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I prigionieri di guerra

Con i sette racconti racchiusi in questo testo Tamara Jadrejcic vinse nel 2004 il premio Calvino. Fa meraviglia che nessuna casa editrice di medio-alto livello si sia preoccupata di dare alle stampe il testo premiato. Il premio Calvino non è più prestigioso? E’ difficile pubblicare con seguito di pubblico una raccolta di racconti? Non interessa più il tema della guerra iugoslava?
Non c’è che prendere atto di quanto avvenuto e dare plauso all’Edizione Eks&Tra per aver deciso di far conoscere questo testo.
Fra i racconti di questa raccolta è presente Il bambino che non si lavava, già stata premiato in uno dei precedenti concorsi Eks&Tra. E’ un testo di grande spessore poetico per la delicatezza con cui viene trattato il tema della Guerra, non vista nella sua crudeltà, nella sua brutalità, ma con gli occhi di un bambino che vuole resistere, che vuole opporsi e che ostenta la propria sporcizia come una difesa.
Il bambino non sa che cosa voglia significare il termine guerra, ma sa che gli ha strappato il padre; la narrazione si carica di tensione che non si allenta anche per la incomprensione della madre alla sofferenza del figlioletto. Ma proprio questo sentimento del bambino le fa prendere ancora più coscienza del dramma della guerra, della solitudine in cui una donna si trova nell’affrontare i problemi di ogni giorno senza una chiarezza e una prospettiva del domani, nella costante preoccupazione dell’incertezza dell’oggi.
Anche gli altri racconti, pur non raggiungendo la poeticità del primo, mostrano come la guerra si insinui nella vita quotidiana e la cambi, la modifichi a volte anche duramente. Nel testo Una questione di fiducia la protagonista non sa e non può rassegnarsi alla perdita del figlio che non è ritornato dalle operazioni di guerra. E’ un rifiuto degli effetti della violenza che ogni fatto bellico produce, rifiuto per effetti non prodotti da fatti accidentali o da un fato inspiegabile, ma causati dagli uomini nella loro brutalità. L’inaccettabilità della violenza umana può portare anche alla pazzia.
La resistenza alla guerra e alle sue forme può assumere modalità diverse e se nel bambino si esprimeva nel rifiutare l’acqua per lavarsi, nel racconto L’abito da sposa assume la forma di diniego a collaborare alla istituzione “esercito”, anche rifiutando la semplice cucitura di gradi sulla divisa del soldato.
Nel racconto La guerra di Mira la protagonista, da cui prende titolo la narrazione, consapevole del mutamento che la guerra ha operato sul marito, non riesce a reggere ai soprusi, alle violenze quotidiane che ormai l’uomo le riserva e quasi inconsapevolmente reagisce con ferocia all’ennesima angheria del marito.
Ma la guerra costringe anche a comportamenti inusuali, perché dettati dalla paura. Ne La poltrona rossa la decisione presa da una coppia di anziani per conservare un piccolo patrimonio li conduce a ripicche bonarie. Ma i coniugi sono ben consapevoli che la tragedia della guerra va al di sopra della logica e della coerenza e molte volte fa agire per un istinto che poi si rivela fallace. Il racconto si snoda fra ironia e rancore che si stempera poi nel momento cruciale.
La scrittrice di origine slovena rivela maestria, specie nella descrizione di stati d’animo e sentimenti. E’ assolutamente padrona della lingua italiana, anche se in una intervista, concessa alla RAI, subito dopo l’assegnazione del premio Calvino, rivelò che scrive inizialmente i testi in sloveno per poi tradurseli direttamente. Il motivo sta forse nel bisogno di mantenere la padronanza dell’uso letterario della lingua materna oltre che di quella acquisita. Percorso del resto abbastanza comune a molti scrittori o poeti della migrazione.

25-06-2007

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