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Il ripudio della moglie nella tradizione islamica, il suo effetto e la possibilità di riconciliazione di un uomo e una donna dopo che è stato pronunciata per la terza volta la formula del ripudio, sono in qualche modo oggetto di perplessità, se non di vera e propria ironia da parte di scrittori della letteratura della migrazione provenienti dal mondo arabo, magrebino in particolare. E' il tema scelto in quest'ultimo romanzo da Amara Lakhous, che anche in questa fatica ripropone alcuni aspetti consolidati e felici del suo modo di narrare.
Maestro nell'uso del monologo interiore, come aveva già mostrato nel primo e secondo romanzo, Amara Lakhous anche in questo testo ne fa utilizzo sapiente e pertinente. Questa volta i personaggi sono due, uno maschile e l'altro femminile ed è significativo come il narratore riesca ad entrare coerentemente nella psicologia dei due personaggi di sesso diverso.
L'altra modalità posta in essere dallo scrittore di origine algerina è l'intrigo investigativo, modalità sperimentata positivamente con scontro di civiltà per un ascensore. Questa volta chi investiga, chi cerca di scoprire verità nascoste, è un autoctono che ha la possibilità di entrare nel mondo arabo perché è stato da piccolo in Tunisia ed ha conosciuto appieno l'arabo con flessione tunisina.
E tuttavia con questi elementi, non del tutto nuovi nella organizzazione narrativa di Amara Lakhous, vengono posti in essere alcuni elementi significativi della cultura araba e alcuni aspetti sulla stessa religione.
E' così che viene criticata tutta la questione relativa al fidanzamento e ai pericoli sottesi ad una sua rottura quando questo avviene in un paese islamico. Il rischio di vedere compromessa l'onorabilità di una ragazza e forse anche di quella della famiglia, fatto disastroso se la composizione filiale è fatta di donne, è qualcosa che viene sottilmente posta in luce e criticata.
Ma anche altri aspetti sono focalizzati. Il fatto di arrivare ad un matrimonio quasi sempre senza un innamoramento perché sono i genitori che molto spesso stabiliscono i matrimoni al di là di ogni sentimento dei figli, è visto con molto senso critico non attraverso discussioni, ma attraverso il sentire del personaggio femminile Safia.
Questa donna, che sognava di essere parrucchiera perché vedeva nei capelli la bellezza della donna, costretta a portare il velo e privarla del fascino che la sua capigliatura poteva emanare, sente tutta l'ingiustizia per divieti incomprensibili, per la condizione di sottomissione a cui è costretta la donna sposa di un islamico fervente e si trova tutti i suoi spazi per sopravvivere e non soffocare del tutto la sua libertà e coscienza femminile.
Quando suo marito le propone il modo di riuscire a superare l'ostacolo della terza formulazione del ripudio che nella legge islamica porta al divorzio definitivo, Safia avverte come in tal modo una donna diventa un oggetto e sente un motivo di ribellione perché nella norma islamica il sentimento della donna non viene preso in considerazione, anzi viene schiacciato confinato a strumento privo di ogni sensibilità umana.
Ed è in questo quadro che lei pone in questione il fatto del perché l'essere Imam spetti solo all'uomo. Non è scritto da nessuna parte nel Corano che non possa svolgere questa funzione anche una donna (c'è quasi un parallelismo fra quanti nella Chiesa cattolica pongono il problema della donna sacerdote – si ricordi che nella Chiesa anglicana il fatto è stato risolto positivamente). Il romanzo di Amara Lakhous brioso, divertente, leggero acquista originalità per la sottile critica che viene fatta del mondo islamico.
Anche Abdel Malik Smari in Fiamme in paradiso aveva iniziato a porre elementi di corrosione nei confronti di abitudini, modi di fare e dire degli adepti più fedeli della pratica islamica, ma il tono con cui ciò avveniva non era ironico, ma rivestito di quel tanto di drammatico come lo può essere quando consapevolmente ci si allontana da un centro religioso manipolativo, ma pur sempre calamìta per immigrati dispersi in una metropoli tutt'altro che accogliente.
C'è una distanza di 10 anni fra un testo e l'altro eppure sembrano essere ben più distanti nel tempo perché nel romanzo di Smari si avvertiva il senso di coraggioso panico a mettere per iscritto elementi di critica ad un mondo che fino a quel momento sembrava inossidabile, mentre in questo di Lakhous, il tutto può essere detto con leggerezza e spassosità.
L'ultimo aspetto caratteristico del modo narrativo di Amara Lakhous per cui è stato da qualcuno paragonato ad Emilio Gadda è l'uso di diversi registri linguistici, da quello correttamente italiano a quello romanesco a quello siciliano e arabo, linguaggi diversi che tendono a definire compiutamente caratteristiche del sentire e dell'essere dei vari personaggi, ma anche inizio della costruzione di un coacervo di strumenti di comunicazione che, per ora separati, man mano incominceranno a confrontarsi e a mescolarsi in una sintesi più ampia e più rispondente alla realtà

 

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