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aukuì ahmed

 

Fatima Ahmed, che si era già segnalata nel concorso Eks&Tra, qualche anno fa, è apparsa sulla scena della letteratura della migrazione con questo testo che riannoda ricordi, sensazioni, esperienze fatte dalla protagonista in spazi molto diversi e distanti fra di loro: Asia (Cambogia), Africa (Somalia), Europa (Italia, Belgio, Olanda).
E' un romanzo autobiografico, né l'autrice, nata in Cambogia e approdata alla fine in Italia, nasconde questa caratteristica del suo scritto, anche se, come in ogni autobiografia narrata, l'io e i personaggi descritti assumono sempre un alone mitico che li distanzia dalla realtà.
Le diversità spaziali che assorbono momenti significativi della vita della protagonista includono anche aspetti culturali che sono propri di ciascun luogo abitato e vissuto. I modi di vivere, di rapportarsi agli altri, dipendono dallo spazio e dalla cultura che gli uomini nella secolare storia di residenza hanno costituito.
Sfumature di rapporto ambientale, che è insieme antropico e culturale, fanno sì che, nonostante la guerra civile che scoppia in Cambogia, quella terra con i suoi abitanti risulti ospitale e intessuta di vita quotidiana fatta di semplici cose che denotano valori umani profondi.
Più cupa è la descrizione di vita che la famiglia di Fatima conduce in Somalia, forse perché maggiormente gravata dalle difficoltà economiche.
L'Italia viene percepita nelle sue contraddizioni di sfruttamento, sentimenti contrastanti, ma anche di grande generosità.
La struttura narrativa gioca su continui flash back, tenuti insieme da uno speranzoso viaggio naufragato per la richiesta della figlia di assistenza al suo precipitoso parto.
I ricordi non seguono una organizzazione cronologica anche se formano tre grandi gruppi: Il ritorno in Somalia, passando per Aden; la vita trascorsa in Cambogia; l'arrivo e difficoltà di vita in Italia.
Questa organizzazione del tessuto narrativo rende vivace e leggera la lettura che così sembra snellita e fluida.
Un aspetto di fondo del testo che a prima vista sembra voler essere una rapsodia di fatti e di esperienze personali è invece la delineazione della figura paterna che assume una forte valenza così che il desiderio di narrare di Fatima Ahmed sembra sia dovuto alla volontà di raccontare le tappe della sua liberazione dalla figura paterna piuttosto che al mero desiderio di esprimersi. Emerge l'ossatura di un uomo, capace di rispetto e tenerezza nei confronti della moglie, di dedizione e amore nei confronti dei figli e figlie, ma anche di attaccamento alle tradizioni, così che il rapporto educativo risulta estremamente rigido.
Un aspetto contraddittorio, anche se appena percepito, emerge da una diversità di atteggiamento delle richieste comportamentali che Mohamed, nome del padre, fa alle figlie a seconda dell'ambiente in cui si trovano.
In Cambogia, pur nella sua veduta molto legata alle tradizioni, sembra più accondiscendente e permissivo.
In Somalia, il suo comportamento è rigidissimo e non ammette trasgressioni coerentemente con la richiesta della società presso la quale è ritornato.
Lo spazio, i costumi stabilitisi dettano anche modi di comportamento ad ogni uomo, che è condizionato dall'ambiente sociale in cui vive.
Un altro elemento che rimane visibile sullo sfondo, anche se non in maniera opprimente e neppure patetica, è la zoppia della protagonista, dovuta ad una poliomielite. Fatto questo che accentua l'aspetto protettivo del padre, ma è anche elemento di frustrazione per giochi o per inciampi nello sviluppo di carriere lavorative.
Il linguaggio e semplice e fatto di periodi organizzati con una o due frasi. Difficilmente assistiamo allo sviluppo di un periodare molto articolato. La lettura ne risulta più accattivante.

 

19-01-2009

 

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