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erbamara Gezim

 

La poesia di Gezim Hajdari ha subito cambiamenti e modificazioni quasi impercettibili, ma costanti nel tempo; altettanto la sua consapevolezza, che è maturata nel percorso temporale. E’ quanto fa intravedere la successione de titoli delle sue prime raccolte di poesie. Il primo titolo, Il diario del bosco, sottende infatti la manifestazione di un rapporto intimo con la natura a prescindere dai contenuti del volume. Con il titolo erbamara l’accento viene posto, invece, sui contenuti. E’ un titolo dato a posteriori quando in Hajdari la coscienza poetica della sua creazione ha assunto una chiarezza maggiore. Con il primo titolo egli vuole presentarsi prima di tutto come poeta, cioè come chi si propone tale nel mondo e nella comunità umana. Il secondo titolo rivela i contenuti sottesi a tutta la sua produzione poetica. Erbamara è fortemente connotato dall’aggettivo “amara” strettamente legato al termine “erba”.
Il risvolto di copertina ci avverte anche che i testi delle poesie sono stati rielaborati ed alcuni di essi sono inediti. Si vuole forse affermare che sono state incluse alcune poesie composte successivamente e non coeve a quelle racchiuse nelle primitiva raccolta intitolata Il diario del bosco? Il lettore è spinto a rintracciare all’interno dei testi stessi quelli che possono essere datati in un’epoca successiva, al fine di discernere con limpidezza il nucleo originario e primitivo della poesia di Hajdari.
L’atto generativo della poetica hajdariana, così come si evince da questa silloge, è riferibile a due elementi che fungono da incipit interiore, non necessariamente sono connessi e collegabili fra loro. Il primo, determinante e padre di molte altre componenti poetiche è ascrivibile alla totale assenza di comunicazione nel percorso adolescenziale del poeta, che si codifica in vissuto esistenziale di solitudine. “Porto con me una grande solitudine / quanti pianti gioia e disperazione / Ore intere mi sdraio sulla terra umida / mastico l’erbamara dei prati”.
Sono gli ingredienti che poi danno luogo alla angoscia esistenziale, all’annullamento di ogni speranza del futuro, alla disperazione di una possibile soluzione positiva dei propri momenti di infelicità. “ Come si brucia in fretta / la mia giovinezza senza richiami / Ovunque attorno mi sorridono / rose e coltelli”, “Nell’abisso della valle / polvere i miei desideri / cenere le mie stagioni”. Sono temi ripetuti, costanti e proprio per questo il tempo sembra consumarsi senza mutazione, quasi assumendo l’aspetto della immutabilità pur nella successione delle stagioni. “Gli anni si sciolsero / ad uno ad uno si persero /….le primavere fuggirono / per gli abissi gocciolarono / come i cieli nebbiosi / anche noi invecchiamo”; “Ogni mattina all’alba / sui rami spogli della quercia / trovo impiccati e in agonia / i sogni della sera”.
L’incomunicabilità, è una condizione antropologicamente impossibile che necessità un’alterità che il poeta si crea in una duplice dimensione: l’ombra che incomincia ad essere presente già in questa prima raccolta e un “tu” inconoscibile che fa da supporto ad una relazione necessaria sul piano astrattamente esistenziale, di fatto inesistente. “Dietro l’albero d’ulivo / rimane la mia ombra / e una pallida luce all’orizzonte / chiama la mia anima”.
E’ per lo meno straordinario il fatto che l’evocazione di una alterità rappresentata dall’ombra, dia adito a quell’unico momento di speranza e di fuoruscita, presente in tutta la silloge poetica. Il secondo elemento significante e costante della costruzione poetica di Hajdari è rappresentato dalla visione estatica della natura. I versi che richiamano aspetti, elementi della natura che l’hanno affascinato, l’hanno colmato di contemplazione, sono innumerevoli.
La natura non viene mai negata, non viene mai coinvolta nella sua disperazione e nella sua infelicità, così come avviene in Leopardi ( l’accostamento non è improprio perché anche la poesia leopardiana ha origine dagli stessi elementi, pur divergendone nello svolgimento). Il poeta albanese è meno filosofo di Leopardi, nel senso che una sua elaborazione filosofica della infelicità non viene prodotta, anche se qualche nucleo di pensiero sulla infelicità è possibile ricavarlo dall’insieme della sua opera.
Ecco alcuni esempi del rapporto estastico della natura che vive nella poesia di Hajdari: “A stormi le rondini / nei cieli volarono / Nel cortile lasciarono / piume e richiami / Alle gronde delle casette / nidi e rumori” (pag. 25); “Immensa come te collina / è la mia angoscia”.(Pag. 27) In questi versi l’immensità che dal punto di vista logico è aggettivo e modificatore dell’angoscia, dal punto di vista poetico si cristallizza sulla collina, ed è la percezione della grandezza della natura che risalta più che l’immensità dell’angoscia. “Ogni mattina all’alba / sui rami spogli della quercia” (pag. 31). Oppure ancora: “Luna / ……..cielo/………valle/……”(pag. 41); “non piangere / è il pettirosso che corre / sul ghiaccio del ruscello” (pag. 45).
E’ la natura che soccorre l’amarezza del poeta, che fa da supporto alla sua tristezza e disperazione, alla sua solitudine: “Mai baciato una fanciulla / nella mia gioventù di allora / abbracciavo alberi / in assenza di loro”; “ Non piangere / è il pettirosso che corre / Sul ghiaccio del ruscello / non piangere / presto fiorirà il mandorlo / e gli uccelli lirici ci canteranno / nelle vene / ….”.
Le esperienze vissute a contatto della natura, scolpite nella carne, nella pelle del poeta riemergono, riaffiorano come morfemi poetici a cui si collegano come predicati i vari temi, le diverse voci, percepite ed enunciate, dell’eterna storia dell’umanità fatta di sofferenza e infelicità ed attinte dalla profonda sensibilità del poeta.
La disperazione è talmente profonda da scomporre l’io, frantumarlo. Emblematica è la poesia “Forse domani non ci sarò”, in cui l’unità della persona si fraziona in “volto”, “voce”, “sogni”, “ombra”, “corpo”.
Subito all’inizio della silloge, come squillo di tromba, viene annunciato il rapporto fra poesia e salvezza. Tema caro a molti poeti, ma che in alcuni diventa prepotente perché la poesia è l’unica àncora di sopravvivenza. Lo era per Ungaretti che così esprimeva il suo legame con la poesia: “E non sapeva / sciogliere / il canto / del suo abbandono”.
In Gezim Hajdari si ripropone la stessa tematica: “Nessuno sa se ancora resisto / in questo angolo di terra arsa / e scrivo a notte fonda ubriaco / versi gioiosi e tristi”.
Il proponimento del poeta è quello di scrivere versi gioiosi e tristi, ma le righe sono riempite solo da versi tristi perché il suo esistenziale non gli permette di scrivere se non versi tristi, dominati dal senso di morte che a volte si tinge di autocompiangimento, perché anche nella morte si ricerca la presenza, l’attenzione dell’altro e la si desidera proprio quando, nella vita, è più lontana. “Sul volto il fazzoletto bianco di mia madre / mi porteranno nella stanza natale / ‘povero ragazzo quanto ha sofferto/ dirà la gente intorno alla mia salma”.
E’ il desiderio del poeta che si contrappone alle invettive e maledizioni ricevute “”Non avrai mai fortuna / che tu possa morire come un cane”. Esperienza tormentata, rimasta dentro come segnata, sigillata e presaga di un destino che si desidera rompere: “dopo avermi lavato / con l’acqua fresca del pozzo / mi metteranno sul carro del grano / tirato dai buoi della campagna”. Una fine sognata, diversa da quella del cane di campagna, abbandonato e non cullato e riverito come rivestita divinità, così come avviene per i cani di città.
Un ultimo tema incomincia a comparire in due di questa raccolta. E’ il rapporto con il territorio d’origine, amato e rifiutato, sempre presente con la sua rocciosità e pietrosità, ma continuamente respinto e ricacciato perché pericolosamente involutivo: “Stasera voglio che qualcuno mi chiami dalle pietre / ….dalla mia Darsia /……../ stasera voglio che la terra beva / il mio sangue rosso / e nasconda la mia ultima Parola”.
E’ possibile rintracciare almeno tre citazioni, reminiscenza della poesia del ‘900. Pascoli (“Dov’è la luna piena”), Garcia Lorca (“ no, non voglio saperlo”), ma più significativa è la poesia “Albeggia il vecchio pozzo”, ove sia in alcuni passaggi fonici (anche il secchio non suona più su e giù tra le pietre), ma specialmente per il motivo ispiratore (l’acqua che riflettendo l’immagine riporta alla memoria altra persona), sembra di poter rileggere Montale in “Cigola la carrucola”. Sul piano tecnico e formale Gezim Hajdari privilegia poesie a strofe di quartine, salvo qualche eccezione. Non vi è rima e anche il verso non è unitario. I versi possono essere novenari, ma anche decasillabi. Esistono, assonanze, consonanze, allitterazioni, ma più che altro richiami fonici che restituiscono al verso la caratteristica dell’epicità.

 

Marzo 2006

 

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