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sassi contro vento Gezim

 

La seconda raccolta pubblicata dopo l’arrivo in Italia è un incrudimento della tematica fondamentale cantata nella silloge Ombra di cane. La solitudine ormai è strettamente legata alla dimensione di “stranierità” e si incupisce e solidifica non solo oggettizzandosi, ma pietrificandosi. I motivi poetici che ispirano le poesie di questa raccolta sono dati dalla inospitalità della terra d’arrivo, dalla frantumazione dei sogni, che l’emigrazione territoriale racchiude in sé, dalla volontà di non accettare supinamente questo dato e questa situazione anche se la lotta assume l’aspetto di una lotta titanica, il cui esito è epicamente negativo perché quei sassi che si vorrebbe lanciare contro il destino ritornano indietro spinti e sospinti dal vento.
La raccolta si apre con questo interrogativo: “Ci sono altre possibilità?” e si chiude con la dichiarazione “nessun altro gesto è possibile”. Qual è – ci si chiede – il gesto possibile? La risposta non può che essere una: la poesia:
Nella lacerazione della peregrinazione da un territorio ad un altro avviene un processo di purificazione; scompare ogni elemento di malinconico ritorno ad un passato, ad un legame romantico-nostalgico con il territorio d’origine “nella campagna bianca /di vetri spezzati / chiamo la tua infanzia/…/tacciono gli uccelli blu / i fuochi antichi / chi ti ha rubato l’infanzia?”. Il territorio d’origine è visto come un incubo di sangue che non riesce a produrre vita: “…/ io parto verso il vuoto / a gridare del sangue versato / su questo territorio sterile.” L’ossessione della violenza è così intensa che anche la poesia successiva, nell’ordine proposto, inizia con “sentiamo odore di sangue /…” , violenza che induce a qualcosa di tragico “(ci conduce la nera fila degli uccelli) / per fuggire oltre i confini / di questo territorio.”
E’ un luogo da cui si fugge, che non riconosce i suoi figli e che ha perso la dimensione di patria. Neppure il luogo d’arrivo ha qualcosa di consolatorio, che anzi “dove andrai non ti aspetteranno /e nessuno troverai / solo il fischio del serpente / e le pietre di quel paese / che chiamano l’inverno.” Forse ci può essere stata l’illusione di una ospitalità diversa “Avevamo sognato una dimora diversa /…”. La disillusione è stata totale, ma non ci può essere un ritorno, bisogna comunque procedere “…/ torni per sempre in un paese / dove si ripete la morte”. E’ la morte della estrema solitudine mediante la quale la dignità di sé è arrivata a tal punto da rifuggire ogni mendicità. “…/io vengo da un altro paese / e non chiedo nulla.”
La purificazione indotta dalla esperienza di solitudine porta al riscatto da ogni legame di appartenenza territoriale. Incomincia il processo di liberazione che lega ogni dimensione dell’io alla identità territoriale. “Partiamo di notte /…/ per raggiungere un territorio nudo / del quale ha bisogno la nostra voce /…”. E’ questa scabrosità, questa nudità del territorio che ricostruisce il rapporto io-territorio e che genera una poesia “rivolta al cosmo” e che prende fuoco “attraverso un filo d’orizzonte”.
Anche in questa raccolta l’elemento acqua assume una posizione di rilievo e ancora una volta c’è una lontana reminiscenza con l’immagine creata da Baudelaire in Spleen. Gezim Hajdari scrive infatti: “Tu stai laggiù / dietro colonne di pioggia /…” L’acqua, la pioggia assumono la funzione di una prigione che ingabbia e non permette alcuna apertura verso l’esterno, verso una dimensione di speranza. “Quando smetterà di piovere?/ siamo soli con i corpi gelidi/…”
La solitudine, l’acqua, l’inospitalità diventano il crogiuolo attraverso cui il poeta raffina la sua umanità, raffina il suo rapporto col mondo e la realtà. Sono elementi che proiettano il poeta al di là di se stesso in una dimensione ove la ricerca dei valori, della verità si fa più essenziale.

 

Marzo 2006

 

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