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civiltà per ascensore

 

La tematica giallistica, che tanto successo sta avendo in Italia negli ultimi tempi, specialmente ad opera di scrittori come Camilleri o Lucarelli, affascina e coopta nella vena creativa anche gli scrittori di origine straniera. Una sorta di giallo era anche il romanzo di Jadelin Gangbo Rometta e Giulieo, lo è il libro di Paraskeva Nell’uovo cosmico; la seconda fatica di Amara Lakhous è anch’essa un romanzo di investigazione con sue particolarità e sue originalità. Le caratteristiche strutturali del testo mi sembrano sostanzialmente due.
Il primo ingrediente organizzativo del romanzo è dato dalla contrapposizione fra un personaggio e gli altri. Non si tratta di contrasto ma di separazione: come se in una scena teatrale ci fosse da una parte un unico personaggio e dall’altra un coro. Incerto è chi faccia da bordone se la voce unica o il coro, perché quast’ultimo assume la funzione della collettività, non collocata in posizione subalterna rispetto alla voce unica, ma determinante.
Nel risvolto di copertina si fa riferimento a Gadda, come ispiratore e come “nume tutelare” per la “scoppiettante polifonia dialettale”. A me pare che più che del plurilinguismo del grande scrittore milanese, Lakhous abbia raccolto l’ispirazione polifonica dei personaggi, cioè dalla coralità che fa da personaggio fondamentale rispetto al protagonista.
Il plurilinguismo invocato è presente, ma è secondario e periferico, perché è più terminologico che sintattico e linguistico.
L’altro aspetto caratteristico di questo testo è l’uso del monologo interiore.
Già nel precedente romanzo di Amara Lakhous Le cimici e il pirata, apparso qualche anno fa, lo scrittore di origine algerina organizzava tutto il testo narrativo come un unico monologo interiore, rivelando estrema padronanza dello strumento tecnico.
In questo testo i monologhi sono tanti quanti sono i personaggi. Non esiste quindi un narratore che tiene le fila della vicenda o che introduce o accompagna o proietta nel mezzo della scena. In questa narrazione tanti sono i narratori quanti sono i personaggi.
La difficoltà nella composizione di testi di questo genere è data dalla variabilità della focalizzazione di cui deve essere sagace maestro lo scrittore, perché i vari monologhi devono riprodurre modalità di essere, di pensare, di ciascuno dei personaggi. L’autore diventa un attore multiforme perché deve dare voce autentica a una miriade di personaggi e saperli cogliere nella loro psicologia interiore. Non è semplice assumere la voce di un uomo, di una donna, di un borghese, di un popolano, di un artista, di uno straniero.
L’uso del monologo viene impiegato con accortezza e con modalità diverse. Amedeo, il personaggio principale, usa una specie di forma diaristica. Forma meditata ove è evidente la manipolazione del tempo e la sua evidenziazione, perché attraverso le date del diario si organizza la dimensione temporale dell’intera vicenda. Gli altri personaggi non collocano nel tempo la loro comunicazione. Il loro dire non è scandito da limiti temporali perché è un comunicare legato solo alle dicerie su Amedeo come probabile assassino.
L’assenza di un narratore unico che accompagni e diriga l’azione impedisce il coinvolgimento emotivo del lettore.

 

L’atto poetico generativo del romanzo di Amara Lakhous è strettamente connesso con la situazione sociale italiana che vede nella presenza degli stranieri e nella crescita del loro numero uno degli aspetti più laceranti e conflittuali. Se negli ambienti intellettuali, colti, elevati della società le discussioni sull’insediamento degli stranieri riguarda la religione, il pericolo della perdita della identità culturale degli autoctoni, il pericolo dell’espansione del terrorismo, o altre disquisizioni cerebrali che non spostano di nulla la materialità della vita, il testo dello scrittore di origine algerina ci fa cogliere con semplicità e con realismo il fatto che la tolleranza, la convivenza (paroloni altisonanti) si gioca su piccole e piccolissime cose, che possono essere la carta lasciata in strada, l’uso di un ascensore, la padronanza della lingua. Amedeo, che non ha flessioni linguistiche straniere, è considerato italiano a tutti gli effetti, il suo modo di fare è così affabile, puntuale, preciso, cordiale perché è italiano, e, proprio perché tale, non può essere l’assassino.
Una importanza particolare assume il monologo di Benedetta, la portiera dello stabile, ove Amedeo convive con una inquilina. Il modo di pensare di Benedetta è la summa dei pregiudizi che possono circolare intorno agli stranieri, che tolgono il posto di lavoro agli italiani, tendono a nascondere la loro identità, i cinesi mangiano cani e gatti e ne fanno razzia.
Benedetta è la vox populi, gli altri personaggi esprimono voci singole, proprie manie, singolarità; su esse si insiste per presentare un universo di posizioni ove il bene e il male , il positivo e il negativo non hanno appartenenza etnica, ma sono insiti nella dimensione individuale, nella storia particolare di ciascuno.
Tutti questi aspetti risultano prioritari nel romanzo; la prospettiva giallistica è solo sullo sfondo e non appare la determinante dell’organizzazione del romanzo.

 

 

 

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