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Stigmate Gezim

 

Le stimmate sono ferite che ricordano costantemente attraverso cui si opera la salvezza, non vista solo come fatto personale, ma come redenzione collettiva. Le stimmate di Gesù Cristo testimoniano della Sua sofferenza, ma più incisivamente sono epifania costante degli strumenti attraverso cui si redime l’intera umanità. Anche le stimmate di un uomo vissuto nel nostro tempo non potrebbero rappresentare altro che testimonianza di mezzi che inducono gli uomini a lasciare la vita opulenta e ricercare modi e metodi per salvarsi.
Il poeta non assegna nomi a caso. Ogni nome dato alle raccolte è indizio di un suo periodo biografico e di un contenuto in esse presente.
Anche per stimmate è da ipotizzare la stessa attenzione e indicazione di lettura. Una poesia sembra emblematica e indicatrice di interpretazioni e piani di lettura della silloge. “Io solo con le mie stimmate per il mondo impietoso / solo con il mio grido per i boschi e le isole / solo con il mio fango nel Caos / io solo con le mie ceneri per le città spaventate / solo con la mia Verità per le nevi e le stelle”.
Ciascun verso esprime un programma poetico. Ancora una volta il poeta sente una totale solitudine, un distacco e una separazione dal mondo fatto di “Caos” e di città “spaventate” e che manifesta l’alienazione a cui è giunto perché è “impietoso”. La solitudine del poeta è accompagnata da “mie stimmate”, “mio grido”, “mio fango”, “ mie ceneri”, “mia Verità”. Sono termini che riportano ad un unico nucleo poetico “la sua poesia”.
Gran parte dei testi hanno come motivo ispiratore la funzione stessa della sua poesia. Gëzim Hajdari sembra quasi dimenarsi e disperarsi perché non riesce a incidere con i suoi versi sul mondo contemporaneo, perché non viene ancora riconosciuto, perché la sua verità non viene accolta. “Ascolto il mio silenzio: è la paura / di morire in un’altra lingua / non in questo freddo che non mi appartiene / sprofonderò negli abissi dei miei versi / che mi concedono segni e forma / torturato dalla tua pioggia”.
Il poeta è certo dell’importanza della poesia pur dichiarando la difficoltà di questo riconoscimento: “com’è difficile vivere al confine di una voce della tua voce/ pur sapendo che la salvezza passa per la luce dei nomi”.
In questa afasia spesso il poeta torna a rimproverare la sua terra d’origine che non ha saputo riconoscerlo, proprio come Medea che mangia i suoi figli, o come l’aquila bicipite che divora il suo corpo (“avanzate avanzate aquile nere a due teste divorate da capo / il mio corpo..”). Se Medea è un mito greco e quindi più generale e generico nella sua correlazione spaziale, l’aquila a due teste fa parte invece della storia mitologica albanese e quindi il riferimento spaziale è più diretto e pregnante.
La memoria della terra d’origine si fa più carnale quando il riferimento è alla madre “mia cara nel sangue / se muoio prima di te getta i miei canti erranti nel rogo".
E nel ricordo emergono accenni alle situazioni attuali “quanto siamo poveri / io in Italia vivo alla giornata /tu in patria non riesci a bere un caffè nero”, a quelle passate, a volte anche drammatiche che hanno segnato la vita “mai un dolce sussurro all’orecchio / da piccolo mio padre mi mordeva la testa / quando perdevo una pecora al pascolo”.
La silloge presenta una varietà di tematiche: alcune già presenti nelle raccolte precedenti, ma ulteriormente sviluppate, altre, invece, totalmente nuove. Così il tema dell’esilio, frutto di un rifiuto della sua terra d’origine; la scoperta della necessità di non ancorarsi a nessuna patria, a nessun territorio “ogni giorno creo una nuova patria / in cui muoio e rinasco”; la consapevolezza dell’inutilità sociale della poesia, “lascio questi versi come un addio / sapendo che il mondo non ne ha bisogno”.
Molto significativi sono i residui sonori di noti poeti italiani, se non si tratta di vere e proprie citazioni. Hajdari stava forse leggendo in quegli anni parecchia poesia italiana, di cui si sente l’eco fonico.
Si prenda ad esempio la prima parte del verso “non sono mai stato così meravigliato di me stesso” che richiama in maniera palese un noto verso di Ungaretti, oppure l’insistenza nell’uso di versicoli che ancor più connette l’esperienza poetica di Gëzim Hajdari alla lezione ungarettiana.
Una attenta lettura della poesia “è la mia pelle…” sembra potrebbe condurci, attraverso alcune traslazioni di ordine concettuale e formale, alla poesia di Quasimodo “Alle fronde dei salici”. Il primo verso infatti “è la mia pelle appesa al crepuscolo che suona” che richiama “la cetra appesa ai salici”; la materializzazione della poesia che per Quasimodo è la cetra, per Hajdari diventa la pelle. In Quasimodo la presenza dello straniero impedisce alle cetre di suonare. Esse sono desolatamente appese, il poeta non trova gli strumenti per cantare. In Hajdari la pelle cerca la Voce difficile da rinvenire perché “nella nebbia / di un altro alfabeto”.
Con Montale più che rapporti sonori, rintracciati però in altra parte, abbiamo qui una vicinanza tematica. Il tema dell’inutilità della poesia e dell’opera salvifica, già intravista nelle composizioni del poeta italo-albanese, è di chiara derivazione montaliana, anche se corroborata dall’esperienza dell’esilio e dalla difficoltà a farsi riconoscere.
Vorrei sottolineare un piccolo elemento formale che può essere significativo del modo di organizzazione dei versi e della loro espressione fonosimbolica.
Nella poesia “Quanto siamo poveri” il secondo verso suona così :”io in Italia…” dove è in posizione dominante la vocale “i”, fondamentale per il riferimento semantico alla identità. La triplice presenza della vocale in prima posizione rafforza, con un nascosto senso narcisistico, il richiamo all’”io”, quasi che il poeta voglia richiamare l’unicità della sua esperienza che lo porta a vivere alla giornata.
Un altro esempio ancora più emblematico è possibile ricavarlo dalla poesia “Mia cara nel sangue”. Gli ultimi due versi suonano così “è la tua voce che chiama: Gëzim Gëzim Gëzim / nei miei incubi notturni”. Questa volta la “i” nell’ultimo verso è finale in ogni parola e richiama il Gëzim del verso precedente, ancora riferimento marcato ossessivamente all’io, in una sorta di ossimoro semantico, perché in albanese Gëzim significa “gioia”, ma questa identità di vita non è portatrice di gioia, bensì di incubi.
Questi richiami fonosimbolici sono la caratteristica tecnica più significativa della poesia di Gëzim Hajdari.

 

Marzo 2006

 

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