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Prendi quello che vuoi

Cheikh Tidiane Gaye ha voluto cimentarsi in una forma strana per poter con maggior forza dare voce alle sue idee, alle sue convinzioni. Non ha voluto fare un saggio perché non c’era nulla da dimostrare, ma molto da testimoniare. Difficile far convogliare idee e pensieri in un romanzo classico che sarebbe stato molto celebrale e l’intreccio avrebbe attenuato la forza dei discorsi che voleva affermare. Ha scelto di scrivere un romanzo epistolare, formato da una lunga lettera inviata dal protagonista a Silmakha, amico emigrato in Francia. Con questo stratagemma si svincola dai rigori formali del saggio e può essere più discorsivo, più comunicativo.
Inutile, quindi soffermarsi sulla organizzazione formale, quanto è interessante cogliere i nuclei di pensiero che man mano si succedono o che vengono espressi anche attraverso il racconto di brevi storie.
Una prima questione che viene affrontata è relativa al paese ospitante e alla sua incapacità ad essere totalmente corretto, giusto nei confronti di chi è straniero, di chi ha la pelle nera, ma non solo. Si può essere preparatissimi, ma un posto importante, di rilievo viene sempre negato a chi non è nato in Italia o non ha il colore bianco della pelle. E’ un atteggiamento razzistico diffuso che sacrifica talenti, anche quelli che si sono formati e nati in Italia. Chi ha la pelle bianca ha molte più porte aperte di chi non può mostrare credenziali di pelle, che poi non sono competenze. E l’Italia non si è accorta che il suo sviluppo dipende dalla capacità di valorizzare proprio gli stranieri che sono in Italia, di qualunque nazionalità essi siano.
Il personaggio principale riflette sulla storia che ha legato Occidente e Africa, sulla possibilità dell’Occidente di far tesoro della sua cultura e civiltà, culla, come è stata della filosofia e del diritto, che contrasta con la pratica che ancora tende a perpetrare e prolungare le sue politiche coloniali.
IL testo è molto incisivo quando attraverso un parente che è nell’isola di Goree, rivede la storia della tratta degli schiavi, da quando sono stati presi e incatenati nell’Africa a quando sono stati portati in quest’isola, ormai un monumento nazionale, prima di essere poi trasportati nelle Americhe. Goree è un ricordo perenne della crudeltà con cui l’Occidente si è comportato quando per secoli ha strappato uomini, donne, bambini dal loro territorio per farli diventare schiavi.
E’ un grido di dolore quello che emerge dalle parole di Cheikh Tidiane Gaye, consapevole che se formalmente la schiavitù è stata abolita da più di due secoli, nella pratica l’uguaglianza degli uomini deve ancora venire, perché ancora oggi l’Africa, da cui partono molti loro abitanti si priva ogni giorno delle menti migliori, e ciò è un’altra forma di schiavismo, consapevole che molte potenze occidentali continuano a sfruttare l’Africa e le sue ricchezze.
Infine, si considera che anche là dove gli africani sono nuovi arrivati, il tentativo è quello di omologarli facendo perdere la loro africanità e la loro cultura. Da qui il titolo: Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera.

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