: una svolta dubba, simile a quella dei versi finali di una poesia di Montale La casa dei doganieri che recita: “Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende/ rara la luce della petroliera!/ Il varco è qui?”.
La storia in sé semplice è quella di un bambino il cui padre accusato di “deficit” (n.d.r.: reato contemplato in quel regime per ammanco di denaro) viene condannato a morte per impiccagione e il bambino improvvisamente si trova senza alcun riferimento affettivo, per di più emarginato e malvisto.
Il romanzo vuole porsi come descrizione di una condizione universale di un bambino privato di rapporti affettivi e di qualsiasi riferimento. Proprio per questo Ron Kubati cerca di delocalizzare lo spazio della vicenda, non indicando né la nazione, né la località in cui si svolge l’azione. Gli unici riferimenti sono dati dal fatto che il paese in cui si svolgono i fatti è dominato da una dittatura di tipo comunista e che l’azione si svolge “nella piccola città di A.”.
E tuttavia il lettore è portato a collocare la vicenda in Albania, paese d’origine dell’autore. L’extra testo, in questo caso il dato biografico di Ron Kubati, molto spesso influisce sulla stessa analisi e interpretazione della narrazione; così che il tentativo di generalizzazione dell’autore rischia di riparticolarizzarsi e ridimensionarsi.
La deprivazione affettiva, con gli effetti di emarginazione e di spaesamento totale sembra davvero sia il filo conduttore di questa storia dello scrittore albanese.
L’affettività è un rapporto fra uomini e quando manca genera una specifica condizione interiore la cui descrizione non è per nulla semplice ed deve essere veicolata con altri mezzi e strumenti più leggibili che rivelano il sintomo e l’indizio di questa condizione. Gli strumenti scelti a questo scopo sono, nel testo in questione, lo spazio e secondariamente il tempo.
Scrive il narratore che il bambino protagonista della storia “elaborò inconsapevolmente una complessa mappa con i ‘dove’ e i ‘quando’ non esserci.
Il tempo e lo spazio come strumento di difesa per non incappare nei pericoli di dileggio e di “vergogna”. “La mattina e la sera non doveva trovarsi in cucina. A scuola non doveva mai arrivare in anticipo”.
Quando non poteva evitare di dominarlo “il tempo diventava… di resistenza”.
Ma è lo spazio l’elemento dominante che fa da strumento epifanico della condizione interiore del bambino.
C’è un prima e un dopo la vicenda del padre. Un prima, sereno, fiducioso e un dopo incerto, traumatico. Il tentativo di ripristinare il prima si ha nella sua localizzazione. “ La scuola era il “vero luogo del prima”. Quando questo luogo diventa un dopo, il bambino cerca altri luoghi che possano strapparlo dal vilipendio e dalla vergogna.
Si allontana da luoghi sempre frequentati. “Cominciò a girare senza meta il quartiere. Percorreva svelto ogni strada, sino in fondo, per vedere dove portava…Andava oltre i luoghi conosciuti, ma solo poche centinaia di metri per volta…Non sapeva perché e che cosa stava cercando. Camminava e basta…Lo sfociare delle strade l’una nell’altra lo spingeva ad esplorare incastri e combinazioni. Lo faceva soprattutto di sera”.
Lo spaesamento affettivo rende i luoghi incerti, insicuri. Il suo tormento interiore può essere mitigato solo dai percorsi spaziali e dalla loro esplorazione.
Non è solo privato dell’affetto della madre. Anche la madre lo ignora tanto che lui preferisce non incontrarla. Rientrava di sera “sicuro di non incontrarla”.
Sperimenta la sua solitudine anche cercando di rimanere a casa senza frequentare la scuola, ma nessuno si occupa di lui. “Nessuno ci fece caso”.
In un solo caso abbiamo una specie di compassione della madre nei confronti del figlio: una sera prima che il figlio si addormenti gli sussurra all’orecchio:”Salvati se puoi”.
E’ attraverso la ricognizione di luoghi non conosciuti che il bambino entra in relazione con prete al quale il regime impedisce l’esercizio della sua missione; questi è il solo che riusce a comprendere la sua solitudine e ad avere attenzione per lui. Anton, “lo spretato” cercherà di porre rimedio all’azione ostile del bambino verso un poliziotto graduato. Sarà lui a dargli un nome e a favorire la sua partenza su una barca dalla terra d’origine consegnandolo a persone che forse si prenderanno cura di lui.con maggiore attenzione. L’accenno di una delicatissima storia d’amore, ci fa capire che il bambino prova sentimenti non riconosciuti.
La tenebrosità della vicenda generale la cupezza di luoghi e ambienti, il senso di frustrazione del bambino si accompagnano a sogni che non risollevano e non danno adito a speranze, così come avviene per coloro che non hanno più nulla da sperare e che non sono consolati neppure da speranze oniriche.

08-10-2007

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